Psicooncologia: il supporto psicologico per pazienti oncologici e familiari

Psicooncologia: il supporto psicologico per pazienti oncologici e familiari

La psicooncologia è una disciplina relativamente recente che unisce la psicologia e l’oncologia per affrontare l’influenza psicologica della malattia oncologica sui pazienti e sui loro familiari. La diagnosi di cancro, infatti, non impatta solo sul corpo ma anche sulla mente, spesso apportando una serie di reazioni emotive e psicologiche complesse, come un forte carico di stress e disorientamento. Questa disciplina si propone di supportare i pazienti in questo viaggio, aiutandoli a gestire le sfide psicologiche e migliorare la loro qualità di vita.

L’impatto psicologico e i sintomi legati alla diagnosi di tumore

Ricevere una diagnosi di cancro può scatenare emozioni intense come stati di shock, paura, angoscia e ansia, oltre a tristezza, rabbia e impotenza. Queste emozioni possono influenzare il modo in cui i pazienti affrontano il trattamento e la loro vita quotidiana. Molti pazienti possono sentirsi sopraffatti dall’idea della mortalità, dalla necessità di affrontare terapie invasive e dagli effetti collaterali che queste comportano.

Le reazioni emotive, inoltre, non sono statiche, ma mutano a seconda delle diverse fasi della malattia. Nella fase della diagnosi predomina lo shock e la negazione; durante la fase dei trattamenti (come chirurgia, chemioterapia o radioterapia) possono insorgere sbalzi d’umore, vissuti depressivi e faticabilità cronica, la cosiddetta fatigue. Infine, un momento particolarmente delicato è la fase di remissione o follow up: paradossalmente, proprio quando le cure terminano, il paziente può sperimentare la Sindrome di Damocle, ovvero la costante ansia e paura delle ricadute, che richiede un supporto psicologico mirato per tornare a progettare il futuro serenamente. La psicooncologia si occupa di tutte queste problematiche, offrendo supporto psicologico e strategie per affrontare le emozioni negative.

L’importanza del supporto psicologico: come affrontare la malattia

Il supporto psicologico può manifestarsi in diverse forme, tra cui la terapia individuale, i gruppi di sostegno e le tecniche di rilassamento. Le terapie utilizzate in questo contesto possono includere la terapia cognitivo-comportamentale, la terapia di gruppo e la mindfulness.

Da un punto di vista pratico, questi approcci si rivelano strumenti preziosi anche per gestire sintomi fisici legati allo stress, come l’insonnia, la tensione muscolare o la nausea anticipatoria che talvolta precede le sedute di chemioterapia. Le tecniche di rilassamento aiutano il paziente a rimanere ancorato al momento presente, riducendo il rimuginio sul passato o il timore per il domani.

Ecco 4 obiettivi fondamentali attraverso i quali tali approcci possono aiutare i pazienti:

  • Comprendere e gestire le emozioni: parlare delle proprie paure e preoccupazioni in un ambiente sicuro e supportivo può aiutare a normalizzare l’esperienza e ridurre l’ansia e ad attivare tutte le risorse per attraversare il percorso della malattia.
  • Cambiamento della percezione della malattia: la psicooncologia incoraggia i pazienti a vedere il cancro non solo come una malattia, ma anche come un’opportunità per riconsiderare le proprie priorità e valori.
  • Migliorare la comunicazione: la comunicazione aperta con i familiari e i medici è cruciale. La psicooncologia aiuta i pazienti a esprimere i propri bisogni e a dialogare con chi li circonda.
  • Sviluppare strategie di coping: attraverso tecniche di rilassamento, esercizi di respirazione e altre pratiche, i pazienti possono imparare a gestire lo stress nel corso del trattamento.

Il ruolo della famiglia: il carico di chi assiste il malato

La psicooncologia non si occupa solo del paziente, ma estende il suo supporto anche ai familiari. I familiari spesso vivono un intenso stress emotivo e possono sentirsi impotenti di fronte alla malattia del proprio caro. In ambito clinico si parla spesso di Caregiver Burden, ovvero il carico emotivo e fisico di chi assiste. Il partner o il familiare che si prende cura del malato tende frequentemente ad annullare i propri bisogni, sperimentando forti sensi di colpa se si concede del riposo, fino a rischiare un vero e proprio esaurimento (burnout). La psicooncologia interviene per legittimare la sofferenza del caregiver, offrendogli uno spazio in cui poter esprimere la propria vulnerabilità senza sentirsi giudicato o sbagliato.

Le linee guida psicooncologiche includono il supporto e la consulenza per i familiari, aiutandoli a leggere e comprendere le dinamiche emergenti e a trovare modi efficaci per supportare il paziente.

In conclusione: un percorso verso la consapevolezza

La diagnosi di cancro è un viaggio complesso e la psicooncologia offre un importante aiuto per vivere questo periodo con maggiore consapevolezza e supporto poiché il benessere emotivo gioca un ruolo chiave in tutto il percorso oncologico. Essere informati e avere accesso a risorse psicologiche può fare una differenza significativa, contribuendo a migliorare la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie durante e dopo il trattamento.

Articolo a cura della Dottoressa Carmela Petito

Affrontare una diagnosi oncologica, che riguardi te o una persona a te cara, scatena emozioni che possono sembrare impossibili da gestire da soli. Non devi attraversare questo viaggio in solitudine. Un percorso psicologico mirato può fornirti gli strumenti per navigare le paure, alleviare il carico del “caregiver” e ritrovare un equilibrio emotivo durante e dopo le cure.

Contattaci per informazioni
Prenota un appuntamento

ESPLORANDO IL MONDO DEI PENSIERI DEL PAZIENTE con ADHD

ESPLORANDO IL MONDO DEI PENSIERI DEL PAZIENTE con ADHD

Esplorando il Mondo dei Pensieri del Paziente con ADHD

Quando si parla di ADHD si fa riferimento al Disturbo del Deficit di Attenzione che può essere accompagnato anche da iperattività. In questo articolo cercheremo di osservare più da vicino i pensieri di chi vive con l’ADHD.

1 – Creatività in Movimento

Le persone con ADHD spesso sperimentano un oceano di idee, potremmo considerare la loro mente come un caleidoscopio che non cessa mai di ruotare. Le idee ed i pensieri si annodano e si sovrappongono. Questa creatività di movimento può portare sia a pensieri divergenti e soluzioni innovative, ma può a sua volta avere la caratteristica di un pensiero ruminativo ed intrusivo invalidante.
La mente di un ADHD è in continua attività, sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Tale iperattività mentale, combinata con una ridotta capacità di regolare i propri pensieri, può trasformare i pensieri intrusivi in vere e proprie spirali ossessive per cui anche un semplice errore o una situazione imbarazzante possono essere ripensati all’infinito. Approfondisci i disturbi del pensiero leggendo Navigare il labirinto del pensiero.

2 – Concentrazione Selettiva

Con l’ADHD si parla di concentrazione selettiva: gli individui diventano iperfocalizzati quando un argomento o un’attività è di loro interesse, tutto il resto va in secondo piano. Questa loro capacità di concentrarsi tanto su un compito può portare a risultati incredibili, ma può anche renderli disattenti rispetto a tutto il resto e perdere di vista altre responsabilità e informazioni pertinenti. Per saperne di più su come supportare chi vive questa sfida, leggi ADHD e Compiti.

3 – Disregolazione Emotiva

Le persone possono avere difficoltà a regolare le proprie emozioni. Questo può influire sulla loro capacità di rispondere in modo appropriato ai segnali emotivi altrui. Ciò non significa che manchino di empatia, ma che lottano per bilanciare il proprio mondo emotivo interno con quello esterno.

4 – Collegare i Punti

L’ADHD è come un puzzle in continua evoluzione. Questo processo di collegamento di vari punti tra idee e pensieri diversi può portare ad intuizioni eccellenti, ma può anche divagare in percorsi di pensiero senza fine.

5 – La Bellezza dell’Unicità

Come abbiamo potuto ben vedere, il pensiero delle persone con ADHD è molto più che diverso: è uno tsunami di creatività. Questi pensieri molto spesso non seguono regole convenzionali, ma potremmo considerarli una danza a ritmo di melodia interna. Per approfondire come le terapie possono essere utili nell’infanzia, visita ADHD nell’infanzia.

 

COME PENSA UNA PERSONA CON ADHD? LE PERSONE CON ADHD PENSANO IN MODO DIVERSO?

Risposta secca? Si, sono ‘sognatori ad occhi aperti’. Essendo un disturbo del neurosviluppo, ci sono differenze cerebrali che portano le persone con ADHD a pensare e vedere il mondo in modo diverso.
La parte del cervello maggiormente colpita da chi soffre di questo disturbo è il lobo frontale che tende a svilupparsi più lentamente, e questa parte del cervello è proprio quella che gestisce il pensiero complesso, l’organizzazione e la pianificazione.
Le persone che ADHD tendono ad avere un impulso veloce perché i percorsi neurali che dovrebbero inibire lo stimolo impulsivo possono essere lenti, proprio per questo, tendono a fare fatica a autoregolarsi.
Chi soffre di ADHD  infine ha un concetto di permanenza degli oggetti un po’ inaspettato, per queste persone concentrarsi su compiti e responsabilità può non essere sempre una presenza costante nella mente per cui diventa difficile mantenere obiettivi a lungo termine.

 

Scopri i Tipi di Terapie

Se stai cercando soluzioni per affrontare l’ADHD o altre difficoltà, il Centro Flegreo offre un’ampia gamma di terapie personalizzate, tra cui opzioni individuali, familiari, di coppia e online. Visita la nostra pagina relativa ai Tipi di Terapie per trovare quella più adatta a te.
Hai bisogno di maggiori informazioni o vuoi fissare un appuntamento? Visita la nostra pagina Contattaci per entrare in contatto con i nostri specialisti e iniziare il tuo percorso verso il benessere.

 

Bibliografia

 

Resnick R.J. (2002). Impulsività, disattenzione e iperattività nell’adulto – Guida al trattamento dell’ADHD. Ed. Mc Graw-Hill

Alfabetizzazione Emotiva

Alfabetizzazione Emotiva

Le emozioni insieme al nostro corpo sono il ponte che ci connette con noi stessi e con gli altri, proprio per questo motivo, l’alfabetizzazione emotiva viene considerata una competenza che può aiutarci a esplorare e comprendere a pieno il nostro mondo interno.

Cos’è l’Alfabetizzazione Emotiva?

Nel mondo frenetico di oggi, l’intelligenza emotiva è diventata una competenza chiave per il successo personale e professionale. Essa si riferisce al processo attraverso il quale impariamo a comprendere e gestire il nostro universo emotivo. Educare alla alfabetizzazione emotiva consiste nel rendere le persone consapevoli della caratteristica di ogni emozione, come esse si esprimono e come si possono gestire nella loro intensità. Questo processo inoltre include la capacità di esprimere emozioni in modo appropriato, di regolare le reazioni emotive e di sviluppare empatia per gli altri. È un aspetto fondamentale dello sviluppo personale che contribuisce al benessere mentale e emotivo. Gli autori Rafael Bisquerra e Daniel Goleman mostrano un forte interesse per l’educazione emotiva e il suo sviluppo, sostenendo che quest’ultima insieme allo sviluppo morale e la civiltà dell’individuo vanno di pari passo con l’alfabetizzazione emotiva e l’educazione dell’intelligenza emotiva.

Educare alla Alfabetizzazione Emotiva, Perché?

Partendo dalle fondamenta, possiamo dire che l’educazione alla alfabetizzazione emotiva si basa su quattro pilastri:

  • Consapevolezza emotiva: la capacità di identificare le proprie emozioni e quelle altrui, riconoscendone le origini, le sfumature e gli effetti.
  • Regolazione emotiva: la capacità di modulare l’intensità, la durata e l’espressione delle proprie emozioni.
  • Comprensione emotiva: la capacità di comprendere la mente dell’altro e la connessione con gli stati emotivi propri e altrui.
  • Gestione emotiva: la capacità di modulare l’intensità delle emozioni facilitandone anche gli aspetti espressivi.

Gli obiettivi dell’educazione all’alfabetizzazione emotiva sono:

  • Compiere delle scelte in base ai propri bisogni e desideri senza conformarsi necessariamente agli altri.
  • Differenziare le emozioni dai pensieri e dai comportamenti e capirne le dinamiche.
  • Imparare l’autoregolazione e l’autocontrollo.
  • Comprendere cosa sono le emozioni, come si localizzano nel corpo, come si esprimono e cercare di riconoscere quelle degli altri.
  • Imparare a gestire il livello di emotività e i segnali corporei.
  • Imparare a tollerare le avversità della vita quotidiana.
  • Comprendere la propria posizione all’interno dello spazio intersoggettivo.
  • Prevenire comportamenti a rischio.
  • Promuovere una maggiore comprensione e accettazione di sé.

L’Importanza dell’Alfabetizzazione Emotiva

Bisogna precisare però che non è solo importante capire cosa proviamo, ma anche come lo esprimiamo e il modo in cui gestiamo le nostre emozioni, visto il modo in cui influiscono sul nostro benessere psicologico.

L’educazione emotiva può iniziare fin dalla prima infanzia, con attività, fiabe, disegni e giochi che incoraggiano i bambini a riconoscere e esprimere le loro emozioni. Nelle scuole, programmi specifici integrano l’educazione emotiva nel curriculum, insegnando agli studenti a gestire lo stress, a sviluppare relazioni empatiche e a migliorare la comunicazione.

Per sviluppare l’alfabetizzazione emotiva, è necessario creare un clima emotivo positivo, in cui le emozioni siano accolte, validate e condivise. Inoltre, è importante fornire strumenti e opportunità per esplorare, esprimere e regolare le emozioni, attraverso attività ludiche, artistiche, narrative e riflessive.

Il Ruolo degli Psicologi

Gli psicologi giocano un ruolo cruciale nell’alfabetizzazione emotiva. Essi possono creare un ambiente di apprendimento che valorizza e incoraggia l’espressione emotiva. In terapia possono insegnare ai bambini, agli adolescenti e agli adulti come conoscere ed esplorare il complesso mondo delle emozioni. Accrescere le proprie competenze affettive può portare non solo ad un maggior benessere come individui, ma soprattutto alla possibilità di muoversi e di realizzarsi nel pieno delle proprie possibilità.

Se stai cercando uno psicologo a Fuorigrotta (Napoli), oppure online per affrontare le tue sfide personali o lavorare su problemi di salute mentale, è essenziale trovare il professionista giusto che possa soddisfare le tue esigenze individuali. Trovare il giusto terapeuta può essere una parte fondamentale del tuo percorso verso il benessere psicologico e emotivo: CONTATTACI CLICCANDO QUI.

 

La gestione del bambino ostile

La gestione del bambino ostile

Mettere al mondo un figlio è un progetto d’amore, egli non ci deve nulla, l’amore che gli doniamo dovrebbe essere incondizionato, i contenitori e i regolatori del suo mondo emotivo sono i loro genitori e non viceversa.

Crescere un bambino ostile non è semplice per un genitore ma se gli si fornisce la possibilità e l’opportunità di scoprire, riflettere ed esprimere tutte le sue potenzialità, diventerà un genitore che si sentirà competente e adeguato al ruolo, meno frustrato e più regolato/regolante per cui tutto questo andrà a incidere positivamente sul benessere psicofisico del bambino ma anche della famiglia.

Comprendere e Affrontare il Comportamento Ostile dei Bambini

Un bambino che ha difficoltà a gestire le proprie emozioni molto spesso viene definito bambino ostile o oppositivo, in vista del fenomeno che tende molto spesso ad esprimersi in modo eccessivamente rabbioso e sfidante.

Un fattore rilevante da non tralasciare assolutamente è capire che dietro un atteggiamento poco adattivo si cela una forma di sofferenza che non deve essere ignorata o sminuita, ma anzi essa va ascoltata e accolta. Quando si parla di ostile si fa riferimento ad un bambino che ha vissuto delle situazioni difficili o spiacevoli durante la sua infanzia o anche un clima genitoriale conflittuale manifesto o latente/taciuto, tali emozioni spiacevoli non hanno trovato contenitori genitoriali con strumenti efficaci per sintonizzarsi con tale sofferenza emotiva la cui espressione è sfociata in comportamenti rabbiosi, oppositivi o di isolamento proprio per comunicare e gestire tale disregolazione emotiva.

Spesso capita che i genitori, frustrati e disorientati da tali comportamenti, diventano essi stessi provocatori, alzando la voce e mettendo il bambino in castigo, ma in questi casi punizioni ed urla non fanno altro che intensificare le emozioni negative del piccolo che cerca di comunicare con l’unico strumento che ha, la rabbia. Un atteggiamento punitivo o provocatorio da parte dei genitori potrebbe far persistere nel tempo un senso di frustrazione ed addirittura compromettere l’autostima del bambino.

Come bisogna comportarsi con un bambino ostile?

In primis bisogna sapere che un bambino ostile è un bambino che non ha strumenti per gestire ed esprimere un disagio emotivo né per sapere di avere un valore nonostante i suoi limiti. Egli può manifestare pianto eccessivo e frequente, sonno disorganizzato, rabbia manifestata ad alta intensità, passare da gioia intensa a pianto intenso in poco tempo, ed è proprio qui che i genitori possono imparare ad inserirsi per fornire affetto, sicurezza e sana comunicazione.

Come avere cura di un bambino ostile?

La premessa importante è capire che i bambini ci osservano e si modellano attraverso il nostro esempio, la loro prima mini società da cui apprendono è proprio la famiglia. Comunicare e regolare i bambini ostili è molto difficile per un genitore e molto spesso le regole da sole non bastano, proprio per questo è necessario affiancarle ad altre competenze:

  • Educare all’intelligenza emotiva: Educare all’intelligenza emotiva significa per un genitore sintonizzarsi con le emozioni del proprio figlio. Domande come: “Cosa provi?”, “Come stai?”, “Come posso aiutarti?” sono fondamentali per aiutare il bambino ad avere spazio, connessione e contenimento emotivo.
  • Comunicazione assertiva: La comunicazione assertiva si basa molto sul dialogo con il piccolo, è importante instaurare una connessione tra genitore-figlio e chiedere spiegazioni. Adottando un atteggiamento calmo e determinato, il genitore adesso può spiegare al figlio cosa ha sbagliato e mostrargli come è giusto agire. Quando si assegnano punizioni il bambino arriverà alla conclusione che solo lui è sbagliato senza capire invece che è l’atto in sé che è inadeguato. Ma questo perché succede? Ogni atteggiamento punitivo o giudizio è visto come minaccia alla autostima per il bambino poiché è ancora troppo piccolo per riuscire a separare il giudizio negativo del genitore su un singolo atteggiamento dal giudizio che il genitore ha su di lui come persona nella sua globalità.
  • Un posto sicuro e un clima di fiducia: Quando si parla di posto sicuro ci si riferisce al legittimo bisogno di sicurezza che ha il bambino e, quello di poter credere nel proprio genitore, è un passaggio importante per il bambino e per il genitore è fondamentale trasmettere al bambino che il genitore crede in lui e in tutte le sue risorse e potenzialità. Dare fiducia ai nostri piccoli porta automaticamente ad incoraggiarli all’autostima e all’autonomia.

Presso il nostro Centro Flegreo di psicoterapia cognitiva, sono previsti incontri di parent training e laboratori di gruppo in cui i genitori possono apprendere strumenti efficaci per la gestione dei loro bambini, riflettendo sulle proprie modalità educative e sperimentandone altre idonee per le peculiari esigenze del loro bambino.

Supporto Psicologico a Napoli: Aiuto per Gestire le Emozioni del Tuo Bambino

Se stai affrontando sfide nella gestione delle emozioni del tuo bambino o desideri discutere ulteriormente su come migliorare la relazione con tuo figlio, non esitare a contattarci. Siamo qui per aiutarti. Prenota un colloquio o richiedi maggiori informazioni cliccando qui.

BIBLIOGRAFIA

Deny Menghini , Serena Tomassetti, Il Parent training oltre la diagnosi, Erickson, 2019.

Marcelli Daniel, Picopatologia del bambino, Milano, Masson, 2000.

Quando i genitori litigano: come proteggere i bambini dai conflitti in famiglia

Quando i genitori litigano: come proteggere i bambini dai conflitti in famiglia

Litigare in una coppia è normale, a volte capita di essere in disaccordo su alcune opinioni considerate differenti; il problema persiste quando non ci si rende conto del modo in cui si affrontano tali scontri, trasformando dei semplici litigi in vere e proprie guerre fino a far diventare la situazione disfunzionale per i minori.

Chi cresce nel clima malsano dei conflitti tra i genitori talvolta anche violenti fisicamente o verbalmente accumula a lungo andare emozioni come ansia, rabbia e frustrazione con una notevole tendenza a sviluppare una elevata sfiducia nell’altro e nelle relazioni, ma sopratutto paure abbandoniche, (leggi la storia di Maria e la sua paura dell’abbandono).

Effetti sul neurosviluppo quando i genitori litigano in presenza dei propri figli

Essere continuamente in conflitto soprattutto quando questo accade in presenza dei propri figli puo’essere definito “contenuto traumatico”, esso genera senso di colpa, che nasce proprio dalla credenza, nei minori che assistono ai conflitti violenti, di esserne stati la causa.

Diverse ricerche hanno dimostrato che litigare in modo violento in presenza dei propri figli può portare seri problemi che si ripercuotono sullo sviluppo cerebrale, specialmente nei periodi di sviluppo più sensibili, considerando anche lo stress come un altro grande elemento che può determinare il modello di condotta negativo nel bambino.

Diverse ricerche scientifiche hanno lanciato l’allerta sui danni che implica per un figlio essere testimone di litigi ricorrenti nell’ambiente familiare.

Essere esposti costantemente a fonti di stress può portare problemi soprattutto nello sviluppo cognitivo ossia minore capacità di gestire e regolare le proprie emozioni data l’indisponibilità emotiva dei genitori perché impegnati nei problemi della coppia, mancanza di strumenti utili alla risoluzione dei conflitti, paura nella richiesta di aiuto, problemi di attenzione e concentrazione nelle attività quotidiane.

La violenza a cui assistono sentendosi impotenti rende i bambini insicuri, incerti e timorosi alimentando la paura, facendo crollare l’autostima ed aumentando il rischio di psicopatologia come: sintomi di tipo depressivo o ossessivo/ansiosi, disturbi alimentari, disturbi del comportamento.

Tali aspetti descritti naturalmente tengono conto del fattore epigenetico ma è importante psicoeducare gli adulti su tali preziose tematiche che hanno comunque una influenza importante sul neurosviluppo.

Come proteggere i figli durante dei litigi tra genitori

I motivi dei litigi possono essere molteplici, ma c’è una regola di convivenza familiare che deve obbligatoriamente essere rispettata: quando i genitori litigano, qualsiasi sia il motivo, non devono farlo dinanzi ai figli. In questi casi può risultare sano insegnare e mostrare ai propri figli un modello genitoriale capace di risolvere un conflitto in modo pacifico basato sull’ascolto e suo confronto assertivo.

I disaccordi dovranno essere risolti nel luogo e nel momento adeguati, cercando di autoregolarsi e non agire con impulsività.

Accedere ad un percorso di psicoterapia per la coppia e per i genitori può essere occasione di apprendimento per la gestione dei conflitti e per il raggiungimento di una migliore qualità di vita dell’intero nucleo familiare.

 

BIBLIOGRAFIA: E.M. Cummings; P.T. Davies a cura di C. Zaccagnini e G.C. Zavattini. (2013). Il conflitto coniugale e i figli. La prospettiva della sicurezza emotiva. Borla