by Centro Flegreo
Ogni qualvolta bisogna spiegare ai figli un litigio dei genitori, o, ancora più, comunicare la propria separazione, non è mai così semplice. Spesso capita che i genitori incontrino delle difficoltà e che non sempre riescano a comunicare con i propri figli nel modo migliore.
Come affrontare la separazione dei genitori?
Una volta presa la decisione di separarsi, è necessario affrontare la questione con chiarezza e sincerità poiché è un diritto dei propri figli essere al corrente delle cose importanti che accadono nella loro vita.
La spiegazione dovrebbe essere comunicata da entrambi i genitori e dovrebbe essere chiara, sincera e adeguata ad un bambino.
Cosa dire durante la separazione:
- Scegliere frasi semplici come “non andiamo più d’accordo”;
- Rassicurarli sul fatto che l’amore per i propri figli non cambierà e che si continuerà a prendere cura di loro, a fare i compiti insieme, etc.;
- Rassicurarli sul fatto che i genitori si separano poiché ci sono problemi di coppia e che il figlio non ha colpe.
Cosa non dire durante la separazione:
- Inventare storie sulla separazione (ad esempio, “Papà è partito per lavoro!”): i figli devono fidarsi dei propri genitori;
- Non darsi colpe a vicenda in presenza del figlio: questo potrebbe generare ulteriore sofferenza e confusione poiché il figlio ama entrambi i genitori e potrebbe sentirsi costretto a prendere una posizione fra i due;
- Pretendere che i figli vedano la separazione come un vantaggio (ad esempio, “avere due case”): i bambini troveranno da soli gli eventuali vantaggi, ma prima di questo è necessario che si adattino alla nuova situazione sperimentando prima le emozioni negative.
Cosa dire in caso di litigio?
- Parlare in modo chiaro di quello che è accaduto senza inganno, soprattutto se il figlio ha assistito al litigio (le discussioni, in particolare se accese, dovrebbero essere sempre evitate in presenza dei figli);
- Spiegare il litigio come un evento fisiologico che “può capitare” facendo riferimento a eventuali liti che hanno visto coinvolto il figlio stesso al fine di normalizzare l’evento;
- Aiutare a ricordare momenti piacevoli che hanno coinvolto la famiglia (ad esempio, un momento di svago: una giornata alle giostre, una pizza, etc.). Stimolare ricordi positivi rappresenta un fattore di prevenzione e qualora dovesse riverificarsi un litigio, il bambino, attraverso il ricordo delle esperienze positive, potrà interpretarlo come risolvibile;
- Rassicurare il figlio che la lite rappresenta un episodio occasionale e che i genitori non hanno intenzione di lasciarsi. Ma attenzione, solo se si è sicuri che quella lite non porterà alla rottura del rapporto.
Come comunicare la separazione e litigi?
Risulta importante anche la scelta del posto in cui avviene la comunicazione. È preferibile un posto tranquillo, lontano da cellulari e persone che possono improvvisamente creare disturbo. È consigliabile un tono di voce empatico ed un atteggiamento accogliente. Se il bambino farà domande, bisognerà rispondergli con sincerità, senza raccontare bugie; invece, se non avrà voglia di parlare, si dovranno rispettare i suoi tempi ed essere a disposizione quando vorrà parlarne.
In che modo la psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutare ad affrontare queste situazioni?
La psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutare la famiglia ad affrontare le difficoltà che stanno incontrando, lavorando su pensieri, emozioni e comportamenti disfunzionali riducendo così l’insorgenza, per quanto possibile, di problemi emotivi.
Celi, F. (2018). La psicoterapia in età evolutiva. Edizioni Hogrefe.
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La psicoterapia cognitiva ci aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, gli schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni problematiche vissute dal paziente, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più realistici, o, comunque, più funzionali al proprio benessere.
Terapia cognitivo comportamentale a Napoli
Centri che si occupino di terapia cognitivo comportamentale ce ne sono in tutta Italia, un esempio di centro altamente specializzato in questo genere di terapia si trova a Napoli ed è Il Centro Flegreo di Psicoterapia Cognitiva, questo centro ha come mission quella di connettere quanto più possibile tra loro i mondi della clinica, della ricerca e della formazione.
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Che cos’è la terapia cognitivo comportamentale
La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale è attualmente considerata a livello internazionale uno dei più affidabili ed efficaci modelli per la comprensione ed il trattamento dei disturbi psicopatologici.
La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CCT) si propone, di conseguenza, di aiutare i pazienti ad individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali di ragionamento e d’interpretazione della realtà, al fine di sostituirli e/o integrarli con convinzioni più funzionali.
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L’esposizione ripetuta e prolungata a situazioni che minacciano la vita e/o la propria o altrui incolumità fisica, può portare a sviluppare sintomi post-traumatici di grave entità che si differenziano per intensità, pervasività e tipologia dai sintomi del Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT).
Viene definito Trauma complesso (o Complex PTSD) quell’insieme di sintomi che esitano da traumi cumulativi interpersonali vissuti nel corso dello sviluppo: storie di abuso e maltrattamento ripetuto in famiglia, grave trascuratezza e abbandono, condizioni di tortura o prigionia, guerre e migrazioni forzate. Quando la persona non può sottrarsi alla minaccia per molto tempo o quando la minaccia avviene all’interno della famiglia da cui si deve continuare a dipendere per sopravvivere, la mente mette in campo strategie più intense per superare il paradosso e lo stato pervasivo di paura: si parla qui di traumatizzazione cronica e non più di singolo evento traumatico.
Come riconoscere i sintomi di un Trauma Complesso?
Oltre ai sintomi tipici dello stress post traumatico legato ad un evento singolo, nel trauma complesso emergono alterazioni della coscienza e sintomi dissociativi che disorganizzano il funzionamento dell’individuo a vari livelli: biologico, fisiologico, comportamentale, relazionale e identitario. La mancanza di integrazione non riguarda dunque solo la memoria di un singolo evento traumatico e le risposte di allarme rimaste attive come nel DSPT, ma si colloca all’interno della stessa identità della persona, che risulta dunque frammentata, incoerente e imprevedibile se questi sintomi non ricevono una lettura adeguata nel contesto della sua storia di abuso e maltrattamento infantile.
La gravità dei sintomi è in genere proporzionale alla precocità con cui la persona è stata esposta ai traumi e la prognosi è estremamente legata alla possibilità di riconoscerne i segnali in tempo per strutturare un intervento clinico adeguato.Attualmente il Trauma Complesso non ha una diagnosi ufficiale nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM V), ma il suo riconoscimento è al centro di una acceso dibattito scientifico che vede autorevoli studiosi, clinici e ricercatori a lavoro per definire, riconoscere e trattare la complessità dei sintomi riferiti dai pazienti vittime di abusi e maltrattamenti gravi nell’infanzia.
Molte traiettorie evolutive che generano da storie di traumatizzazione cronica vengono riconosciute e diagnosticate dal DSM V come Disturbi Dissociativi, Disturbi di Personalità e Disturbi Psicotici, ma molte altre manifestazioni sintomatologiche potrebbero essere meglio spiegate se collocate all’interno della cornice del Trauma Complesso, includendo nella diagnosi anche l’eziologia e la storia della persona.
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Se pensate che cibo e mente siano in qualche modo collegate, avete ragione. Le nostre emozioni hanno continue fluttuazioni durante la giornata: siamo più tristi, meno tristi, più energici e meno energici, e così via. Tutto nell’arco di una mezz’ora o un ora. Provate a far caso all’ultima volta che avete mangiato qualche cibo spazzatura fuori dai vostri piani. Vi è mai capitato di mangiare quando siete più arrabbiati? Oppure quando siete in ansia, lo stomaco si chiude completamente?
Sfoghi l’ansia, la rabbia o la noia con il cibo? ecco perché cibo e mente sono collegati.
Esaminiamo ad esempio il caso della rabbia: una persona può andare a lavoro e proprio quel giorno viene chiamata nell’ufficio del capo, con il quale litiga; la litigata è così pesante che il capo decide di levargli dei grossi incarichi a cui questa persona stava lavorando da qualche mese. Così preso dalla rabbia, si alza dalla sedia, esce dall’ufficio e sbatte la porta. Con denti stretti, fronte corrugata e camminata veloce senza nemmeno rendersene conto, si ritrova fuori l’edificio dove lavora e va dritta verso quel backery che stava adocchiando da 6 mesi ma dove non era mai entrata visto che aveva iniziato da poco una dieta. Entra e si siede al tavolo chiedendo una fetta di Red Velvet con cappuccino al caramello. Dopo che mangia tutto, ecco che si sente meglio per elaborare la cattiva notizia.
Cosa è successo? La nostra persona ha appena utilizzato il cibo per gestire l’emozione di rabbia. Capita a tutti in modo più o meno cosciente e per periodi più o meno prolungati e ognuno di noi utilizza il cibo in modo diverso.
Siamo abituati a pensare che chi usa il cibo in modo disfunzionale possa avere un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) come chi soffre di Anoressia, Bulimia o Binge Eating (Abbuffate compulsive). In realtà, possiamo pensare al comportamento alimentare come ad un continuum di diversa gravità, in cui non si arriva per forza all’abbuffata o al rifiuto del cibo, ma l’utilizzo di questi comportamenti alimentari porta ad ogni modo ad una qualità della vita peggiore. In altre parole, usiamo il cibo come ricompensa, in cui sentiamo di provare qualcosa di sgradevole, mangiamo qualcosa che ci piace (generalmente cibo spazzatura o cibo proibito dalla dieta), la sensazione sgradevole diminuisce oppure svanisce. Questo però a lungo termine può portare al così detto “food addiction” o dipendenza da cibo, il quale non solo crea danni dal punto di vista internistico (come diabete, colesterolo, ecc) ma dopo l’assunzione di cibo spazzatura, la persona potrebbe iniziare a provare altre emozioni spiacevoli, come il senso di colpa o abbassamento di autostima per non essere stati in grado di resistere al cibo.
Cosa sono il Grazing, Sweeteating, Nocturnal Eating
- Grazing: in cui si spilluzzica tutto il giorno. La persona che fa uso di questo comportamento alimentare pensa di non mangiare tantissimo e in effetti ai pasti probabilmente non mangia quantità eccessive, ma mangia costantemente piccoli pezzettini durante tutto l’arco della giornata. Dalla mattina a ora di pranzo prende pezzetti di pane, di biscotti e caramelle almeno 4-5 volte e lo stesso capita tra il pranzo e la sera. Dolce o salato non importa. L’importante è masticare cibo.
- Sweeteating: spilluzzica tutto il giorno ma nello specifico dolci. I dolci sono come una dipendenza, ed in effetti lo sono. Lo zucchero arriva al sistema dopaminergico e di conseguenza anche se la persona non si sente la sensazione di fame, il cervello dice di avere necessità di dolce. In questo modo la persona inizia a mangiare un cioccolatino alla volta, un biscotto alla volta e così tantissime volte al giorno tanto da non capire quanto effettivamente ha mangiato. Inoltre, la cioccolata non crea molto spazio nello stomaco e in questo modo non ci si rende conto di cosa ha ingerito.
- Nocturnal Eating: questo accade quando la persona non riesce a prendere sonno se prima non ha mangiato qualcosa. Anche avendo consumato i tre pasti al giorno e magari i due spuntini, dopo cena la persona sente il bisogno di mangiare altro: può essere un pacco di patatine, può essere un paio di merendine o magati di un panino, ma se non consuma questo particolare spuntino, non riesce a prendere sonno. Oppure, anche avendo consumato i diversi durante la giornata, la notte si sveglia per mangiare. Spesso lo chiamiamo lo spuntino di mezzanotte; il meccanismo è lo stesso, quindi un panino, la così detta zuppa di latte oppure le patatine. Spesso quando si mangia di notte è perché di giorno non si riesce ad avere un momento per sé stessi, mentre durante la notte, nel silenzio della casa e lontano dal telefono che squilla, ci si può fermare e accorpare tutti i piccoli momenti che non ci si è riusciti a dedicare durante il giorno.
In questi casi è possibile che si usi il cibo per abbassare l’intensità delle emozioni oppure per migliorare un po’ l’umore dopo una brutta notizia e quindi gratificarsi. Solo che spesso, alla fine della giornata o magari il giorno dopo ci si sente in colpa per aver mangiato fuori orario oppure non ci si riesce a spiegare come mai la bilancia dice di essere ingrassati di qualche kilo. Inoltre, è stato evidenziato come sensazioni di stress aumentino la voglia di mangiare, creando un inversione tra i livelli di cortisolo e melatonina leptina. Rispetto al nocturnal eating, esso porta la persona ad avere un ritmo sonno-veglia alterato perché non riesce a dormire costantemente durante la notte.
Rimedi e consigli per i Disturbi alimentari
Questi tre comportamenti alimentari (Grazing, Sweeteating, Nocturnal Eating) non sono così eclatanti come le abbuffate, ma è comunque una piccola forma di controllo sul cibo. Come si scopre se effettivamente con questi comportamenti si gestiscono le emozioni? Se vi riconoscete in uno di questi, provate a osservare quando effettuate questi comportamenti o se ci sono dei momenti in cui li fate più spesso e magari osservate se in quella giornata avete avuto una brutta notizia o se avete il bisogno di rilassarvi perché vi sentite stressati; oppure provate a non spilluzzicare o a non mangiare cioccolatini oppure a non mangiare di notte per qualche mese.
Anche se questo è un comportamento ben radicato fin dall’infanzia o comunque da molti anni, quello che si può fare è osservare se si ha fame oppure no e soprattutto se è successo qualcosa o se ci sono pensieri che generano emozioni come rabbia, tristezza o ansia.
Il modello cognitivo-comportamentale per il trattamento disturbi dell’alimentazione
Il modello cognitivo-comportamentale si è dimostrato valido per aiutare i pazienti affetti da Disturbi dell‘Alimentazione e di conseguenza migliora nettamente la qualità di vita.
Saunders R. “Grazing”: a high-risk behavior. (2004) Obes Surg, vol. 14, p. 98–102.
Burgmer R., Grigutsch K., Zipfel, S., Wolf A.M., de Zwaan M., Husemann, B., Albus C., Senf W., Herpertz S. (2005) Obesity Surgery, vol. 15, p. 684-691
Spaggiari M.C., Granella F., Parrino L., Marchesi C., Melli I., Terzano M.G. (1994). Nocturnal Eating Syndrome in Adults. Sleep, Vol. 7, Issue (4), p. 339-344.
Rogers P.J., Hardman C.A. (2015). Food reward. What it is and how to measure it. Appetite, Vol. 90, p. 1–15.
Schulte EM, Avena NM, Gearhardt AN. Which foods may be addictive? The roles of process- ing, fat content, and glycemic load. PLoS One 2015;10:e0117959.
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I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (D.S.A.) sono disturbi neurobiologici che influiscono sulla capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente. La dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia rientrano all’interno di questa categoria.
La Didattica a Distanza (D.A.D.) può peggiorare i Disturbi Dell’Apprendimento?
La D.A.D. sta rappresentando una grande sfida per tutti gli studenti e i docenti. Le difficoltà riscontrate e l’efficacia di tale modalità di didattica variano da studente a studente: infatti ci sono studenti che hanno mostrato maggiori problemi ad adattarsi; altri, tra cui gli studenti con D.S.A, sostengono di aver avuto meno problematiche poiché più familiari con l’utilizzo dei dispositivi elettronici.
Le difficoltà sperimentate non sempre riguardano direttamente la nuova modalità di didattica, ma fanno anche riferimento ad altri fattori che sono indispensabili nell’attuare una buona didattica a distanza (ad esempio, la possibilità di disporre di un PC o di una buona connessione internet, etc.).
Quindi, per concludere, in nessun modo la D.A.D. può influire su un disturbo di questo tipo, dal momento che, come detto in precedenza, si tratta di disturbi neurobiologici e quindi presenti fin dalle prime fasi evolutive, slegati dal tipo o dalla qualità di insegnamento che si riceve.
Cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento?
I Disturbi Specifici dell’Apprendimento sono innati, cioè presenti fin dalle fasi iniziali dello sviluppo e accompagnano il soggetto per l’intero ciclo di vita; sono specifici, cioè coinvolgono esclusivamente le abilità di lettura, scrittura e calcolo. E, inoltre, sono resistenti all’automatizzazione.
Per comprendere quest’ultimo concetto ripensiamo alla prima volta che abbiamo guidato la nostra automobile: eravamo così concentrati su tutti gli step da seguire da non riuscire a focalizzare l’attenzione anche su altro. Dopo un po’ di pratica e dopo aver acquisito maggiore sicurezza e disinvoltura, ci accorgiamo di un bellissimo tramonto. Ecco che l’automatizzazione dei diversi step di guida ci ha permesso di guidare e contemporaneamente di osservare un panorama, ascoltare un brano musicale, parlare con il passeggero, etc.
Ritornando ai Disturbi Dell’Apprendimento, nei bambini con D.S.A., i processi di lettura, scrittura e calcolo faticano ad automatizzarsi rendendo così, spesso, impegnativi compiti che per tanti altri bambini sono semplici e veloci.
Come riconoscere un bambino con un Disturbo Specifico dell’Apprendimento?
I Disturbi Specifici dell’Apprendimento si manifestano in modo diverso in base all’età. Questo significa che la dislessia di Francesco (9 anni) avrà caratteristiche ben diverse da quella di Renato (20 anni). In linea generale, un bambino con dislessia può mostrare dei tempi di lettura più lunghi del previsto, commettere più errori dei coetanei o avere difficoltà a imparare le lingue straniere, mentre un bambino con disortografia può commettere molti errori ortografici o essere più lento nella scrittura. Un bambino con discalculia, invece, può avere difficoltà nel recupero delle tabelline o a leggere, scrivere e incolonnare correttamente i numeri.
Cosa si può fare quando si sospetta che un bambino abbia un Disturbo Specifico dell’Apprendimento?
Quando i genitori o gli insegnanti si rendono conto che il bambino manifesta difficoltà scolastiche è opportuno contattare un professionista specializzato in quest’ambito (psicologi, neuropsichiatri infantili e logopedisti). L’equipe procederà alla valutazione degli apprendimenti tramite l’utilizzo di test clinici specifici e all’identificazione della difficoltà e del percorso di trattamento più idoneo da seguire.
Altri Risvolti emotivi correlati
I bambini con D.S.A. rispetto ai loro compagni senza particolari difficoltà hanno un concetto di sé più negativo, mostrano un’autostima più bassa e provano più ansia. Non è corretto associare linearmente tali difficoltà emotivo-relazionali ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Allo stesso tempo però avere un D.S.A. potrebbe rappresentare una condizione di rischio per l’insorgere di tali disturbi emotivo-relazionali. Ancora troppo spesso, incontro famiglie e insegnanti che identificano questi ragazzi come “svogliati”, ma accettare che il disturbo sia qualcosa di indipendente dall’impegno e della volontà del bambino rappresenta una buona strategia iniziale per favorire il suo benessere emotivo. In un’ottica di prevenzione, sembra fondamentale poter contare su una scuola inclusiva, su una famiglia accogliente e supportiva e su una rete sociale solida. I bambini trascorrono la maggior parte del loro tempo a scuola e in ragione delle loro caratteristiche ogni compito è una sfida che spesso causa frustrazione. Il mio suggerimento è di stimolare sempre più in loro interessi molteplici (ad esempio, sport, hobbies, etc.) poiché devono cimentarsi in contesti dove la loro peculiarità di apprendimento non rappresenti un ostacolo. Tutto ciò risulta molto importante per la costruzione di una buona autostima e non solo.
Quali terapie e rimedi per trattare i disturbi dell’apprendimento (D.S.A)?
È possibile effettuare trattamenti di abilitazione o riabilitazione delle abilità deficitarie. La precocità dell’intervento è di fondamentale importanza per una migliore prognosi. Tali percorsi di potenziamento hanno l’obiettivo di migliorare le prestazioni e sono caratterizzati da cicli brevi e ripetuti di due o tre sedute alla settimana per minimo tre mesi da realizzare presso uno studio specializzato.
La terapia cognitivo-comportamentale è un intervento utile per prevenire certi disagi psicologici nell’ambiente scolastico e familiare e per trattare specifici problemi dell’apprendimento. Contattaci per una valutazione: PAGINA CONTATTI.
Bibliografia
Cornoldi, C. (Ed.). (2007). Difficoltà e disturbi dell’apprendimento. Il mulino.
Tressoldi, P. E., & Vio, C. (2012). Il trattamento dei disturbi specifici dell’apprendimento scolastico. Edizioni Erickson.
Vio, C., Tressoldi, P. E., & Presti, G. L. (2012). Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento scolastico. Edizioni Erickson.