La Terapia Basata sulla Compassione (CFT): curare la mente con la compassione

La Terapia Basata sulla Compassione (CFT): curare la mente con la compassione

“Non abbiamo scelto di nascere con un cervello modellato da milioni di anni di evoluzione, né di crescere in un ambiente che ha plasmato le nostre paure e i nostri bisogni. Ma possiamo imparare a prendercene cura con saggezza”
(Gilbert, La mente compassionevole, 2014).

La Terapia Basata sulla Compassione (Compassion Focused Therapy – CFT) è un approccio psicoterapeutico sviluppato dallo psicologo britannico Paul Gilbert negli anni ’90. Nata inizialmente come integrazione alla terapia cognitivo-comportamentale per persone con alti livelli di vergogna e autocritica, la CFT si è successivamente evoluta in un modello complesso, che integra contributi provenienti dalle neuroscienze, dalla teoria dell’attaccamento e dalla psicologia evoluzionistica.

L’obiettivo centrale della CFT è aiutare la persona a coltivare un atteggiamento di compassione verso sé stessa e verso gli altri, intesa come una sensibilità alla sofferenza unita al desiderio di alleviarla. In questo senso, la compassione non è solo un sentimento, ma una competenza psicologica che può essere allenata al pari di una funzione cognitiva o di una capacità emotiva.

I tre sistemi di regolazione emotiva

Secondo Gilbert (2014), la mente umana funziona attraverso tre sistemi principali di regolazione emotiva, che interagiscono costantemente:

  1. Il sistema della minaccia e della protezione: orientato a rilevare i pericoli e a garantire la sopravvivenza. Quando è iperattivo, genera ansia, vergogna e autocritica.
  2. Il sistema della spinta o dell’attivazione: motiva l’individuo verso obiettivi, successo e riconoscimento. È associato alla dopamina e alle emozioni di entusiasmo e gratificazione.
  3. Il sistema della calma e della sicurezza: si attiva in presenza di relazioni accudenti consente il rilassamento, la fiducia e il senso di appartenenza.

Quando l’equilibrio si rompe

Secondo l’autore, molti disturbi psicologici derivano da un squilibrio tra questi sistemi, con un predominio del sistema della minaccia e una difficoltà ad attivare il sistema calmante. Questo significa che la persona vive spesso in uno stato di allerta, come se qualcosa di pericoloso potesse accadere da un momento all’altro, anche quando non c’è alcun reale motivo.

Questa condizione si sviluppa soprattutto in chi è cresciuto in ambienti critici, severi, poco amorevoli o imprevedibili. In questi contesti, il corpo e la mente imparano che stare in guardia è l’unico modo per proteggersi. L’autoprotezione diventa quindi una strategia essenziale: prevedere il pericolo, controllare le situazioni o criticare sé stessi prima che lo facciano gli altri può sembrare il modo migliore per evitare sofferenza.

Da adulti, però, questi meccanismi possono trasformarsi in difficoltà più profonde, con tendenza all’ipervigilanza, l’autocritica, sensazioni d’ansia e vergogna, difficoltà a auto rassicurarsi. In altre parole, un sistema della minaccia troppo forte e un sistema calmante troppo debole fanno sì che la persona non riesca a “rilassarsi” emotivamente. Il corpo rimane come bloccato in modalità difesa, impedendo di sperimentare tranquillità, fiducia e benessere nelle relazioni e nella vita quotidiana.

Come funziona la terapia

La CFT aiuta la persona a riequilibrare questi sistemi emotivi, sviluppando la capacità di calmare la mente minacciosa e attivare quella compassionevole. Attraverso un lavoro graduale, il terapeuta accompagna il paziente a riconoscere il proprio mondo interno, a comprendere l’origine delle proprie reazioni e a rispondere ad esse con maggiore gentilezza e consapevolezza.

La pratica della compassione non significa “giustificare” o “minimizzare” la sofferenza, ma imparare a guardarla con occhi più ampi e meno giudicanti. Non si tratta di “essere buoni” o indulgenti, ma di coltivare una postura interna che favorisca regolazione emotiva, sicurezza e connessione.

Nel percorso terapeutico della CFT, il lavoro si sviluppa attraverso fasi che integrano: psicoeducazione (volta alla consapevolezza), pratica esperienziale e trasformazione del rapporto con la propria sofferenza. Inizialmente il paziente è guidato a riconoscere i meccanismi che mantengono attivo il sistema della minaccia: l’autocritica, la vergogna, le strategie difensive apprese nella storia evolutiva e affettiva. Questa fase di consapevolezza è fondamentale perché permette di vedere tali reazioni non come “difetti personali”, ma come risposte apprese e profondamente radicate.

Una volta costruita questa base, la terapia introduce gradualmente pratiche volte a potenziare il sistema della calma e della sicurezza. Gli esercizi includono respirazione regolata, gesti di autocalma, lavoro corporeo e immagini compassionevoli. Il terapeuta collabora con il paziente nel creare una “voce compassionevole”, forte e gentile, capace di controbilanciare la voce critica. Questa voce non elimina la critica, ma la rende meno minacciosa e più contestualizzabile.

Il processo terapeutico prevede anche la riscoperta del “coraggio compassionevole”, ovvero la capacità di restare presenti alla propria sofferenza senza evitarla o giudicarla. Il paziente impara a sviluppare un atteggiamento attivo verso il proprio benessere, che implica proteggersi, consolarsi, motivarsi e, quando necessario, porre limiti.

L’obiettivo finale non è eliminare le emozioni dolorose, ma modificare il modo in cui ci si relaziona ad esse, sviluppando una capacità di accoglienza e protezione che riduce la sofferenza e restituisce un senso di sicurezza interna. Il terapeuta funge da modello compassionevole, creando un clima di accoglienza e sicurezza che consente al paziente di “mettersi comodo” di fronte alla propria sofferenza e sperimentare nuove modalità di relazionarsi a sé stessi e agli altri.

Esempio clinico: la storia di Marta

Marta (nome di fantasia), 38 anni, arriva in terapia riferendo un senso costante di “non essere abbastanza” e una sintomatologia depressiva caratterizzata da umore deflesso, marcata stanchezza e difficoltà di concentrazione. Dice di sentirsi spesso “in difetto” e di provare una vergogna pervasiva ogni volta che commette anche un piccolo errore.

Lavora in una grande azienda di marketing, un ambiente competitivo e molto orientato agli obiettivi, dove i risultati vengono monitorati con attenzione e le scadenze sono serrate. Racconta che, nel tempo, ha iniziato a vivere ogni progetto come una “prova del suo valore”, temendo continuamente di deludere colleghi e superiori. Nelle prime sedute, Marta descrive una vita scandita da criteri di performance rigidi e da un forte bisogno di approvazione.

È cresciuta in un contesto familiare dove il valore personale era legato ai risultati: i voti a scuola, la precisione nei compiti domestici, la capacità di “comportarsi bene” erano costantemente monitorati. Nel tempo, Marta aveva interiorizzato l’idea che solo l’eccellenza potesse garantire sicurezza e affetto. Quando le viene chiesto di descrivere la sua “voce interiore critica”, Marta la rappresenta come una figura esigente e rigida, dal tono freddo e giudicante. Dice: «Mi parla come mio padre quando prendevo un 28 all’università: come se non fosse mai abbastanza, come se potessi fare sempre di più».

In questa fase emerge chiaramente come Marta utilizzi l’autocritica come forma di regolazione emotiva: crede che rimproverarsi la protegga dalla delusione e dalle critiche esterne. Tuttavia, questa strategia le genera ansia, blocco e un profondo senso di inadeguatezza, che si amplificano in un contesto lavorativo molto esigente.

Attraverso il lavoro psicoeducativo, Marta inizia a familiarizzare con i tre sistemi di regolazione emotiva (minaccia, stimolo-risorsa, calma). Riconosce che il suo sistema di minaccia è costantemente attivato: la mente produce scenari di fallimento, giudizi severi e un rimuginio incessante. Quando iniziano gli esercizi di immagine compassionevole, Marta appare esitante. Dice di sentirsi “sciocca” e teme che coltivare un tono più tenero verso sé stessa significhi “autocommiserarsi” o “trovare scuse”. Questa resistenza è comune nei pazienti con forte autocritica, e il lavoro iniziale consiste nel normalizzare la difficoltà stessa come parte del processo di apprendimento.

Durante un esercizio guidato, le viene chiesto di immaginare una figura compassionevole ideale: qualcuno che possa guardarla con calore, accettazione e forza. All’inizio Marta non riesce a visualizzare nulla e prova imbarazzo. Con il tempo, però, emerge un’immagine tenue: una donna dai tratti morbidi, il cui sguardo trasmette sicurezza e calma. Parallelamente, Marta impara a riconoscere le sensazioni corporee associate alla minaccia e ad attivare gradualmente il sistema della calma. Uno degli esercizi cruciali diventa il gesto di “mettere una mano sul petto”, abbinato a un respiro lento e regolare. Questo semplice movimento, inizialmente percepito come meccanico, comincia lentamente a generare un senso di conforto.

Dopo alcune settimane, Marta riferisce piccoli ma significativi cambiamenti quotidiani: riesce a notare quando la voce critica “attacca”, si concede una pausa invece di lavorare fino allo sfinimento, comincia a distinguere tra la paura di fallire e i suoi bisogni emotivi reali. Dopo alcuni mesi, racconta che nei momenti di difficoltà riesce a “interrompere la spirale”: «Mi fermo, metto una mano sul petto, respiro… e mi dico che posso essere dalla mia parte, non contro di me». La voce interiore diventa gradualmente più umana e meno punitiva. Non scompare, ma perde la sua forza persecutoria. Marta riferisce una maggiore energia, un calo della vergogna interna e una nuova capacità di chiedere sostegno alle persone di cui si fida, cosa che prima considerava segno di debolezza.

Il caso di Marta illustra bene l’obiettivo della Compassion Focused Therapy: trasformare il rapporto con la sofferenza attraverso l’allenamento di un atteggiamento compassionevole verso sé stessi. Il cambiamento non consiste nell’eliminare le emozioni negative o la critica interna, ma nel modificare il modo in cui ci si relaziona a esse. Per Marta, questo significa imparare ad accogliere i propri limiti senza che diventino prove di incapacità, e sviluppare una base interna di sicurezza meno dipendente dal giudizio esterno.


Bibliografia: Gilbert, P. (2014). La Terapia focalizzata sulla compassione. Caratteristiche distintive. Trento: Erickson.

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Capire e superare il distacco emotivo nella coppia

Capire e superare il distacco emotivo nella coppia

In ambito psicoterapeutico, uno dei silenzi più assordanti che si incontrano è quello che abita le stanze di una coppia emotivamente distante. È un silenzio carico di parole non dette, di bisogni inespressi e di una progressiva erosione di quell’intimità che un tempo era il cuore della relazione. Il distacco emotivo non è un evento, ma un processo, spesso subdolo, che, se non viene decifrato e affrontato in modo consapevole rischia di cronicizzarsi, trasformando i partner in due estranei che condividono lo stesso tetto. L’esperienza clinica, tuttavia, insegna che questo sintomo doloroso non rappresenta necessariamente la fine del viaggio. Può, al contrario, diventare un potente catalizzatore per una comprensione più profonda di sé e dell’altro, e per la costruzione di un legame più maturo e resiliente.

La diagnosi del silenzio, i sintomi clinici del distacco emotivo

La diagnosi di un distacco emotivo si basa sull’osservazione di pattern comportamentali e relazionali che si discostano dalla normale fluttuazione di un rapporto sano. Questi segnali, visti nel loro insieme, delineano un quadro clinico chiaro. Si osserva, ad esempio, un’estinzione della curiosità reciproca, quel motore che spinge a interessarsi al mondo interiore del partner. La comunicazione regredisce a un livello puramente funzionale, limitata alla logistica familiare, e si perde il piacere della condivisione. Questo impoverimento del dialogo si riflette inevitabilmente sull’intimità, sia fisica che emotiva, lasciando un senso di vuoto e di profonda solitudine all’interno della coppia. In molti casi, per evitare il dolore di un confronto percepito come inutile, si instaura un sistematico evitamento del conflitto, che congela il rapporto in una stasi apparentemente tranquilla, ma internamente devastante.

Le radici del silenzio, un’analisi delle cause

Per intervenire efficacemente, è fondamentale comprendere le origini del distacco, che sono sempre multifattoriali. Ogni conflitto non risolto, ogni ferita non riparata, si deposita nel tempo, creando un muro di risentimento. Spesso, la coppia è messa a dura prova da stressor cronici esterni – come pressioni lavorative, difficoltà economiche o la complessa gestione familiare – che possono innescare o aggravare stati di ansia individuale che si ripercuotono sul legame. A un livello più profondo, la reazione al disagio è influenzata dai nostri schemi di attaccamento, formati nell’infanzia. Un partner con uno stile evitante, ad esempio, tenderà a ritirarsi di fronte alla richiesta di intimità, percepita come minacciosa. Anche un trauma non elaborato, individuale o di coppia (come un lutto o un tradimento), può lasciare una cicatrice che impedisce una vera riconnessione, rendendo talvolta necessario un percorso di psicotraumatologia. A questo proposito, gli studi del Dr. John Gottman hanno validato un modello clinico prezioso, identificando nei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” (Critica, Disprezzo, Atteggiamento Difensivo, Ostruzionismo) i predittori di una crisi profonda. L’Ostruzionismo (Stonewalling), come spiega il The Gottman Institute, è la piena manifestazione del distacco, un muro difensivo che blocca ogni tentativo di contatto.

Avviare un processo di riconnessione, un manuale terapeutico

Invertire la rotta richiede un impegno consapevole da parte di entrambi i partner. Il processo terapeutico che si intraprende parte sempre dall’identificazione dei comportamenti disfunzionali, per poi fornire strumenti pratici per ricostruire il dialogo.

Comportamenti che rinforzano il ciclo negativo, gli errori da non commettere

Dall’osservazione clinica, emergono alcuni tentativi di soluzione che, paradossalmente, peggiorano il distacco. È cruciale riconoscerli per evitarli. Insistere per “parlare a tutti i costi” quando l’altro è in uno stato di chiusura emotiva è controproducente, così come assumere un atteggiamento inquisitorio o sarcastico, che non fa altro che aumentare le difese. Anche gli ultimatum o le minacce di rottura, sebbene possano sortire un effetto immediato, generano un cambiamento basato sulla paura e non sulla motivazione intrinseca, minando la fiducia a lungo termine. Infine, è importante cercare supporto in amici e familiari, ma senza trasformarli in un tribunale contro il proprio partner, poiché questo rende più complessa una futura e auspicabile riconciliazione.

Un esercizio strutturato, il “Check-in Emotivo” della coppia

Un esercizio strutturato, spesso utilizzato in contesti terapeutici, può aiutare a riaprire un canale comunicativo in modo sicuro. L’obiettivo non è “risolvere” i problemi, ma semplicemente tornare ad ascoltarsi. È utile trovare un momento tranquillo di 20 minuti, senza telefoni o interruzioni. Seduti uno di fronte all’altro, si possono seguire questi passaggi:

  1. Il primo partner parla per 10 minuti. Utilizzando esclusivamente “messaggi-io” (es. “Io mi sento…”, “Io percepisco…”), descrive il proprio stato emotivo riguardo alla relazione, senza accusare.
  2. Il secondo partner ascolta in silenzio. Il suo unico compito è l’ascolto attivo e non giudicante. Non deve replicare, giustificarsi o difendersi. L’obiettivo è comprendere il mondo interiore dell’altro.
  3. I ruoli si invertono. Dopo 10 minuti, è il secondo partner a parlare del suo vissuto, e il primo ascolta.

Questo esercizio, se praticato con regolarità, interrompe l’escalation distruttiva e coltiva l’empatia, fondamentale in tutte le relazioni umane sane.

Quando la coppia ha bisogno di un terzo, il ruolo della psicoterapia

A volte, le dinamiche disfunzionali sono così radicate che il tentativo di risolverle autonomamente genera solo ulteriore frustrazione. È in questi casi che un percorso di psicoterapia di coppia diventa una risorsa preziosa. Il terapeuta agisce come un facilitatore e un “custode del setting”: non un giudice, ma un professionista che aiuta a decifrare la comunicazione implicita, a rendere espliciti i bisogni non soddisfatti e a interrompere i cicli negativi. Nella stanza di terapia, o nello spazio virtuale di una psicoterapia online, si crea una “palestra relazionale” sicura dove è possibile sperimentare nuovi modi di interagire. È importante sottolineare che, talvolta, la crisi di coppia è intrecciata con difficoltà individuali profonde. In questi casi, può essere indicato affiancare al percorso di coppia anche un percorso individuale per uno o entrambi i partner.

Trasformare il sintomo in un’opportunità

Da una prospettiva psicoterapeutica, ogni sintomo, incluso il distacco emotivo, ha una sua funzione e porta con sé un messaggio. Sebbene doloroso, può rappresentare un’opportunità unica per la coppia di fermarsi e interrogarsi su aspetti del proprio funzionamento che sono stati a lungo ignorati. Affrontare questa crisi con un supporto adeguato può portare non solo a “tornare come prima”, ma a evolvere verso un’intimità più consapevole, autentica e capace di affrontare le future sfide della vita. Il silenzio, se decifrato correttamente, può davvero diventare l’inizio di un nuovo, più profondo, dialogo.

Se queste riflessioni cliniche risuonano con la vostra esperienza e sentite la necessità di un supporto professionale per affrontare il muro del silenzio, il passo successivo può essere quello di richiedere un consulto. Un primo colloquio è fondamentale per comprendere la vostra situazione specifica e valutare insieme il percorso più indicato per le vostre esigenze.

Costi

Costi dei Trattamenti Psicoterapeutici

I nostri trattamenti psicoterapeutici sono strutturati in modo da offrire soluzioni personalizzate, in linea con le esigenze individuali di ciascun utente. L’onorario delle sedute varia generalmente dai 50 agli 80 euro per seduta. Tale fascia di prezzo tiene conto della tipologia di terapia – che sia individuale, di coppia o familiare – oltre che dell’esperienza e della formazione del terapeuta che seguirà il percorso.

Chiarezza e Trasparenza

Crediamo fermamente nella trasparenza: se desideri informazioni specifiche riguardo agli onorari, ti invitiamo a chiedere apertamente il costo della visita iniziale. Sarà un piacere fornirti tutte le informazioni necessarie, così potrai valutare con serenità il percorso terapeutico più adatto a te.

Impegno Sociale: Terapia Solidale

Siamo consapevoli delle difficoltà economiche che possono riguardare alcune fasce della popolazione. Per questo motivo, abbiamo istituito un servizio di terapia solidale, studiato per venire incontro a chi si trova ad affrontare particolari problematiche sociali o difficoltà economiche.
Per maggiori dettagli sul nostro servizio di terapia solidale, visita la pagina dedicata alla Terapia Solidale.

Bonus Psicologico

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Narcisismo o narcisismi? Una guida completa alla complessità del Disturbo Narcisistico di Personalità

Narcisismo o narcisismi? Una guida completa alla complessità del Disturbo Narcisistico di Personalità

Negli ultimi anni, il termine “narcisista” è diventato una sorta di etichetta onnipresente nel linguaggio comune, sui social media e nei dibattiti pubblici. Spesso viene utilizzato in maniera sproporzionata e inappropriata per descrivere comportamenti egoistici, manipolatori o tossici. Tuttavia, questa semplificazione rischia di sminuire la complessità del disturbo narcisistico di personalità , un disturbo psichiatrico riconosciuto e ben definito. Nel linguaggio comune, il narcisismo è spesso rappresentato come una caratteristica negativa e insopportabile, senza considerare la distinzione cruciale tra tratti narcisistici e il disturbo narcisistico di personalità. Molti tratti narcisistici, come il desiderio di essere apprezzati o una certa ambizione, possono essere comuni e persino adattivi in contesti sociali o professionali. Tuttavia, il DNP è una condizione molto più complessa, manifestata con tratti pervasivi e persistenti quali un senso grandioso di importanza personale, una mancanza di empatia, una vulnerabilità alle critiche (reali o percepite) e un bisogno eccessivo di ammirazione. Le persone con disturbo narcisistico di personalità spesso affrontano una profonda insicurezza e un senso di vuoto interiore, che possono portarli a comportamenti disfunzionali. I social media hanno amplificato questa tendenza, l’etichetta di “narcisista” viene usata come un’arma per svalutare l’altro, soprattutto in contesti relazionali. Il narcisismo è diventato parola d’ordine per descrivere partner manipolatori e relazioni tossiche. L’ immagine più comune è quella del “narcisista” come una persona incapace di amare o di provare empatia, il che ha gravi conseguenze per chi convive realmente con il disturbo. Difatti, dipingerli unicamente come manipolatori o abusanti rinforza lo stigma e rende ancora più difficile per loro cercare e ricevere il supporto necessario.
Pertanto, appare utile fare chiarezza descrivendo la classificazione diagnostica e i sottotipi di personalità narcisistica individuati in letteratura.

Criteri Diagnostici del Disturbo Narcisistico di Personalità (DSM-5)

Secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il Disturbo Narcisistico di Personalità è caratterizzato da un modello pervasivo e persistente di grandiosità, necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che inizia nella prima età adulta e si manifesta in vari contesti.
Per porre diagnosi di Disturbo Narcisistico di Personalità, devono essere presenti almeno cinque (o più) dei seguenti criteri con esordio nella prima età adulta:

  • Senso grandioso di autostima (esagera risultati e talenti, si aspetta di essere riconosciuto come superiore senza corrispondenti risultati).
  • Fantasie di successo, potere, fascino, bellezza o amore ideale.
  • Crede di essere speciale e unico, e di poter essere compreso solo da persone speciali o di alto status.
  • Necessità eccessiva di ammirazione.
  • Senso di diritto, cioè aspettative irragionevoli di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative.
  • Sfruttamento interpersonale (approfittarsi degli altri per i propri scopi).
  • Mancanza di empatia, incapacità di riconoscere o identificarsi con i sentimenti e i bisogni altrui.
  • Invidia degli altri o convinzione che gli altri lo invidino.
  • Comportamenti arroganti e presuntuosi.

Sottotipi di Narcisismo: Overt, Covert e Maligno

La personalità narcisistica è stata studiata da diverse correnti di pensiero, in particolar modo dalla psicoanalisi e dalla psicologia della personalità. Uno dei contributi più influenti allo studio del narcisismo e alla distinzione tra narcisismo sano e patologico proviene dalle teorie di Otto Kernberg, psicoanalista di orientamento psicodinamico, al quale dobbiamo la descrizione delle forme di narcisismo overt, covert e maligno.

Narcisismo Overt: Caratteristiche e Comportamenti

Il narcisismo overt è la forma più manifesta e riconoscibile del disturbo: il soggetto si mostra sicuro di sé, spesso arrogante, con un senso di superiorità eccessivo. Kernberg lo descrisse come un narcisismo con un falso Sé grandioso, sviluppato per difendersi da sentimenti profondi di vuoto e inferiorità. L’individuo mostra un senso esagerato della propria importanza, desidera ammirazione e ha scarsa empatia. Questo tipo di narcisista esibisce apertamente il proprio bisogno di ammirazione, non ha problemi a imporsi sugli altri e tende a monopolizzare le conversazioni per mettersi in mostra. Nelle relazioni interpersonali il soggetto cerca ammirazione per sentirsi “speciale”. Quando la riceve, mantiene l’illusione di superiorità, mentre reagisce alle critiche con rabbia estrema e svalutazione dell’altro. Il narcisista overt, quando viene contraddetto o sminuito, tende a reagire con rabbia narcisistica, svalutando chi lo ha offeso o cercando immediatamente di riaffermare la propria superiorità. La sua autostima, sebbene fragile, è difesa da una corazza di arroganza e da una forte negazione di qualsiasi debolezza.
In termini di vissuto interiore, il narcisista overt si convince della propria grandiosità, sopprimendo ogni dubbio o insicurezza. Il suo falso Sé è una costruzione solida, ma fragile alla base: basta una minaccia alla sua immagine per scatenare reazioni sproporzionate.
Le relazioni del narcisista overt sono spesso superficiali e basate sullo sfruttamento emotivo: ha bisogno di circondarsi di persone che lo ammirino e lo facciano sentire speciale. Non ha problemi a troncare rapporti quando non riceve più il riconoscimento desiderato.

Narcisismo Covert: La Vulnerabilità Nascosta

Il narcisismo covert (o vulnerabile) è una forma più nascosta e difficile da individuare, in cui il soggetto ha una sensibilità estrema al giudizio altrui e vive una costante oscillazione tra sentimenti di inadeguatezza e desiderio di grandezza. Kernberg lo descrive come una variante più fragile del narcisismo patologico, in cui il Sé grandioso è represso piuttosto che esibito. Nelle relazioni interpersonali il soggetto desidera riconoscimento ma teme il rifiuto. Quando non si sente apprezzato, cade nella frustrazione e nella tristezza e può reagire con ritiro sociale o rabbia passiva. Di fronte a una critica, non esplode immediatamente con rabbia, ma si chiude in sé stesso, sprofondando in sentimenti di vergogna, inadeguatezza e vittimismo. Tuttavia, questo non significa che sia meno risentito: il covert può coltivare rancore per anni, rimuginando su ingiustizie subite e cercando rivincite indirette. Anziché imporsi e cercare attivamente l’ammirazione, il narcisista covert si sente incompreso, trascurato e sottovalutato, vivendo con la costante sensazione di non ricevere il riconoscimento che merita. Il narcisista covert può mostrare dipendenza emotiva dalle relazioni, oscillando tra bisogno di approvazione e paura del rifiuto. Tende a instaurare legami instabili, spesso con dinamiche passive-aggressive: può farsi da parte, evitare lo scontro diretto, ma al tempo stesso punire l’altro con silenzi o atteggiamenti di vittimismo.

Narcisismo Maligno: La Forma Più Distruttiva

Il narcisismo maligno è una forma estrema dove il soggetto può sviluppare una personalità estremamente distruttiva. Kernberg lo descrisse come una combinazone tra tratti narcisistici con elementi antisociali e paranoici. Millon delineò il narcisismo maligno come precursore della psicopatia, caratterizzato da un’incapacità totale di formare legami autentici.
Mentre sia l’overt che il covert possono essere manipolativi per ottenere riconoscimento, il narcisista maligno non manipola solo per ricevere attenzione o ammirazione, ma soprattutto per il piacere di dominare, ingannare e far soffrire gli altri. Questo lo avvicina alla psicopatia, sebbene mantenga alcuni tratti tipici del narcisismo. Nelle relazioni interpersonali, il soggetto vede gli altri come strumenti da sfruttare. Non tollera la critica, il rifiuto o la frustrazione e reagisce a questi con rabbia e vendetta. E’ totalmente incapace di vedere l’altro per cui non prova nessun rimorso senso di colpa. Può essere estremamente affascinante all’inizio, ma con il tempo diventa manipolatore, crudele e distruttivo, causando danni emotivi gravi alle persone intorno.
Mentre l’overt e il covert cercano comunque un qualche tipo di riconoscimento sociale (anche se in modi diversi), il narcisista maligno può essere completamente antisociale e privo di interesse per il bene degli altri. Il potere e la distruzione diventano i suoi obiettivi principali. Un altro tratto distintivo del narcisismo maligno è la tendenza paranoide: l’individuo vede il mondo come un luogo ostile, pieno di nemici che vogliono sminuirlo o danneggiarlo. Questa paranoia lo porta ad agire in modo ancora più spietato e privo di scrupoli.

Diagnosi del Disturbo Narcisistico: Un Processo Complesso

Come descritto sopra, sebbene tutte e tre le forme (overt, covert e maligno ) condividano una comune vulnerabilità narcisistica, si differenziano in modo significativo nel modo in cui si relazionano agli altri, reagiscono alle critiche e percepiscono il proprio valore.
Pertanto, vista la variabilità clinica del disturbo, appare riduttivo apporre un’etichetta basandosi esclusivamente sull’analisi di alcuni tratti e comportamenti osservabili.
Per formulare una diagnosi accurata è essenziale considerare diversi aspetti:

  • Anamnesi dettagliata: raccogliere informazioni sulla storia di vita del paziente, sulle sue relazioni interpersonali e sulla presenza di eventuali traumi precoci.
  • Osservazione clinica: valutare atteggiamenti, modalità relazionali e risposte emotive durante il colloquio.
  • Strumenti psicodiagnostici: l’uso di questionari e test proiettivi (ad esempio MMPI-2, SCID 5, MILLON).
  • Esclusione di altre condizioni psichiatriche: differenziare il disturbo narcisistico da disturbi con caratteristiche simili, come il Disturbo Borderline o il Disturbo Antisociale di Personalità.

Trattamento del Disturbo Narcisistico di Personalità

La mancanza di consapevolezza e di insight può rendere complicata la richiesta d’aiuto; infatti, le personalità narcisistiche arrivano in terapia generalmente di fronte a importanti perdite o stati depressivi (vuoto narcisistico). Ciononostante, è importante sottolineare che, per quanto complesso e difficile da agganciare, il disturbo narcisistico di personalità è un disturbo trattabile.
La psicoterapia, può aiutare nello sviluppo di una maggiore consapevolezza di sé, nella regolazione emotiva e nella costruzione di relazioni autentiche, migliorando così la qualità della loro vita e delle loro interazioni sociali.

Domande Frequenti sul Disturbo Narcisistico di Personalità

  • Come si cura il disturbo narcisistico di personalità?
    Il disturbo narcisistico è trattabile con la psicoterapia, in particolare con l’approccio cognitivo-comportamentale e la terapia basata sulla mentalizzazione.
  • Qual è la differenza tra narcisismo overt e covert?
    Il narcisismo overt è caratterizzato da arroganza e grandiosità manifeste, mentre il narcisismo covert è più nascosto, con sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità alle critiche.
  • Narcisismo e psicopatia: sono la stessa cosa?
    Il narcisismo maligno può presentare tratti simili alla psicopatia, come la mancanza di empatia e la manipolazione, ma non sono esattamente la stessa cosa. Il narcisismo maligno è considerato un precursore, ma mantiene caratteristiche distintive del narcisismo.
  • Come si fa la diagnosi di disturbo narcisistico?
    La diagnosi richiede una valutazione completa che include anamnesi, osservazione clinica, strumenti psicodiagnostici ed esclusione di altre condizioni.

Se sospetti di avere tratti narcisistici o di avere a che fare con una persona con disturbo narcisistico di personalità, non esitare a cercare un aiuto professionale. Contattaci per una consulenza.

La terapia dialettico comportamentale per il trattamento del disturbo borderline di personalità

La terapia dialettico comportamentale per il trattamento del disturbo borderline di personalità

Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) descrive i Disturbi di Personalità come “pattern pervasivi e persistenti di esperienze interne (pensieri, sentimenti ed emozioni) e comportamenti che differiscono significativamente da quelli definiti dalla propria cultura. Questi pattern iniziano nell’adolescenza o nella prima età adulta, rimangono stabili nel tempo e causano disagio significativo o compromissione funzionale”.

Sintomi del Disturbo Borderline di Personalità

Uno dei disturbi di personalità più studiati è il Disturbo Borderline di Personalità (BPD). Questo disturbo rappresenta una grave condizione mentale caratterizzata da una pervasiva instabilità nelle relazioni interpersonali, nell’immagine di sé e negli affetti, accompagnata da una forte impulsività. Colpisce circa l’1-2% della popolazione generale, con una prevalenza maggiore tra le donne rispetto agli uomini. I sintomi del BPD includono:

  • Instabilità emotiva: forti oscillazioni dell’umore, con episodi di intensa tristezza, irritabilità o ansia che possono durare da poche ore a qualche giorno.
  • Relazioni interpersonali turbolente: relazioni instabili e intense, caratterizzate da alternanze tra idealizzazione e svalutazione degli altri.
  • Impulsività: comportamenti impulsivi e spesso pericolosi, come abuso di sostanze, guida spericolata, binge eating, ecc.
  • Paura dell’abbandono: preoccupazioni eccessive riguardo all’essere abbandonati o lasciati soli.
  • Autolesionismo e comportamento suicidario: frequenti tentativi di suicidio, minacce e autolesionismo, come tagliarsi o bruciarsi.

Il BPD è associato a una significativa compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e personale, e a un elevato utilizzo dei servizi di salute mentale. Le persone con BPD spesso hanno comorbilità con altri disturbi mentali, come depressione, disturbi d’ansia e disturbi da uso di sostanze. In ambito clinico, il disturbo borderline di personalità è uno dei disturbi più impegnativi e diffusi. I pazienti con questa diagnosi affrontano spesso una grave stigmatizzazione, non solo da parte delle persone nella loro vita quotidiana, ma anche da parte dei medici, a causa della loro intrattabilità e ostilità. Il loro comportamento è spesso caratterizzato da frequenti episodi di rabbia, tentativi di suicidio ricorrenti e non aderenza ai trattamenti. Tuttavia, numerosi studi hanno dimostrato che i sintomi del BPD possono essere trattati efficacemente e che il disturbo ha una base genetica e biologica.

A differenza di molti altri disturbi psichiatrici, le persone con BPD spesso cercano trattamento non tanto per il disagio causato dai propri sentimenti e pensieri, ma piuttosto per la sofferenza provocata dalle conseguenze dei loro comportamenti socialmente disadattivi. È fondamentale aiutare i pazienti a comprendere che alla radice del loro problema vi sono i loro tratti di personalità e che la causa non deve essere ricercata negli altri o nell’ambiente esterno.

Attualmente, le linee guida dell’APA (American Psychiatric Association) e del NICE (National Institute for Health and Care Excellence) indicano che il trattamento più efficace per il disturbo borderline di personalità risiede nella psicoterapia, supportata da una farmacoterapia mirata ai sintomi. Tra i vari trattamenti basati su evidenze scientifiche, la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), sviluppata da Marsha Linehan, si è dimostrata la più studiata ed efficace. La DBT si basa su un modello biosociale che considera il BPD come un risultato dell’interazione tra vulnerabilità biologica e un ambiente invalidante. Questo modello sostiene che i pazienti con BPD hanno una sensibilità emotiva innata, reagiscono in modo intenso alle emozioni e hanno difficoltà a ritornare a uno stato emotivo basale. Quando queste caratteristiche incontrano un ambiente che non riconosce o invalida le loro esperienze emotive, si sviluppano i sintomi del BPD.

I Quattro Moduli Principali della DBT

La DBT combina tecniche di terapia cognitivo-comportamentale con concetti di accettazione e cambiamento, prevedendo un modulo di trattamento individuale e uno di gruppo. La terapia si concentra su quattro moduli principali:

  • Mindfulness: migliorare la consapevolezza e la concentrazione sul presente.
  • Regolazione Emotiva: identificare e gestire le emozioni intense. Comprende strategie per ridurre la vulnerabilità alle emozioni negative e per incrementare le esperienze emotive positive.
  • Tolleranza alla Sofferenza: sviluppare abilità per affrontare situazioni di stress senza ricorrere a comportamenti dannosi. Include tecniche come la distrazione, l’autosostegno e la radicale accettazione.
  • Efficacia Interpersonale: migliorare le capacità di comunicazione e le relazioni interpersonali. Include abilità per chiedere ciò di cui si ha bisogno, dire di no e gestire i conflitti in modo efficace.

Inoltre, prevede un coaching telefonico tramite cui i pazienti hanno accesso al loro terapeuta tra le sessioni per ricevere supporto in tempo reale e aiuto nell’applicare le abilità apprese in situazioni quotidiane difficili, e un gruppo di sostegno per i terapeuti che praticano la DBT, volto a fornire supervisione, feedback e supporto per mantenere l’efficacia del trattamento e prevenire il burnout.

Gli Obiettivi Primari nel Trattamento del BPD

L’obiettivo primario nel trattamento dei pazienti con BPD è assicurarsi che il paziente non sia in pericolo e non rischi di farsi del male o far del male agli altri. I comportamenti autolesionistici e i pensieri suicidari devono essere monitorati attentamente ed eventualmente trattati con il ricovero ospedaliero. Successivamente, è necessario sostituire le modalità distruttive o dannose con schemi cognitivi e comportamentali più flessibili e adattivi. Per raggiungere questi obiettivi a lungo termine, è essenziale creare un’alleanza terapeutica stabile, che instilli fiducia nella relazione sia al paziente che al terapeuta.

La DBT a Confronto con Altre Forme di Terapia

La DBT si distingue da altre forme di terapia per il suo approccio integrato che combina l’accettazione incondizionata del paziente con l’impegno al cambiamento. Mentre la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) tradizionale si focalizza principalmente sulla modifica dei pensieri e dei comportamenti disfunzionali, la DBT aggiunge una componente di accettazione e mindfulness. Inoltre, terapie come la Terapia Focalizzata sul Transfert o la Terapia Basata sulla Mentalizzazione offrono alternative, ma studi comparativi hanno spesso evidenziato una maggiore efficacia della DBT nella riduzione dei comportamenti autolesionistici e suicidari.

Efficacia della DBT Supportata da Studi Clinici

Gli studi mostrano che la DBT è un trattamento efficace per il BPD, offrendo miglioramenti significativi rispetto ad altri trattamenti standard. La DBT riduce significativamente i sintomi del BPD, compresi i comportamenti suicidari e di autolesionismo, l’instabilità emotiva e i problemi interpersonali. I pazienti che hanno seguito la DBT hanno riportato un miglioramento significativo nella gestione delle emozioni e una riduzione della depressione e dell’ansia (Linehan et al., 2006; Koons et al., 2001; Van den Bosch et al., 2005; Priebe et al., 2012).

Un elemento chiave della DBT è il forte focus sulla relazione terapeutica e sull’alleanza terapeutica. La validazione, una tecnica centrale della DBT, aiuta a costruire una relazione di fiducia tra terapeuta e paziente, fondamentale per il successo del trattamento. La combinazione di tecniche di validazione e di cambiamento consente ai pazienti di sentirsi compresi e supportati mentre lavorano per modificare i loro comportamenti problematici.

Studi comparativi indicano che la DBT supera altre forme di terapia, come la terapia di supporto o la terapia cognitivo-comportamentale standard, in termini di riduzione dei comportamenti suicidari e di autolesionismo (Linehan et al., 2006). Ad esempio, uno studio di Linehan et al. (2015) ha mostrato che i pazienti trattati con DBT avevano tassi significativamente più bassi di ideazione suicidaria e atti autolesionistici rispetto a quelli trattati con terapia di supporto.

Uno degli aspetti più promettenti della DBT è la sua efficacia a lungo termine. Studi longitudinali, come quello di McMain et al. (2009), hanno dimostrato che i benefici della DBT persistono per diversi anni dopo la fine del trattamento. Questo suggerisce che la DBT non solo riduce i sintomi acuti del BPD, ma aiuta anche i pazienti a sviluppare abilità durature per la gestione delle emozioni e delle relazioni interpersonali.

Come Accedere alla Terapia Dialettico-Comportamentale

Per chi è interessato a intraprendere un percorso di DBT, è importante rivolgersi a professionisti qualificati specializzati in questo approccio terapeutico. Il Centro Flegreo di Psicoterapia Cognitiva offre servizi di terapia dialettico-comportamentale per il trattamento del disturbo borderline di personalità. È possibile consultare l’Ordine degli Psicologi o le associazioni professionali per trovare terapeuti formati in DBT. Inoltre, alcuni centri offrono programmi intensivi che combinano terapia individuale, gruppi di skills training e supporto telefonico.

Conclusione

La DBT rappresenta un trattamento promettente per il BPD, con evidenze che supportano la sua efficacia nel ridurre i sintomi e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Gli studi analizzati indicano che la DBT è superiore ad altri trattamenti standard per il BPD, in particolare nella riduzione dei comportamenti suicidari e di autolesionismo, e nel miglioramento della regolazione emotiva e delle capacità interpersonali.

Riferimenti

  • Linehan, M. M., et al. (2006). Two-year randomized controlled trial and follow-up of dialectical behavior therapy vs therapy by experts for suicidal behaviors and borderline personality disorder. Archives of General Psychiatry, 63(7), 757-766.
  • Linehan, M. M., et al. (2015). Dialectical behavior therapy for high suicide risk in individuals with borderline personality disorder: A randomized clinical trial and component analysis. JAMA Psychiatry, 72(5), 475-482.
  • McMain, S. F., et al. (2009). A randomized trial of dialectical behavior therapy versus general psychiatric management for borderline personality disorder. American Journal of Psychiatry, 166(12), 1365-1374.
  • Koons, C. R., et al. (2001). Efficacy of dialectical behavior therapy in women veterans with borderline personality disorder. Behavior Therapy, 32(2), 371-390.
  • Priebe, S., et al. (2012). Resource use and costs of dialectical behaviour therapy for borderline personality disorder patients. Journal of Mental Health, 21(6), 560-568.
  • Van den Bosch, L. M., et al. (2005). Effectiveness of dialectical behaviour therapy in treating borderline personality disorder: A meta-analysis. Behaviour Research and Therapy, 43(9), 1231-1241.
  • American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta edizione. DSM-5. Tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 2015.

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