L’amore è come una droga: crea dipendenza?

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Sarà capitato a tutti noi di riprenderci con difficoltà da una storia d’amore finita male. Ma perché soffriamo così tanto sebbene sappiamo che quella storia non ci avrebbe portato molto lontano? Perché a volte ci sembra di non pensare ad altro e di compromettere tutto il resto pur di realizzare uno scopo compromesso? Perché a volte arriviamo a fare cose anche imbarazzanti pur di riconciliarci con la persona amata?

Sono domande che ci poniamo spesso e fortunatamente le Neuroscienze negli ultimi vent’anni ci stanno fornendo molte risposte e ci stanno aiutando a comprendere la natura di un sentimento così complesso come l’amore romantico.

L’amore è come una droga: crea dipendenza?

Attraverso l’uso della risonanza magnetica funzionale – fRMI (un esame strumentale che serve a registrare come variano i livelli del flusso sanguigno e dell’ossigenazione cerebrale in risposta a diversi stimoli), siamo oggi in grado di studiare a fondo e dettagliatamente la complessa attività cerebrale nell’uomo.

A partire dal 2005 diversi studi (nel corso di queste ricerche ai soggetti veniva mostrata l’immagine della persona amata mentre era in corso la scansione della risonanza magnetica funzionale) hanno evidenziato come quello che chiamiamo “amore romantico” corrisponde all’attivazione di una area ben specifica del nostro encefalo e cioè il circuito corteccia-gangli basali-talamo che è sede del cosiddetto “sistema di ricompensa” implicato nella scarica di dopamina, il neurotrasmettitore implicato nella generazione del desiderio e nella sensazione di piacere dopo che quest’ultimo viene raggiunto. Quando la dopamina viene rilasciata ci sentiamo “bene” e l’amore romantico non è l’unico stimolo che attiva il “sistema di ricompensa”. La nicotina, la cocaina e il gioco d’azzardo sono esempi di sostanze o comportamenti umani che riproducono esattamente lo stesso schema di attivazione nell’encefalo; 

In poche parole, i meccanismi alla base dell’amore romantico sono gli stessi implicati nella dipendenza (da sostanza o da comportamenti).

Dipendenza, astinenza: proprio come la nicotina o cocaina

Quando a essere scansionati erano soggetti nel pieno di una rottura relazionale emergevano modelli particolarmente interessanti nell’attività cerebrale: il nucleo deputato al piacere continuava ad attivarsi sebbene il soggetto fosse consapevole della fine della relazione. Questo equivale a dire che “erano ancora dipendenti” alla ricerca di un soddisfacimento del desiderio d’amore. Contemporaneamente era molto attiva anche la corteccia frontale orbitale, che è coinvolta invece nel controllo emotivo e comportamentale. In poche parole, il modello cerebrale attivo corrispondeva esattamente a quello presente nei soggetti che tentavano un’astinenza da nicotina o cocaina e cioè un conflitto interno all’encefalo dove una parte cerca di prevalere sull’altra. Tutto questo chiaramente genera ambivalenza, sofferenza e stress come spesso accade nei soggetti impegnati nella sospensione da una dipendenza.

L’amore fa male: connessione con il dolore fisico

L’amore fa male non è soltanto una metafora! Alcuni studi hanno infatti esplorato la relazione che esiste tra il dolore fisico e il dolore emotivo che proviamo quando finisce una relazione amorosa.

Il disegno sperimentale prevedeva di confrontare i risultati della fMRI di soggetti che toccavano una superfice rovente con quelli che osservavano la foto di un ex-partner da cui erano stati abbandonati. I risultati hanno confermato che il rifiuto amoroso e il dolore fisico sono radicati esattamente nelle stesse regioni del cervello.

Tuttavia, non è del tutto esatto dire che il dolore fisico e quello emotivo sono esattamente gli stessi. Il dolore emotivo è anche molto peggiore a lungo termine. Ad esempio, il dolore dovuto ad una brutta caduta scompare rapidamente, il ricordo dell’amore perduto può persistere invece per molto tempo. Un gruppo di ricerca guidato da Zhansheng Chen alla Purdue University ha recentemente indagato sperimentalmente questa differenza in una serie di esperimenti. Il disegno di ricerca prevedeva di esporre dei soggetti al ricordo di due “esperienze dolorose”, una emotiva ed una fisica. I risultati hanno evidenziato che le persone hanno ricordato molti più dettagli di un abbandono affettivo che di un incidente fisico importante ed hanno manifestato anche maggiore disagio durante l’evocazione del dolore emotivo. Ma perché la nostra mente da tanta rilevanza al dolore dovuto ad una rottura relazionale?

Essere lasciati è un po’ come morire?

L’attivazione del dolore in risposta alla perdita affettiva rientra nella più ampia minaccia alla connessione sociale. Da una prospettiva evolutiva, il “dolore sociale” dovuto alla perdita di connessione con gli altri è un segnale che indica una minaccia alla nostra sopravvivenza; l’esclusione di qualsiasi tipo, compresa la separazione da un gruppo o dal proprio partner, era in grado in tempi antichissimi di minacciare la sopravvivenza stessa. Se pensiamo alla nostra evoluzione come specie, vivere in gruppi sociali garantiva la difesa dai predatori e la possibilità di cacciare in gruppo. Vivere da soli significava una morte lenta e solitaria. Sentirsi feriti dalla separazione potrebbe essere stato un modo sviluppatosi per prevenire questa minaccia.

L’amore è anche fonte di sollievo

In un altro studio condotto da un gruppo di ricerca guidato da Sarah Master della University of California, Los Angeles, il supporto sociale può alleviare l’intensità del dolore fisico e che la persona amata non necessariamente deve essere presente perché avvenga l’effetto “sedante”.

In effetti, guardare l’immagine di un partner o avere un contatto fisico diretto con lui ha portato alla percezione di dolore fisico di molto inferiore.

Potremmo concludere che per quanto l’amore comporti spesso sofferenza e dolore, ha un altrettanto potente capacità di guarire e alleviare il disagio.

L’amore in questo senso è effettivamente un antidolorifico naturale, perché attiva le stesse aree del cervello stimolate dalla morfina; Questo suggerisce una soluzione meravigliosamente semplice al dolore fisico o emotivo: tutto ciò di cui hai bisogno è amore.

Questa realtà rafforza l’idea, per quanto sbagliata possa sembrare, che se si sta soffrendo per amore, andare avanti velocemente in una nuova relazione può portare ad un’importante fonte di sollievo.

Esiste davvero una pillola per dire addio al mal d’amore e per non soffrire?

Per quanto strano possa sembrare, poiché il dolore fisico e il dolore emotivo attivano le stesse aree nel cervello, questo significa che in teoria possono essere medicati allo stesso modo!

La connessione è così forte che i tradizionali antidolorifici corporei sembrano in grado di alleviare le nostre ferite emotive. I risultati suggeriscono che un antidolorifico da banco normalmente utilizzato per alleviare dolori fisici può mitigare almeno temporaneamente il disagio correlato al dolore emotivo.

Questo significa che il trattamento delle pene d’amore forse un giorno potrà essere semplice come mettere un cerotto o prendere una pillola. Ma se un giorno potessimo assumere una pillola che ci assicura di superare le pene d’amore, saremmo davvero disposti a prenderla? Saremmo disposti a rinunciare a tutte quelle attività umane legate all’elaborazione della perdita amorosa? Saremmo davvero disposti a rinunciare a gran parte della nostra produzione artistica (poesia, musica, letteratura, pittura, etc.)

Bibliografia

  • The Little Book of Heartbreak: Love Gone Wrong Through the Ages(Plume, 2012).
  • Dewall CN, Macdonald G, Webster GD, Masten CL, Baumeister RF, Powell C, Combs D, Schurtz DR, Stillman TF, Tice DM, Eisenberger NI. Acetaminophen reduces social pain: behavioral and neural evidence. Psychol Sci. 2010 Jul;21(7):931-7. doi: 10.1177/0956797610374741. Epub 2010 Jun 14. PMID: 20548058.
  • Fisher HE, Brown LL, Aron A, Strong G, Mashek D. Reward, addiction, and emotion regulation systems associated with rejection in love. J Neurophysiol. 2010 Jul;104(1):51-60. doi: 10.1152/jn.00784.2009. Epub 2010 May 5. PMID: 20445032.
Dr. Mario Valente
Dr. Mario Valente

Cerco di coniugare il mio lavoro con una sana passione per tutto quello che mi circonda. Mi formo come Psicologo Clinico a Roma e mi specializzo presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Napoli. Nel corso della mia attività mi sono avvicinato alle varie evoluzioni della psicoterapia cognitiva ed oggi pratico un approccio caratterizzato da una buona formazione di base cognitivista alla quale ho aggiunto una formazione in Schema Therapy, Terapia Metacognitiva Interpersonale e EMDR. Nella mia carriera ho rivestito il ruolo di membro del direttivo Campano della Societa Italiana di Terapia Cognitva e Comportamentale (SITCC) per tre anni e mi sono candidato come membro dell’ordine degli psicologi della Regione Campania.

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