Quando il valore personale coincide con ciò che facciamo

Quando il valore personale coincide con ciò che facciamo

Viviamo in una società che celebra l’efficienza, l’ottimizzazione e il miglioramento continuo. Essere impegnati è diventato un simbolo di valore, mentre il riposo rischia di essere percepito come una perdita di tempo. In questo contesto culturale sta emergendo con sempre maggiore evidenza un fenomeno psicologico diffuso ma spesso poco riconosciuto: la fatica da performance, strettamente legata alla cosiddetta ansia da produttività.

Non si tratta semplicemente di stress lavorativo. È qualcosa di più profondo e pervasivo: una pressione interna costante a fare di più, a essere migliori, a dimostrare il proprio valore attraverso risultati concreti, visibili e misurabili. È una tensione silenziosa che accompagna molte persone anche nei momenti di pausa, generando un profondo senso di colpa quando non si sta “facendo abbastanza”.

La società della prestazione e l’imprenditore di sé stesso

Il filosofo Byung-Chul Han descrive la nostra epoca come una “società della prestazione”. Nel suo libro La società della stanchezza scrive:

“L’eccesso di positività si manifesta come eccesso di prestazione, e conduce all’esaurimento […]”.

Secondo Han, non viviamo più in una società che impone divieti dall’esterno, ma in un sistema in cui l’individuo diventa imprenditore di sé stesso. Il comando non è più “devi”, ma “puoi”. E proprio perché “puoi”, ti senti costantemente chiamato a dimostrare che sei capace, produttivo, performante.

Questa interiorizzazione della pressione rende il meccanismo particolarmente insidioso. Non percepiamo più una costrizione esterna, ma una spinta interna che ci porta a superare continuamente i nostri limiti. Il risultato è una stanchezza che non è solo fisica, ma emotiva e identitaria.

Se “valgo perché faccio”: la trappola del perfezionismo

Uno degli aspetti più delicati della fatica da performance è la progressiva sovrapposizione tra identità e rendimento. Molte persone iniziano inconsapevolmente a definirsi in base a ciò che producono: risultati accademici, successi professionali, efficienza quotidiana, crescita personale.

Se “valgo perché faccio”, ogni rallentamento diventa una minaccia al senso di sé (un meccanismo spesso alla base del perfezionismo clinico). Un errore non è più un’esperienza, ma una prova di inadeguatezza. Una pausa non è più riposo, ma fallimento.

La psicologa Brené Brown, che ha dedicato anni di ricerca ai temi della vulnerabilità e della vergogna, afferma:

“La vergogna è la paura di non essere abbastanza”.

In una cultura iper-performativa, questa paura si amplifica. Il confronto continuo – professionale e sociale – alimenta l’idea che si debba essere sempre un passo avanti, sempre in crescita, sempre produttivi.

Il ruolo del digitale e la vita come progetto da ottimizzare

L’ambiente digitale contribuisce in modo significativo a questo fenomeno. I social media, pur offrendo opportunità di connessione e condivisione, funzionano anche come spazi di esposizione costante dei successi. L’impatto dei social sul nostro benessere si fa sentire attraverso un confronto spesso asimmetrico: mettiamo a paragone il nostro “dietro le quinte” con il “palcoscenico” degli altri. Questo può generare la percezione di essere sempre indietro, sempre meno performanti.

Parallelamente, la diffusione di strumenti di monitoraggio – app per il sonno, l’allenamento, la produttività, la gestione del tempo – contribuisce a trasformare ogni ambito della vita in qualcosa da ottimizzare. Anche il riposo diventa funzionale alla performance successiva. Anche la meditazione può trasformarsi in un obiettivo da raggiungere correttamente. La crescita personale, valore importante e potenzialmente sano, rischia così di diventare un’ulteriore fonte di pressione.

Dal sovraccarico al burnout precoce

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout come una sindrome derivante da stress cronico da lavoro non gestito con successo. Tuttavia, oggi il burnout non riguarda solo professioni ad alta responsabilità o lunghi anni di carriera. Sempre più giovani adulti riferiscono sintomi di esaurimento emotivo già nei primi anni di attività lavorativa.

I segnali più comuni includono:

  • Senso costante di stanchezza, anche dopo il riposo;
  • Difficoltà di concentrazione;
  • Distacco emotivo dal proprio lavoro;
  • Irritabilità e perdita di motivazione;
  • Senso di inefficacia personale.

In molti casi, il problema non è la quantità oggettiva di lavoro, ma la pressione interna a non fermarsi mai. La mente rimane in modalità “prestazione” anche nei momenti di pausa, impedendo un reale recupero psicofisico.

L’illusione del miglioramento costante

La cultura contemporanea promuove un ideale di miglioramento costante. Siamo incoraggiati a imparare sempre qualcosa di nuovo, a sviluppare competenze, a espandere la nostra zona di comfort. Questo orientamento può essere stimolante, ma diventa problematico quando si trasforma in obbligo.

La psicologa Carol Dweck, nota per la teoria del mindset, sottolinea l’importanza di considerare le capacità come sviluppabili nel tempo. Tuttavia, la sua celebre idea che “diventare è meglio che essere” va compresa nel suo significato evolutivo, non come un invito a non sentirsi mai sufficienti. Quando la crescita diventa un imperativo, si perde il diritto alla stabilità, alla pausa, alla semplice esistenza non finalizzata a un obiettivo.

L’auto-compassione come antidoto alla fatica

Un concetto centrale per contrastare la fatica da performance è quello di auto-compassione. Kristin Neff, tra le principali studiose del tema, afferma:

“Trattarsi con gentilezza nei momenti di difficoltà non è debolezza, ma forza emotiva”.

L’auto-compassione non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare agli obiettivi, ma imparare a sviluppare un atteggiamento di cura e gentilezza verso sé stessi, con la stessa comprensione che si offrirebbe a un amico. Significa riconoscere che il limite fa parte dell’esperienza umana e che il valore personale non dipende esclusivamente dalla performance.

Coltivare auto-compassione implica:

  • Distinguere tra errore e identità;
  • Accettare la vulnerabilità come parte dell’esperienza condivisa;
  • Normalizzare la fatica;
  • Concedersi pause senza colpa;
  • Ridefinire il successo in termini sostenibili.

Conclusione: recuperare lo spazio per l’essere

In un mondo che premia velocità ed efficienza, scegliere la lentezza può sembrare controcorrente. Eppure, la vera sfida contemporanea non è fare di più, ma trovare un equilibrio tra ambizione e benessere.

La fatica da performance non è un problema individuale isolato, ma il riflesso di un contesto culturale che ha progressivamente identificato il valore con l’efficienza. Recuperare uno spazio per l’essere – oltre il fare – è un atto di cura verso sé stessi. Forse la domanda da porsi non è “Sto facendo abbastanza?”, ma “Mi sto trattando con abbastanza rispetto?”, “Mi sto ascoltando?”.


Senti di non poterti fermare mai?

Se l’ansia da produttività e il senso di colpa ti impediscono di riposare e goderti la vita, la psicoterapia può aiutarti a slegare il tuo valore personale dai tuoi risultati. Inizia oggi a prenderti cura di te.

Contattaci per un consulto
Prenota un appuntamento

 

Sviluppa il tuo adulto sano!

Sviluppa il tuo adulto sano!

Quando le persone si rivolgono ad uno psicoterapeuta per iniziare un percorso, pongono l’attenzione ai sintomi provati, all’etichettare una difficoltà, al comprendere le cause e a trovare il modo per affrontarle e stare bene, allo scopo di uscirne migliori, più forti e risoluti. Un obiettivo utile e trasversale da attuare in psicoterapia è comprendere sé stessi e rispondere in maniera adeguata e soddisfacente ai propri bisogni.

Concetto di bisogni

Per bisogno si intende la mancanza di qualcosa che sia indispensabile o anche solo opportuna. Non tutti i tipi di bisogno sono uguali e non tutti creano delle motivazioni all’agire per soddisfarli. Prescindendo dal contesto in cui si vive, molti imparano che “avere dei bisogni” è un male o che non è permesso, e qualcuno impara addirittura a punirsi invece che prendersi cura di sé (Gonzalez e Mosquera, 2015).

Schema Therapy: una prospettiva terapeutica

Il modello della Schema Therapy, sviluppata da Young (2003), sin dai primi anni Duemila intuì la necessità di lavorare su esperienze frustrate dei bisogni psicologici di base, modificando “Schemi maladattivi precoci”. Le modalità di vedere il mondo e gli eventi (definiti “mode”) sono spesso associati a emozioni forti. Si può entrare in diversi modi e passare da un all’altro. I mode si suddividono in quattro categorie:

  • Mode bambino
  • Mode genitore
  • Mode di coping
  • Mode adulto sano

Sviluppare l’Adulto Sano

L’Adulto sano è la parte di noi che è realistica, cioè in grado di conciliare il bambino felice con i doveri e i compiti della vita adulta, soddisfacendo adeguatamente i propri bisogni, basandosi sul riconoscimento delle proprie sensazioni, riconoscendo il diritto di soddisfarli e ricercare ciò che serve a tal fine.

Chi è cresciuto in un ambiente invalidante, dove i propri bisogni fisici ed emotivi sono stati ignorati, sminuiti, soffocati, trascurati, manca delle skill di discriminare i bisogni e di agire e reagire in modo adeguato. Per soddisfare i bisogni serve:

Un’infanzia o un ambiente familiare invalidante

Se ti ritrovi a lottare con emozioni intense, difficoltà relazionali o un senso di inadeguatezza, potresti trovare utile esplorare il concetto di “adulto sano” discusso nell’articolo. Questo approccio può essere particolarmente rilevante se hai vissuto un’infanzia o un ambiente familiare invalidante, dove i tuoi bisogni emotivi sono stati ignorati o minimizzati. L’adulto sano è una parte di noi che cerca di bilanciare i desideri del bambino interiore con i doveri e le responsabilità della vita adulta, soddisfacendo in modo adeguato i propri bisogni. Se hai difficoltà a gestire le tue emozioni, a trovare un equilibrio tra i tuoi bisogni e quelli degli altri, o se trovi difficile comprendere e affrontare i tuoi bisogni senza ricorrere a comportamenti disfunzionali, potresti beneficiare dell’esplorazione delle strategie e delle informazioni offerte nell’articolo.

Bibliografia

  • Gonzales A. e Mosquera D. 2015. EMDR e dissociazione: l’approccio progressivo. Giovanni Fioriti Ed., Roma
  • Young J. E. et al 2007. Schema Therapy. La terapia cognitiva-comportamentale integrata per i disturbi della personalità. Eclipsi, Firenze
Fare più vacanze ti fa lavorare bene… parola di psicologo!

Fare più vacanze ti fa lavorare bene… parola di psicologo!

L’attesa delle vacanze: un rilassante countdown

Arriva un punto dell’anno, precisamente il mese di luglio, dove in ciascun individuo parte un countdown consapevole o meno alle ferie… sogniamo a occhi aperti quel posto da visitare, quella montagna da scalare o quanto blu sarà quel mare. In ferie migliora l’umore e con un minor rilascio di cortisolo, l’ormone prodotto dal surrene su impulso del cervello, che nei momenti di maggior tensione determina l’aumento di glicemia e grassi nel sangue, si riduce anche lo stress.

Trovare il tempo per rilassarsi e staccare dallo stress quotidiano è fondamentale, soprattutto per il nostro cervello che consuma grandi quantità d’energia; il nostro cervello, infatti, va in modalità risparmio energetico quando alcune aree non servono, “inibendole”.

Il funzionamento delle reti neurali durante il riposo

Default Mode Network (DMN) è una rete neurale distribuita in diverse regioni corticali e sottocorticali, che viene generalmente attivata durante le ore di riposo e di attività “passive”. Quando dobbiamo svolgere compiti che richiedono invece una soglia attentiva maggiore (attenzione focalizzata) si attiva l’Executive Attention Network (EAN). Entrambe le reti sono importanti ai fini della sopravvivenza e della riproduzione della specie; in particolare la DMN ci permette di risolvere i problemi più complessi attraverso l’insight, quando, improvvisamente, trovi la soluzione a un problema. Nella maggior parte della nostra giornata, viene attivata e, di conseguenza, saturata la rete EAN.

Le vacanze come balsamo per lo stress

Pertanto, le vacanze ci permettono di staccare e lasciare che una parte del nostro cervello divaghi, attivando e stimolando la rete DMN che, operando con meno stresso, prende decisioni migliori. Lo stress, inoltre, aumenta i livelli ansiogeno-depressivi. Infatti, durante i periodi di riposo, il corpo produce endorfine, neurotrasmettitori che, una volta rilasciati, contrastano stress e dolori. Anche soltanto pensare alla partenza, aiuta a vivere la vacanza come un premio, allevia lo stress e ci fa vivere meglio la routine, godendo già dell’attesa. I tedeschi definiscono questa sensazione con un unico termine: Vorfreude, “gioia dell’attesa”. Attendere un piacere, alimenta la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore dell’appagamento, innescando così il circuito della ricompensa.

Quindi fate un piacere al vostro cervello e … andate in vacanza!

La crisi dei nuovi ventenni

La crisi dei nuovi ventenni

Quarter-life crisis (QLC)

Oltre alla crisi di mezz’età, oggi possiamo affermare che vi è anche quella del primo quarto: Quarter-life crisis (QLC) è così che viene definito quella decade che parte dai 20 anni in cui fanno da padrone ansia, dubbi, incertezze in ambito privato e professionale.

I sintomi più comuni della crisi Quarter-life crisis

I sintomi più comuni sono: senso di perdizione, paura, percezione di solitudine e confusione. Fintanto che si va alle scuole superiori, va tutto “relativamente” bene. La routine è abbastanza scandita da un ritmo pressoché uguale.

Ma cosa succede dopo? Cosa accade quando non è chiaro il passo successivo? E se non si vuole intraprendere un percorso universitario, la società riesce ad includere o contenere? La mancanza di un ruolo già stabilito e indirizzato nella società crea ad oggi una quota d’ansia non indifferente.

Oggi, in teoria, vi è una maggiore libertà di scelta del proprio futuro, ma questa libertà spesso si associa ad una grande sensazione di smarrimento e ansia.

Irrazionalità e scarsa motivazione

Lo smarrimento e la confusione di diversi giovani li porta a vivere il passaggio dalla tarda adolescenza all’età adulta con estrema irrazionalità, scarsa motivazione in sé, nel mondo e nei progetti futuri, senza avere il controllo della propria vita, percependosi come “un peso” per le loro famiglie o nei confronti dei coetanei. Tutto ciò genera un circolo vizioso che può scatenare una sintomatologia ansioso-depressiva.

Sintomatologia ansiosa e attacchi di panico

I problemi di ansia sociale vengono spesso sottovalutati dai familiari e più in generale dalla società, e considerati come impaccio o timidezza. La sintomatologia ansiosa e/o gli attacchi di panico possono essere causati dalle pressioni e sollecitazioni delle convenzioni sociali, agevolati dai social e dal mondo virtuale dove tutto sembra perfetto. Raggiungere quegli standard elevati e quel finto perfezionismo che si cela dietro uno schermo sicuro e senza titubanze, genera frustrazione, inadeguatezza, ansia. L’ansia è il sintomo di qualcosa che non sta andando come previsto o come immaginato, o come l’Altro sta progettando… e “postando”!

Se ad influire è presente l’esposizione a giudizi influenti e negativi ne conseguono sentimenti di imbarazzo e vergogna; in quanto emozioni sociali, possono generare insicurezze e credenze disfunzionali che provocherebbero, in alcuni casi, a evitamenti massivi di situazioni in cui è possibile per il singolo sperimentare ansia o paura.

Come uscire da questa “crisi”?

L’insoddisfazione e l’inadeguatezza che ne derivano, si affrontano mettendo in discussione sé stessi e la nostra scala di valori, modificando le nostre abitudini, riadattandoci a quelle nuove e proponendo nuovi interessi, con una buona dose di accettazione.

  1. Accettazione: accettare che la crisi  è una fase normale e necessaria della vita, e che può portare a nuove opportunità e scoperte personali. Non cercare di negare o evitare i sentimenti negativi, ma accettarli e cercare di affrontarli in modo costruttivo.
  2. Auto-riflessione: prenditi del tempo per riflettere sui tuoi obiettivi e sulla direzione che vuoi dare alla tua vita. Chiediti cosa ti rende felice e cosa ti appassiona, e cerca di concentrarti su queste cose.
  3. Pianificazione: una volta che hai chiarito i tuoi obiettivi, pianifica i passi da compiere per raggiungerli. Crea un piano d’azione realistico e fattibile, che ti aiuti a raggiungere i tuoi obiettivi a lungo termine.
  4. Supporto sociale: Cerca il sostegno delle persone che ti stanno intorno, come amici e familiari. Condividi i tuoi sentimenti e le tue preoccupazioni con loro, e cerca di trovare conforto e supporto nelle loro parole e azioni.
  5. Cura di sé: prenditi cura di te stesso in modo adeguato, sia fisicamente che mentalmente. Fai esercizio fisico regolarmente, mangia sano e cerca di dormire a sufficienza. Inoltre, cerca attività che ti aiutino a rilassarti e a gestire lo stress, come la meditazione o lo yoga.
  6. Sperimentazione: prova nuove cose e sperimenta nuovi interessi. Questo può aiutarti a scoprire nuove passioni e a trovare una direzione nella tua vita.
  7. Chiedere aiuto professionale ad uno psicologo può essere un passo importante per superare la Quarter-life crisis. Lo psicologo può aiutarti a comprendere meglio i tuoi sentimenti e pensieri, a identificare i fattori che contribuiscono alla tua crisi e a sviluppare strategie efficaci per affrontarli.

    Uno psicologo può aiutarti a lavorare sulla tua autostima, a migliorare la tua gestione dello stress e dell’ansia, e a sviluppare nuove strategie di coping. Inoltre, ti può aiutare a sviluppare una visione più positiva del tuo futuro e a trovare nuove opportunità e scoperte personali.

    Se stai vivendo una Quarter-life crisis e senti di avere bisogno di aiuto, ti consiglio di considerare la possibilità di incontrare uno psicologo. Ricorda che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un passo importante verso la guarigione e il benessere.

Contatta il Centro Flegreo

Ti risponderemo al più presto

La finta morte dell’opossum

La finta morte dell’opossum

Per salvarsi e fuggire dai predatori, molti animali ricorrono a disparate strategie di difesa, altri invece si fingono morti. Quest’ultimo è il caso dell’Opossum, nome scientifico “Didelphis virginiana”, in caso di minaccia entra in una forma di coma, rimane sdraiato di lato, con bocca e occhi aperti, la lingua che fuoriesce, ed emette un liquido verde e maleodorante dall’ano. Il suo comportamento è tale che in inglese tanatosi si dice anche “playing possum”, cioè “fare l’opossum”.

Etimologicamente la parola “paura” deriva dal latino pavor e si identifica come una sensazione di pericolo reale o immaginario. È una delle poche emozioni che accomuna gran parte del regno animale utilizzato ai fini della sopravvivenza della propria specie.

Ad oggi, la paura è considerata un’emozione primaria di difesa da una sensazione di pericolo generato da un evento reale, da un episodio ricordato o frutto soltanto della nostra fantasia.

Cosa accade a livello fisiologico quando siamo impauriti?

Appena uno stimolo minaccioso viene percepito, la nostra risposta fisiologica inizia in una regione chiamata amigdala (una struttura a forma di mandorla posta in profondità bel nostro cervello). Dall’amigdala vengono rilasciati degli ormoni dello che attivano una parte del sistema nervoso (il sistema nervoso simpatico) coinvolto in quelle funzioni definite di «attacco o fuga».

Il sistema nervoso entra in uno stato di allerta, le pupille si dilatano, aumenta il battito cardiaco  e il respiro diviene più accelerato; vi è un incremento della quantità di ossigeno disponibile per i muscoli, con un maggior afflusso di glucosio, mentre organi non vitali, come il sistema gastrointestinale, vengono messi in uno stato di ridotta attività, con una tipica sensazione di nodo alla gola. Il corpo si prepara, così, ad affrontare la minaccia. L’ippocampo e la corteccia prefrontale aiutano a interpretare la minaccia percepita e a comprendere se si tratta di un reale pericolo o meno, e quindi, di conseguenza, a continuare nella situazione di allarme o sospendere la risposta.

È per questo motivo che la paura viene definita come l’emozione responsabile della nostra sopravvivenza.

Che cos’è il freezing?

Oltre alle risposte di “attacco o fuga”, tipiche di una situazione di pericolo è possibile un altro tipo di reazione: il freezing, o meglio “congelamento”. L’essere vivente si nasconde dal predatore e si immobilizza mentre valuta il da farsi.

Cosa accade a livello fisiologico quando siamo “frizzati”?

Davanti ad una minaccia, la sostanza grigia periacqueduttale situata nel mesencefalo attiva una parte del cervelletto chiamata “piramide” che immobilizza il corpo.

Infatti, quando viviamo un episodio improvviso come una violenza, un’aggressione, una rapina o a seguito di un forte stress emotivo, produciamo endorfine in grado di ridurre la forte agitazione e dare origine al cosiddetto effetto “freezing”.

Nello stato di freezing, in presenza di una minaccia costante, la reazione massiva del nostro sistema simpatico genera un blocco vigile, caratterizzato da completa cessazione del movimento ad eccezione della respirazione e dei movimenti oculari, frequenza cardiaca sostenuta, muscoli rigidi e tesi, acutezza sensoriale. Si tratta di uno stato di congelamento vigile, in cui si prova forte paura e si comincia a dissociarsi dalle sensazioni corporee, per ridurre la sofferenza emotiva.

Cosa succede a livello psicologico con il freezing?

A differenza della reazione di attacco-fuga in cui il sistema nervoso simpatico rilascia adrenalina per potenziare la muscolatura e aumentare le pulsioni cardiache o per attaccare o per fuggire, nell’effetto freezing avviene una reazione di bradicardia e d’immobilizzazione, di totale o parziale “congelamento” dei movimenti da parte della persona che sta vivendo la situazione d’emergenza e può avere una durata compresa tra pochi secondi e 30 minuti; viene infatti definita come una reazione fisica ma determinata dalla mente. La paura è così in grado di paralizzare una persona, anche quando sarebbe più opportuno avere una reazione diversa.

È utile il freezing? a cosa serve?

Il freezing ci difende da un trauma emotivo che sarebbe troppo forte da superare, permettendoci di considerare il trauma con una minore intensità.

Tuttavia, alcune volte può capitare che il corpo vada in freezing in maniera automatica e involontaria anche se non vi è un evento traumatico in atto. Spesso questo avviene quando uno stimolo è in grado di riportare alla mente un evento traumatico passato.

In questi casi, la psicoterapia cognitiva comportamentale risulta la più efficace, consentendo un’elaborazione del trauma e, attraverso trattamenti evidence-based, ottenere una remissione dei sintomi.