Transfert in psicoterapia: significato e gestione nella relazione terapeutica

Transfert in psicoterapia: significato e gestione nella relazione terapeutica

Nel percorso di psicoterapia, la relazione tra paziente e terapeuta è uno degli strumenti di cambiamento più potenti. Al centro di questa dinamica si colloca un fenomeno psichico fondamentale e complesso: il transfert. Comprendere il suo significato è essenziale per capire come il nostro passato influenzi il presente, anche all’interno della stanza di terapia.

Il transfert è un fenomeno in cui il paziente proietta sul terapeuta emozioni, desideri e conflitti originati da relazioni significative del passato, come quelle con i genitori o altre figure di riferimento. Questo processo avviene principalmente a livello inconscio e può manifestarsi in vari modi: affetto, rabbia, idealizzazione o dipendenza.

Le Origini del Concetto di Transfert: da Freud a Jung

Sigmund Freud fu il primo a teorizzare il transfert, descrivendolo come un meccanismo attraverso il quale i sentimenti rimossi vengono trasferiti sull’analista. Inizialmente visto come un ostacolo alla terapia, Freud riconobbe successivamente il suo potenziale terapeutico, considerandolo un “alleato” nel processo analitico. Carl Jung, d’altro canto, interpretò il transfert come una forma di proiezione, dove l’intensità dei sentimenti trasferiti corrisponde all’intensità dei contenuti inconsci del paziente. Per Jung, l’analista ha il compito di assecondare questa proiezione e restituirla al paziente, facilitando l’accesso a contenuti psichici significativi.

Come si manifesta il Transfert: esempi positivi e negativi

Il transfert può assumere diverse forme all’interno della relazione terapeutica:

  • Transfert positivo: si esprime con sentimenti di affetto, ammirazione e idealizzazione del terapeuta.
  • Transfert negativo: si manifesta attraverso rabbia, ostilità, svalutazione o rivalità nei confronti del terapeuta.
  • Dipendenza emotiva: il paziente mostra un bisogno eccessivo di approvazione, guida o rassicurazione da parte del terapeuta.
  • Sostituzione di ruoli: il terapeuta viene percepito inconsciamente come una figura genitoriale (materna o paterna), un partner o un’altra figura chiave del passato del paziente.

Una delle manifestazioni più intense e complesse del transfert positivo, ad esempio, può portare il paziente a sviluppare veri e propri sentimenti romantici. Questo fenomeno, tutt’altro che raro, è un chiaro esempio di come le dinamiche transferali possano portare a innamorarsi del proprio psicoterapeuta, una situazione che richiede una gestione attenta e professionale.

La Gestione del Transfert all’Interno della Terapia

Un terapeuta esperto deve riconoscere e gestire il transfert con consapevolezza e professionalità. Le principali strategie includono:

  • Riconoscimento e validazione: accogliere le emozioni del paziente senza giudizio, riconoscendole come una parte valida e importante del processo.
  • Analisi e interpretazione: esplorare insieme al paziente le origini dei sentimenti trasferiti e la loro connessione con esperienze e relazioni passate.
  • Mantenimento dei confini professionali: evitare coinvolgimenti personali che possano compromettere la neutralità terapeutica e la sicurezza dello spazio di lavoro.
  • Utilizzo del transfert come strumento terapeutico: analizzare le dinamiche relazionali che emergono “qui e ora” nella stanza di terapia per promuovere la consapevolezza e il cambiamento.

Il Controtransfert: la Risposta Emotiva del Terapeuta

Strettamente legato al transfert è il controtransfert. Questo termine si riferisce all’insieme delle reazioni emotive, consce e inconsce, del terapeuta nei confronti del paziente, reazioni che possono essere a loro volta influenzate dalle esperienze e dai conflitti personali del terapeuta. La consapevolezza e l’analisi del proprio controtransfert sono essenziali per evitare che le emozioni del terapeuta interferiscano con il processo terapeutico e per utilizzarle come ulteriore strumento di comprensione del mondo interno del paziente.

Le Implicazioni Terapeutiche del Transfert

Il transfert offre una finestra unica sui conflitti emotivi e sugli schemi relazionali del paziente, permettendo di:

  • Comprendere schemi relazionali disfunzionali: identificare modelli di comportamento e di emozione che si ripetono nelle relazioni significative del paziente.
  • Promuovere la consapevolezza di sé: aiutare il paziente a riconoscere e comprendere le proprie emozioni e reazioni nel momento in cui si manifestano.
  • Facilitare il cambiamento terapeutico: utilizzare le dinamiche di transfert per lavorare su temi irrisolti e promuovere la crescita personale.

Durata ed Evoluzione del Processo Transferale

La durata e l’intensità del transfert variano a seconda del paziente e del tipo di terapia. Nelle terapie psicoanalitiche classiche, il transfert può persistere per mesi o anni, rappresentando il fulcro del lavoro. In terapie più brevi e focalizzate, può essere affrontato in modo più diretto e rapido. La risoluzione del transfert è un processo graduale che implica la comprensione e l’integrazione delle esperienze passate, portando il paziente a vedere il terapeuta per quello che è, una figura professionale di aiuto, distinta dalle figure del suo passato.

Conclusioni

Il transfert è un fenomeno complesso ma fondamentale in psicoterapia. Gestito correttamente, diventa uno strumento potente per comprendere e trasformare i conflitti emotivi del paziente, facilitando un percorso di guarigione e crescita. La consapevolezza e l’analisi attenta delle dinamiche di transfert e controtransfert sono pilastri essenziali per un’efficace e etica pratica terapeutica.

La capacità di un terapeuta di navigare queste acque emotive complesse è ciò che permette di trasformare la relazione terapeutica in un’esperienza profondamente trasformativa. Se desideri intraprendere un percorso che possa aiutarti a comprendere meglio te stesso e i tuoi schemi relazionali, contattaci per maggiori informazioni.

Riferimenti Bibliografici

Desiderio Sessuale: Tra Psicoterapia e Innovazione nelle Relazioni di Coppia

Desiderio Sessuale: Tra Psicoterapia e Innovazione nelle Relazioni di Coppia

Il desiderio sessuale è un tema centrale nelle dinamiche di coppia e un argomento ricorrente nella psicoterapia moderna. Negli ultimi anni, nuovi studi hanno offerto spunti interessanti per comprendere meglio i fattori che influenzano il desiderio sessuale e come affrontare eventuali difficoltà attraverso la terapia. Dal 2020, molte ricerche si sono concentrate su tecniche innovative come la terapia cognitivo-comportamentale e il mindfulness, nonché sull’uso di strumenti tecnologici come la machine learning per identificare i principali predittori del desiderio sessuale.

Il desiderio sessuale varia naturalmente da individuo a individuo e può essere influenzato da molteplici fattori, tra cui:

  • Fattori biologici: Ormoni, come il testosterone e gli estrogeni, svolgono un ruolo cruciale nel desiderio sessuale. Variazioni nei livelli ormonali possono influenzare la libido sia negli uomini che nelle donne.
  • Fattori psicologici: Lo stato emotivo, lo stress, l’autostima e l’immagine corporea possono avere un forte impatto sul desiderio sessuale. La depressione e l’ansia, ad esempio, spesso si accompagnano a una riduzione della libido.
  • Fattori relazionali: La qualità della relazione con il partner è un fattore determinante. Conflitti non risolti, mancanza di comunicazione o intimità emotiva possono contribuire alla diminuzione del desiderio sessuale.
  • Fattori culturali e sociali: Le norme culturali e le credenze sul sesso influenzano il modo in cui le persone vivono il loro desiderio sessuale. Ad esempio, tabù o aspettative rigide legate alla sessualità possono limitare l’espressione del desiderio.

Negli ultimi anni sono stati condotti tanti studi sui fattori che influenzano il desiderio sessuale, ne emerge uno condotto da Vowels et al. (2020), il quale ha esaminato i principali predittori del desiderio sessuale, utilizzando l’apprendimento automatico per analizzare una vasta gamma di variabili. I risultati mostrano che la soddisfazione sessuale è il fattore più forte, associata a un maggiore desiderio sia individuale che di coppia. Altri fattori rilevanti includono la durata della relazione, l’intimità e la qualità dell’affetto condiviso tra i partner. Tuttavia, la soddisfazione relazionale generale non si è rivelata un predittore affidabile del desiderio sessuale di coppia​.

Le differenze di desiderio tra partner, soprattutto nelle relazioni a lungo termine, sono inevitabili. Tradizionalmente, la terapia sessuale si è concentrata sulla negoziazione della frequenza dei rapporti sessuali, ma nuove ricerche suggeriscono che puntare sulla qualità dell’esperienza erotica potrebbe essere una strada più efficace per ristabilire l’armonia sessuale​.

Le Difficoltà Legate al Desiderio Sessuale

Le difficoltà legate al desiderio sessuale possono assumere diverse forme, tra cui una diminuzione o assenza di desiderio (desiderio sessuale ipoattivo), o, in alcuni casi, un desiderio eccessivo o compulsivo. Tali difficoltà possono essere fonte di frustrazione sia per l’individuo che per il partner e, se non affrontate, possono avere un impatto negativo sulla relazione e sul benessere psicologico.

Alcune delle cause comuni delle problematiche relative al desiderio sessuale includono:

  • Disfunzioni sessuali: Tra queste, il desiderio sessuale ipoattivo è uno dei disturbi più comuni, soprattutto tra le donne. Questo può essere dovuto a una combinazione di fattori biologici, psicologici e relazionali.
  • Trauma o abusi: Eventuali traumi sessuali o abusi subiti in passato possono inibire il desiderio e la capacità di vivere serenamente la propria sessualità.
  • Problemi relazionali: Mancanza di fiducia, intimità emotiva o affetto all’interno della relazione possono portare a una diminuzione del desiderio sessuale.

Il Ruolo della Psicoterapia nel Desiderio Sessuale

La psicoterapia può essere uno strumento efficace per affrontare le difficoltà legate al desiderio sessuale, in quanto permette di esplorare e comprendere i fattori psicologici e relazionali sottostanti. Alcuni degli approcci più comuni utilizzati dai terapeuti sessuali includono:

  1. Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT): La CBT aiuta le persone a identificare e modificare i pensieri disfunzionali che influenzano il desiderio sessuale. Ad esempio, i pensieri di vergogna o paura associati alla sessualità possono essere esplorati per promuovere una visione più sana e positiva della sessualità.
  2. Terapia Sessuale: Questo approccio è specificamente mirato a trattare i problemi sessuali, inclusi quelli legati al desiderio. I terapeuti sessuali lavorano con gli individui e le coppie per migliorare la comunicazione sessuale, esplorare fantasie o desideri non espressi, e promuovere un maggiore senso di sicurezza e intimità.
  3. Psicoterapia di Coppia: Poiché le difficoltà sessuali spesso riflettono problemi relazionali più ampi, la terapia di coppia può essere utile per migliorare la comunicazione e l’intimità emotiva, che a loro volta possono stimolare il desiderio sessuale.

Terapie Innovative

Dal punto di vista terapeutico, sono emersi approcci innovativi per trattare la diminuzione del desiderio, soprattutto nelle donne. Uno studio del 2021 ha confrontato l’efficacia della terapia basata sulla mindfulness per trattare i disturbi basati sull’arousal sessuale femminile. I risultati hanno mostrato che la mindfulness ha avuto un impatto significativo nell’aumentare l’interesse sessuale e il piacere delle partecipanti, soprattutto nel lungo termine. Questo approccio è particolarmente efficace nel ridurre lo stress legato alla performance e nel promuovere una maggiore connessione con il proprio corpo e il partner, offrendo così un’esperienza sessuale più soddisfacente e meno incentrata sulla penetrazione.

Fattori di Guarigione: Comunicazione e Autocompassione

Un aspetto fondamentale nel trattare le difficoltà legate al desiderio sessuale è la comunicazione. Molte coppie evitano di parlare apertamente delle proprie difficoltà sessuali, il che può peggiorare il problema. La psicoterapia fornisce un ambiente sicuro in cui esplorare questi argomenti delicati e incoraggia una comunicazione più onesta e aperta.

L’autocompassione è un altro elemento cruciale. Spesso le persone che vivono difficoltà sessuali si colpevolizzano o si giudicano in maniera severa, il che può inibire ulteriormente il desiderio. Imparare ad avere un atteggiamento più compassionevole verso sé stessi e verso il proprio corpo può alleviare lo stress emotivo e migliorare l’esperienza sessuale.

Infine, un aspetto chiave per riaccendere il desiderio sessuale nelle relazioni di lunga durata è l’introduzione di novità erotiche. Esperimenti recenti suggeriscono che la volontà di sperimentare nuove forme di intimità può rilasciare dopamina, un neurotrasmettitore associato al piacere, aumentando così la frequenza e l’intensità del desiderio. Tuttavia, molte coppie esitano a esplorare nuove dinamiche per paura di squilibrare la relazione. La terapia può aiutare a superare questi blocchi, favorendo una comunicazione più aperta e riducendo le inibizioni​.

 

Conclusione

In sintesi, il desiderio sessuale può essere influenzato da vari fattori come la soddisfazione sessuale, l’intimità e la durata della relazione. Gli approcci terapeutici moderni, come il mindfulness e il focus sulla qualità dell’esperienza erotica, si sono dimostrati efficaci nell’affrontare queste difficoltà. Riconoscere i sintomi di una sessualità problematica e comprendere le cause è fondamentale per trovare soluzioni efficaci. Con il giusto supporto psicologico, medico e relazionale, è possibile affrontare e superare i problemi sessuali

Fonti utilizzate:

Basson, R. (2001). “The Female Sexual Response: A Different Model”. Journal of Sex & Marital Therapy. Questo studio offre una visione alternativa del desiderio sessuale femminile, che non segue sempre il classico ciclo lineare del desiderio, dell’eccitazione e del piacere;

Brotto, L. A., et al. (2012). “A Mindfulness-Based Group Psychoeducational Intervention Targeting Sexual Arousal Disorder in Women”. The Journal of Sexual Medicine. Questo studio esamina come la mindfulness possa essere utilizzata per migliorare il desiderio sessuale nelle donne;

Levine, S. B. (2003). “The Nature of Sexual Desire: A Clinician’s Perspective”. Archives of Sexual Behavior. Questo articolo esplora i vari aspetti del desiderio sessuale da una prospettiva clinica e fornisce un contesto per capire come e perché il desiderio sessuale varia tra individui;

Staccini L. Trattamento psicologico delle disfunzioni sessuali femminili: una revisione critica della letteratura. Riv Psichiatr 2015;

Sviluppare un atteggiamento di cura e gentilezza verso te stesso

Sviluppare un atteggiamento di cura e gentilezza verso te stesso

L’approccio di cura e gentilezza verso di Sé, è quello che potremmo definire approccio auto-compassionevole, non nell’accezione di pietà, bensì nel suo significato etimologico – dal latino cum patior – soffro con – e dal greco συμπἀθεια, sym patheia – “simpatia”, provare emozioni con… – indicando la competenza di consentire a noi stessi di essere toccati dalla sofferenza, nostra e altrui.

Perché abbiamo bisogno della compassione? Abbiamo bisogno della compassione perché la vita è dura. Anche se siamo nati in una situazione relativamente avvantaggiata, con pronto accesso al cibo, un posto confortevole dove vivere, persone che ci amano, istruzione e opportunità per conseguire i nostri obiettivi, tutti nelle nostre vite affrontiamo enorme dolore.

La psicoterapia basata sulla compassione permette ai pazienti di comprendere la loro sofferenza mentale in modi privi di vergogna e a fornire modi efficaci per lavorare con questa sofferenza. Negli ultimi anni, la Terapia Focalizzata sulla Compassione è stata usata in modo crescente negli ambulatori della salute mentale, innanzitutto nel Regno Unito dove è stata sviluppata e poi sempre di più nelle altre parti del mondo.

Di seguito, alcune cose utili da sapere, prima di iniziare una psicoterapia basata sulla compassione, presso il Centro Flegreo di Psicoterapia Cognitiva!

Soffrire è umano

È utile tenere a mente che soffrire è umano. Troppo spesso, quando soffriamo molto, invalidiamo la nostra esperienza emotiva – giudichiamo il nostro dolore come anormale o innaturale, o come un segnale che c’è qualcosa di sbagliato in noi. Le nostre menti ci dicono che non dovremmo sentirsi così, non dovremmo reagire così, dovremmo essere in grado di reagire meglio, non dovremmo avere questi pensieri e sentimenti. Spesso le nostre menti ci sminuiscono e ci raccontano che stiamo reagendo in modo eccessivo, o che siamo deboli, o che non è successo nulla di cui lamentarci. Ovviamente, questo tipo di atteggiamento aspro, critico, del “fattene una ragione” è esattamente l’opposto della gentilezza. Un dialogo interiore gentile implica fare esattamente il contrario, ricordando a noi stessi che è normale e naturale per l’uomo avere pensieri e sentimenti dolorosi quando la vita è difficile, quando commettiamo errori, quando veniamo respinti o quando facciamo esperienza del “reality gap” (un divario tra la realtà che desideri e la realtà che hai). E se le nostre menti confrontano in modo sfavorevole le nostre reazioni emotive con quelle degli altri (“Perché lo gestiscono meglio di me?”), possiamo ricordarci che siamo unici. Dopotutto, se qualcun altro sul pianeta avesse il tuo DNA unico, la tua infanzia unica, la tua unica storia della vita, il tuo unico corpo, avrebbero risposto esattamente nello stesso modo in cui tu hai risposto tu – perché, in effetti, eri tu!

Riconosci la tua sofferenza

Per la maggior parte di noi, la nostra “modalità predefinita” quando stiamo soffrendo è di fuggire da esso il più velocemente possibile; cerchiamo di sopprimerlo, evitarlo, negarlo, sfuggirvi o distrarci. E troppo spesso, le cose che facciamo per sfuggire alla nostra sofferenza non sono gentili e premurose (droghe, alcool, sigarette, cibo spazzatura sono alcuni esempi ovvi). Pensaci: se vuoi essere gentile con qualcuno che ami, che viene da te portando un grande dolore, che ti rende partecipe di quanto stia soffrendo, non cercheresti immediatamente di distrarlo con cose tipo:

“Oh guarda c’è una cosa scintillante!” “Hai visto quella nuova serie TV su Netflix?” Se queste fossero le tue prime risposte, saresti sgarbato e poco accogliente. Se volevi risultare gentile, la tua prima risposta sarebbe stata quella di riconoscere, con voce gentile e premurosa, quanto sia difficile, duro e doloroso.

Come posso essere più gentile con me stesso?

Un semplice modo per farlo è attraverso lo sviluppo dell’abilità del dialogo interiore gentile. Molti di noi sanno fin troppo bene quanto siano veloci le nostre menti a giudicarci e criticarci. Le nostre menti sembrano apprezzare ogni opportunità per estrarre un grosso bastone e prenderci a legnate; puntare i nostri difetti e fallimenti; etichettarci come “non abbastanza buono” in cento modi diversi. Quindi un aspetto essenziale è imparare a togliere il potere a quel dialogo interiore così severo imparando a “sganciarci” da quei giudizi severi, dalle storie “non sei abbastanza buono” quando questi si presentano. Con la psicoterapia possiamo imparare a togliere loro il potere e lasciarli andare e venire, senza essere catturati o portati in giro da loro.

In breve:

  1. Pratica la consapevolezza: Dedica del tempo ogni giorno per osservare i tuoi pensieri e sentimenti senza giudizio. Essere consapevoli delle proprie emozioni può aiutarti a comprendere meglio te stesso e ad affrontare la sofferenza con gentilezza.
  2. Coltiva la gratitudine: Trova momenti nella tua giornata per riflettere su ciò per cui sei grato. Concentrarsi sui lati positivi della vita può aiutarti a mantenere un atteggiamento di gentilezza verso te stesso e gli altri.
  3. Pratica l’auto-perdono: Accetta che tutti commettiamo errori e che fare esperienza di fallimenti è parte del processo di crescita. Perdona te stesso per gli errori passati e concentrati su come puoi imparare e crescere da queste esperienze.
  4. Sii compassionevole con il tuo corpo: Dedica del tempo per prenderti cura del tuo corpo attraverso esercizio fisico, alimentazione sana, riposo e auto-curativo. Ascolta le esigenze del tuo corpo e trattalo con gentilezza e rispetto.
  5. Cerca il supporto degli altri: Non esitare a chiedere aiuto quando ne hai bisogno. Parla con amici, familiari o uno psicoterapeuta se stai affrontando momenti difficili. Ricevere sostegno dagli altri può essere un atto di gentilezza verso te stesso.

Fonti:

  • Fare TFC – Guida pratica per i professionisti alla Terapia Focalizzata sulla Compassione (R. L. Kolts, edizione italiana a cura di G. Zucchi)
  • Semplici passi verso l’auto compassione, apprendere semplici strategie per aiutare te stesso a coltivare l’auto compassione (R. Harris, traduzione a cura di S. Torregrossa, psicologo).
Il Gaslighting: come riconoscere la violenza psicologica in una relazione

Il Gaslighting: come riconoscere la violenza psicologica in una relazione

Novembre è il mese contro la violenza sulle donne e il femminicidio. Nello specifico, il 25 novembre è il giorno in cui, in tutto il mondo, si celebra la non-violenza sulle donne, scelto non a caso. Infatti, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sceglie il 25 novembre perché ricorre l’anniversario dell’assassinio delle sorelle Mirabal, tre coraggiose donne rivoluzionarie, che furono brutalmente massacrate nel 1960. Da quel giorno, ad oggi, si sono susseguiti negli anni tantissimi femminicidi e nonostante l’attenzione al fenomeno sia alta, sembra non arrestarsi. Solo in Italia, dall’inizio del 2023 ad oggi, il fenomeno ha colpito 97 donne, di cui più della metà per mano di partner.

Origini e manifestazioni della violenza

Il fenomeno affonda le sue radici nella cultura cosiddetta “machista” e “patriarcale”, in cui imperversano stereotipi culturali e pregiudizi relativi al genere femminile. Tutto quanto detto, trova la sua massima espressione nel femminicidio, che nella maggior parte dei casi, viene anticipato da alcuni precursori e campanelli d’allarme: la violenza fisica, verbale, economica, sessuale e psicologica. Ci concentreremo su quest’ultima per capirne i segnali e riconoscerla nelle relazioni.

La violenza psicologica nelle relazioni

C’è da fare una precisazione: benché sociologicamente si sostiene che la violenza psicologica venga agita principalmente dagli uomini nei confronti delle donne, in realtà in una relazione può manifestarsi allo stesso identico modo che sia un uomo o una donna a metterla in campo.

Definizione e natura del Gaslighting

Ma che cos’è la violenza e la manipolazione psicologica? Da Wikipedia, con questa espressione si intende “un insieme di atti, parole o sevizie morali, minacce e intimidazioni utilizzati come strumenti di costrizione e di oppressione per obbligare gli altri ad agire contro la propria volontà”. La violenza psicologica non usa la forza fisica, per questo risulta essere più difficile da identificare, e si manifesta con parole e atti tesi a manipolare la volontà di altre persone. Alla base, a fare da collante a tutto questo, c’è il senso di colpa che spinge, chi la subisce, a esaudire le continue richieste del partner abusante.

Gaslighting: uno strumento di manipolazione psicologica

Uno strumento specifico, di cui fa uso la violenza psicologica è il gaslighting. Il gaslighting prende il suo inquietante nome da un’opera teatrale del 1938 di Patrick Hamilton intitolata appunto Gaslight. Racconta la storia di un marito che, per nascondere il proprio tradimento, cerca di far impazzire la moglie cambiando l’intensità delle luci delle lampade a gas (luce a gas in inglese è gaslight). Ogni volta che la moglie gli chiede se sia stato lui a modificare le luci, lui risponde di no, che è stata lei, solo che non se lo ricorda. Il gaslighting funziona esattamente in questo modo: la vittima subisce una sorta di lavaggio del cervello e viene portata a pensare di aver detto o fatto cose che in verità non ha mai compiuto.

La manipolazione prevede una serie di passaggi che smontano pezzo dopo pezzo l’autostima e le certezze della vittima e che, infine, la portano all’isolamento. Questo fenomeno si esprime attraverso tre fasi: la svalutazione, che avviene con commenti, prima ironici poi sempre meno velati, fino a instillare veri e propri dubbi; il condizionamento, che avviene con piccoli premi per aver fatto piccole o grandi cose cedendo a vere e proprie prepotenze; ed infine la punizione che si esprime nella maggior parte dei casi con il silenzio, mandando nella confusione più totale chi subisce questo tipo di violenza, che piano piano viene divorato dal senso di colpa. Le frasi tipiche di chi esercita gaslighting sono: «Non devi sentirti così», «Guarda che ti ricordi male (come sempre)», «Questo non è mai successo, ti inventi le cose», «Ma stai bene? Mi sto preoccupando per te perché dici cose strane».

Supporto e aiuto

Se ti riconosci in questa dinamica e vuoi supporto per poterne uscire, inizia un percorso di psicoterapia assieme a noi! PUOI CONTATTARCI CLICCANDO QUI

Fonti: Maledetta sfortuna, Carlotta Vagnoli, Fabbri editori 2021.

Un mio parente ha il doc, che faccio?

Un mio parente ha il doc, che faccio?

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo, è un disturbo psichiatrico caratterizzato dalla presenza di ossessioni, quindi pensieri e/o impulsi, ricorrenti e intrusivi, e/o compulsioni, ovverosia rituali, che hanno la funzione di rassicurare il paziente rispetto alle ossessioni. Il Disturbo Ossessivo Compulsivo differisce dalle normali preoccupazioni o rituali dello sviluppo perché sono eccessivi e persistenti nel tempo.

Il ruolo di amici e parenti nel trattamento

Se un amico o un parente, presenta i sintomi sopraelencati e/o gli è stato già diagnosticato il Disturbo Ossessivo Compulsivo, sarà di fondamentale importanza per la riuscita del trattamento, che il contesto in cui è inserito, sia preparato adeguatamente per evitare di mantenere i sintomi del disturbo. Con quest’espressione, ci si riferisce a tutti quei comportamenti che rinforzano il sintomo anziché estinguerlo.

Spesso, amici e parenti di chi soffre di DOC, si ritrovano ad offrire il loro spontaneo sostegno o a rivestire il difficile ruolo di caregiver, ma involontariamente, può succedere che anziché sostenere la persona, sostengano il DOC. D’altra parte, sia chiaro che nessuno deve sentirsi responsabile dei problemi relativi al DOC, perché esso non si origina a causa di qualcosa che familiari o amici hanno fatto o meno. Potrete tentare di aiutare la persona a voi cara a liberarsi dal suo disturbo, modificando certi atteggiamenti che tendono, a vostra insaputa, a mantenerlo, ma se non ci riuscirete non dovrete in alcun modo sentirvi colpevoli. A tal proposito, di seguito si elencano alcuni suggerimenti:

Riconoscere il DOC come una malattia e non giudicarlo

È naturale che vedere una persona cara che perde tempo in “ridicoli” rituali possa irritare, ma giudicare o utilizzare altre forme di punizione rendono ancora più difficile contrastare attivamente il DOC.

Considerare il DOC uno specifico problema psichiatrico, renderà più semplice abbandonare l’idea che chi ne soffre sia in qualche modo in difetto, debole, pigro o di scarsa volontà; si darà così un primo, indispensabile contributo affinché il trattamento sia veramente efficace.

Non fare l’aiutante

I genitori, i membri della famiglia, i fratelli e alcuni amici sono spesso coinvolti nei rituali di chi soffre di DOC. Può accadere, involontariamente, di assecondare le richieste di chi soffre di DOC, modificando quello che sarebbe il comportamento spontaneo per farlo stare tranquillo e non alimentare le sue paure, questo però risulta dannoso, anche se più facile.

Incoraggiare senza rassicurare

Rassicurare chi soffre di DOC che senza i suoi rituali non accadrà un evento terribile, più porterà l’altro a smentirvi e iniziare con voi una discussione che non porterà a niente. Al contrario, sarà più utile incoraggiarlo a stimare realisticamente il pericolo, una sola volta e in maniera onesta.

È importante che i parenti di chi soffre di DOC, lo incoraggi a esporsi agli stimoli ansiogeni e lo sproni a fare esattamente l’opposto di ciò che gli richiede il DOC. Ad esempio, se la persona che soffre del disturbo, ha il pensiero ossessivo che possa contaminarsi se tocca gli oggetti, e la compulsione, dunque, di lavarsi continuamente le mani, sarà utile che i familiari spingano la persona a toccare gli oggetti e deliberatamente non lavarsi subito dopo le mani.

È importante ricordare sempre a chi sta lottando contro il DOC che il processo terapeutico, soprattutto all’inizio, può risultare molto faticoso, ma che col tempo ogni sforzo verrà premiato.

Lista Riassuntiva di consigli utili per aiutare chi ha il Disturbo Ossessivo Compulsivo

• Considerare il DOC una malattia e non giudicare chi ne soffre
• Non fare l’aiutante assecondando le richieste ossessive
• Incoraggiare senza rassicurare sui pericoli inesistenti
• Spronare chi soffre di DOC a esporsi agli stimoli ansiogeni e a non eseguire i rituali
• Sostenere chi soffre di DOC nel difficile percorso terapeutico

 

Bibliografia:

  • Vincere le ossessioni. Capire e affrontare il Disturbo Ossessivo Compulsivo; Gabriele Melli; Edizioni Centro Studi Erickson S.p.A., 2018.
  • Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5; Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.