by Dr.ssa Carmela Petito
Cos’è la Philofobia
La Philofobia rappresenta la paura irrazionale e persistente d’innamorarsi.
L’etimologia del termine ha origini greche ‘philos’ che significa ‘amare’, e ‘phobos’ che significa ‘paura’,
Questo disturbo nei confronti del legame non è caratterizzato solo dal disagio o dall’ansia della presenza di un potenziale partner, ma può anche riguardare l’isolamento nei confronti dei familiari ed amici.
Sintomi della Philofobia
I sintomi fisici sono tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato, fiato corto e nausea, attacchi di panico, insonnia. Sono quindi sintomi caratteristici di tutte le forme d’ansia per preparare l’organismo alla fuga di fronte a una situazione percepita come pericolosa come:
I sintomi psicologici sono legati alla paura di perdere il controllo di se stessi esponendo le proprie emozioni e sentendosi vulnerabili, essi sono: ansia e paura in presenza del partner, nervosismo e agitazione al solo pensiero di essere in relazione, isolamento ed evitamento delle relazioni.
Cause della Philofobia
Esistono diverse cause che concorrono allo sviluppo della philofobia:
- Un fattore scatenante potrebbe essere un evento traumatico, come la fine dolorosa di una relazione d’amore;
- Fattori genetici, spesso si riscontra familiarità con i disturbi d’ansia nella famiglia del philofobico;
- Fattori ambientali come uno stile di attaccamento di tipo insicuro evitante, per cui il soggetto sperimenta che l’altro non sia emotivamente affidabile e disponibile, per cui è preferibile diventare autosufficienti evitando ogni forma di intimità relazionale.
Philofobia: Paura di amare o di essere amati?
Ad oggi, rispetto alla paura di amare, non è ancora ben chiaro cosa nello specifico la causi, ma si può ipotizzare che ci sia una paura di fondo: il terrore che il dolore si ripeta. La risposta a tale timore è quindi quella di evitare le relazioni: “Se evito relazioni, evito la sofferenza”.
L’incapacità a lasciarsi andare nelle relazioni molte volte nasconde la paura di perdere la propria identità, la propria autonomia e il timore di non essere apprezzati e amati per ciò che si è.
La Philofobia quindi si manifesta come profonda paura non solo di amare, ma anche di essere amati.
Quando ci innamoriamo le emozioni che proviamo sono intense, sia quelle piacevoli che spiacevoli, per cui in alcune persone emerge la paura di riprovare il dolore. Tale paura di amare ha in sé due aspetti: la paura di svelarsi, dinanzi all’altro si è nudi con la propria intimità più profonda, fisica e mentale e questo farebbe sentire il soggetto oppresso e privo di autonomia; la paura di perdere il controllo delle proprie emozioni e di sé stessi e ciò consegue il presentarsi di episodi d’ansia sproporzionata e l’evitamento dello stimolo fobico ossia l’allontanamento dal partner/relazione.
Tale paura di perdere il controllo può portare il soggetto a leggere la fase dell’innamoramento come segnale di pericolo.
Le persone philofobiche hanno paura d’instaurare relazioni alla cui base vi siano emozioni reali e quindi provano profonda angoscia quando un rapporto diviene duraturo.
Come superare la philofobia?
Andrebbe trattata come qualsiasi altro tipo di fobia rivolgendosi ad uno psicoterapeuta che attraverso la terapia cognitivo-comportamentale aiuti la persona a gestire e superare tale la fobia.
BIBLIOGRAFIA
Ghezzani, N. (2016). La paura di amare. Capire l’anoressia sentimentale per riaprirsi alla vita. Editore Franco Angeli
Veneruso, D. (2019). Philophobia e philoterapia. Paura di amare. Editore Franco Angeli
Wells, A.(2006). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia.
McGraw-Hill Education
by Dr.ssa Carmela Petito
La comunicazione, quella efficace, è alla base di ogni relazione. Soprattutto quando parliamo di relazioni amorose o di coppia.
Una comunicazione per essere efficace ha bisogno di essere prima pensata e, poi, verbalizzata in modo chiaro.
Spesso, le coppie arrivano alla consapevolezza che manca qualcosa d’importante nella loro relazione. Ovvero, sentono che manca la componente che li aiuta a costruire o ricostruire una dimensione d’intimità e di comprensione reciproca, proprio una sana ed efficace comunicazione.
Cosa fare quando c’è mancanza di comunicazione nella coppia: Terapia di coppia?
Quando in una coppia, uno dei due partner o entrambi iniziano a prendere coscienza che qualcosa non sta andando per il verso giusto allora possono intraprendere due strade:
- Chiedere aiuto, magari attraverso un percorso di terapia di coppia.
In questo caso, è una coppia che comunica efficacemente per la prima volta e, prendendo consapevolezza, vogliono insieme risolvere problematiche relazionali per divenire una coppia sempre più consolidata.
- Non fare niente: Continuare e restare in questa dimensione.
In quest’altro caso, invece, la coppia si allontana restando vicina fisicamente (ad esempio vivendo insieme). Questa, per alcuni versi, è la soluzione più semplice perché intraprendere un percorso psicoterapico richiede alla coppia d’impiegare tempo ed energie.
L’assenza della comunicazione diviene uno spazio vuoto e rumoroso, in cui ci può essere un continuo litigio oppure un continuo silenzio-assenso prevenendo l’altro.
I membri della coppia iniziano a sviluppare un istinto di sopravvivenza, con il quale fanno riferimento e affidamento solo sulle proprio forse e capacità rendendo l’altro partner superfluo. Quindi, il partner resta utile solo al fine di ricoprire un ruolo sociale (ad esempio essere marito e moglie). Questa dimensione viene chiamata “Solitudine di Coppia”, in cui i partner sono coinvolti in una relazione riconosciuta socialmente e non affettivamente.
Come comunicare efficacemente?
La comunicazione per essere efficace, ha bisogno di due fondamentali componenti: ESPRIMERE e COMPRENDERE.
Bisogna esprimere chiaramente le proprie esigenze, i propri bisogni sia personali sia di coppia. Ognuno di noi può esprimersi verbalmente attraverso una comunicazione assertiva basata sulla espressione delle proprie emozioni (Come mi sono sentito? Cosa ho provato?) piuttosto che su un linguaggio di accusa, giudizio/valutazione e colpa.
Si comprende l’altro ponendosi in un atteggiamento di ascolto e di osservazione, tentando di tenere a bada i propri giudizi e pregiudizi. In questo modo si abbasseranno le difese del proprio interlocutore e sarà più disposto all’ascolto poiché non si sentirà giudicato o sotto accusa.
Queste due dimensioni permettono ai partner di comunicare efficacemente e di esprimere anche un proprio dubbio o la non approvazione del pensiero/comportamento dell’altro. Infatti, non approvare qualcosa del partner non significa non accogliere, ascoltare e comprendere le esigenze dell’altro e della coppia.
Come esercitare la comunicazione efficace?
Comunicare efficacemente non è semplice e deve essere quotidianamente raffinata con l’esercizio.
Ecco alcune semplici strategie per esercitarsi in coppia:
- L’ORA DEL CHIARIMENTO:
Le relazioni, ogni giorno, vengono sporcate da incomprensioni, irritazioni e risentimenti portando a mini discussioni che non vengo risolte, ma gradualmente coltivate fino a diventare veri e propri problemi.
Allora è bene prendersi, un paio di ore alla settimana in cui la coppia cerca di risolvere queste incomprensioni.
- STAND-BY PRIMA DI DORMIRE:
Se durante la giornata o prima di andare a letto, la coppia ha avuto una discussione o un litigio, allora è meglio metterlo in stand-by e riprenderlo il giorno seguente.
La notte porterà consiglio e razionalità.
- DURANTE I PASTI SI PARLA:
È utile che la coppia si ritagli un momento dei pasti (colazione, pranzo o cena), in cui si parla di argomenti piacevoli. È un momento per la coppia per confrontarsi e distrarsi insieme. È meglio tenere lontano le distrazioni (come il cellulare; la tv) e gli argomenti di discussione ed essere soli.
Una coppia è funzionale, quando la sua comunicazione è efficace.
BIBLIO:
Grillo, M. M. (2003). Persone «difficili». Ovvero come saper trattare e ottenere una comunicazione efficace in famiglia, nel lavoro e con gli amici (Vol. 130). FrancoAngeli.
by Dr.ssa Carmela Petito
Molteplici sono i segnali per comprendere, all’inizio, che stiamo intraprendendo una relazione tossica.
Ma questi segnali, spesso, vengono sottovalutati o non visti perché nella fase dell’innamoramento veniamo offuscati dai sentimenti e dalla novità.
Ma le relazioni tossiche, a lungo andare, hanno effetti negativi sulla psiche di chi li subisce.
Ma cos’è una relazione tossica?
Tutti i rapporti umani hanno momenti conflittuali, ma se tali momenti diventano con il passare del tempo sempre più presenti e il rapporto è fonte di sofferenza allora probabilmente stiamo vivendo una relazione tossica.
Infatti, sono relazioni che non stimolano la crescita dell’individuo e neanche della coppia, non sono relazioni in cui si prova a donare pace e serenità. Ma provocano senso d’insicurezza e angoscia, d’instabilità della coppia, stress e si inizia a vivere immersi in un clima di negatività.
Spesso il partner è critico e distruttivo, fino a trasmettere e dichiarare odio e disgusto verso l’altra metà. E solo in questo caso che ci rendiamo conto che stiamo vivendo una relazione malsana, ovvero tossica.
Quali sono i segnali o i campanelli d’allarme di una relazione tossica?
Prima di arrivare alla completa perdita di fiducia e stima in noi stessi, è utile captare i campanelli d’allarme fin dal primo giorno.
- Instabilità emotiva.
I partner tossici sono instabili emotivamente e, spesso, cambiano idea improvvisamente, fino a mettere in pericolo la sicurezza di entrambi;
- Nella fase iniziale della relazione, sono dei grandi corteggiatori.
Si mostrano affidabili, creano l’effetto di dipendenza, mostrano solo il meglio di sé stessi e fanno spesso regali o preparano situazioni speciali;
- Un tratto distintivo è “Bruciare tutte le tappe”.
In modo frettoloso ti chiedo di sposarsi o convivere, di fare un figlio insieme, di comprare o intestare beni in comune.
Creando sempre di più l’effetto della dipendenza e del controllo, divenendo manipolatori.
- Sono svalutanti.
Dopo la fase fiabesca, iniziano a essere critici, trascuranti, controllanti e aggressivi;
- Hanno una forte tendenza a tradire, soprattutto per chi ha una personalità marcatamente narcisistica.
Come superare una relazione tossica?
Per uscire da questa situazione dobbiamo imparare a riconoscere questi campanelli d’allarme. Inoltre, attua sempre un pensiero critico sulle sue richieste o proposte.
- Non bruciare le tappe.
Potrebbe sembrarti il miglior partner che tu abbia mai conosciuto, ma chiediti: “come mai mi sta chiedendo di andare a vivere insieme dopo soli tre mesi?”, “sono davvero così speciale per lui/lei?”;
- Ascoltati
Tieni sempre in considerazione le tue aspettative, i tuoi bisogni, i tuoi desideri, le tue emozioni e sensazioni. Saranno quelle a salvarti;
- Ultima cosa, ma non meno importante, scegli di affrontare un percorso psicoterapeutico
grazie al quale sarai in grado di ascoltarti e di fare la scelta migliore.
Biblio:
MacKenzie, J. (2016). Questo amore fa male: Come salvarsi dalle relazioni distruttive e tornare a vivere. Giunti.
by Dr.ssa Carmela Petito
Chi di noi almeno una volta nella vita, e soprattutto in questo periodo, non ha sentito parlare o creduto in qualche teoria complottista.
Cosa si intende per complotto o teoria del complotto?
La teoria del complotto viene definita come l’ipotesi non verificata e relativamente non plausibile di una cospirazione, affermando che alcuni importanti eventi sono il risultato di un piano segreto escogitato da un gruppo di persone potenti, pericolose o soprannaturali (Brotherton, 2013).
Le teorie del complotto vengono facilmente sviluppate, in quanto le persone hanno un naturale bisogno di trovare delle spiegazioni dei particolari eventi che accadono. In questo modo la spiegazione rassicura l’individuo e gli permette di tenere sotto controllo una situazione poco chiara o gestibile.
Di solito le spiegazioni sono segrete o nascoste e soli in pochi riescono a scoprirla divenendo i nuovi eroi che salvano il mondo.
Perché’ le persone credono alle teorie complottista?
Secondo le più note e recenti ricerche, gli esseri umani hanno una tendenza naturale a credere alle teorie complottiste perché queste agiscono su alcuni errori che la nostra mente sistematicamente compie, chiamati Bias Cognitivi.
I Bias Cognitivi sono dei costrutti basati, fuori dal giudizio critico, sulle percezioni sbagliate o sui pregiudizi oppure ideologie. Spesso, i bias cognitivi vengono utilizzati dalle persone per prendere decisioni affrettate e poco curate.
Vi sono diversi Bias cognitivi, quello comunemente impiegato nelle teorie del complotto è il “Bias della Proporzionalità”.
È la tendenza a credere che gli eventi molto importanti possano essere spiegati solo da cause altrettanto epocali (Leman, 2007).
A esempio, la pandemia da Coronavirus che investe l’intero globo terrestre e ha vittimizzato oltre un milione di persone non può che essere spiegata come un grande piano giostrato da pochi potenti del mondo.
Ovviamente, non tutte le persone che credono in una teoria complottista sono matte o affette da qualche forma di psicopatologia.
Probabilmente sono persone che non vogliono perdere il controllo su una situazione precaria o, semplicemente, persone poco informate o informate su canali non attendibili.
Come affrontare un complottista
Spesso ci si scontra con i complottisti, in quanto fanno emergere nell’altro emozioni di rabbia e frustrazione.
Un complottista diviene pericoloso quando mette in pericolo la propria e altrui salute psico-fisica (come non indossare la mascherina), e in questo caso bisogna intervenire.
Di seguito, alcuni comportamenti da adottare quando siamo difronte ad una persona che “crede” molto nelle diverse e false teorie:
- Se la persona ci sembra troppo agitata, allora la facciamo respirare lentamente in modo da farla calmare;
- Con dati certi e attendibili (come studi statistici) proviamo a smentire le sue convinzioni;
- Parlare con la persona interessata in modo cauto, più attacchiamo e più si dovrà difendere;
- Infine, se veniamo a conoscenza di atti illegali e dannosi allora sarà meglio denunciare alle forze dell’ordine.
Per difenderci dai complottismi è necessario sviluppare e alimentare il pensiero critico, controllando le fonti della notizia appresa.
“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.
BIBLIO
Lewandowsky, S., & Cook, J. Breve Guida alle Teorie del Complotto.
by Dr.ssa Carmela Petito
La tecnologia, in generale, ha cambiato la vita di ognuno di noi. Dai bambini fino agli anziani.
Di per sé, i device che possediamo hanno migliorato la qualità della vita. Basti pensare al baby monitor utile per monitorare i neonati direttamente da qualsiasi smartphone.
Ma a preoccupare la comunità scientifica e, spesso, anche i genitori è la gestione disfunzionale dei device e il loro eccessivo utilizzo. Tali dimensioni comportano a severissimi rischi psicofisici e sociali, soprattutto quando parliamo di infanzia e adolescenza.
A quanti anni comprare il primo cellullare?
Grazie ad una precisa ricerca del 2018, Pediatri italiani e Psicologi hanno preso posizione sull’utilizzo dei dispositivi tecnologici in età prescolare.
In questa ricerca è stato consigliato di:
- Non fornire o disporre ai bambini prima di due anni apparecchi tecnologici (cellullare; tablet; computer);
- Fino ai 5 anni è consigliato l’uso solo per un’ora al giorno e di un unico device;
- Fino a 8 anni è consigliato l’uso solo per due ore al giorno e con la supervisione di un adulto;
- Mai sottoporre i bambini fino ai 9/10 anni contenuti violenti o che mostrano violenza.
Inoltre, la tecnologia non deve avere come fine o come obiettivo calmare il bambino o distrarlo, soprattutto in luoghi pubblici. Ad esempio, al ristorante per tenere il bambino calmo e seduto al tavolo gli viene fornito il cellullare lasciando i genitori tranquilli di godersi la serata.
Ma questo metodo, non fa altro che limitare, nel bambino, il naturale sviluppo della regolazione delle emozioni. Invece, interagendo con il figlio, abbracciarlo e giocandoci insieme si migliorerà il legame genitore-figlio/a, sviluppando il lui/lei una buona capacità di regolare ed esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni a seconda dei luoghi e delle situazioni che vive.
Anche il touchscreen potrebbe interferire con lo sviluppo cognitivo del piccolo, in quanto ha bisogno di sperimentare esperienze dirette e concrete con gli oggetti affinando, in questo modo, la capacità di pensiero e risolvere problemi.
La comunità scientifica, dunque, è d’accordo nell’indicare come età giusta per regalare un cellullare o altro dispositivo ai bambini di 13 anni. In modo tale da non creare disfunzionalità nel loro normale sviluppo fisico e psicologico.
Quali problematiche possono comparire?
L’eccesivo accesso, utilizzo ed esposizione ai dispositivi tecnologici in età prescolare potrebbe interferire con un funzionale sviluppo psicologico, causando diverse problematiche:
- Calo dell’attenzione, difficoltà mnemoniche e di concentrazione. Essere sempre connessi o esporre un bambino per molte ore ad un video riduce drasticamente la concentrazione e aumenta la distanza relazionale tra noi e il bambino e tra il bambino stesso.
Ad esempio, un bambino che guarda un video mentre pranza, non è presente né a stesso in quel momento né alla dinamica del pranzo. Gusterà i sapori? Saprà comprendere quando è sazio o meno? …
- Impassibilità di fronte a stimoli esterni e conseguente capacità di riconoscere le emozioni dell’altro. Infatti, i continui e velocissimi stimoli di un video non sono replicabili nella realtà fornendo al bambino una condizione di impassibilità.
- Dissociazione delle emozioni dal corpo, in quanto il bambino è completamente assolto e immerso nel dispositivo tecnologico estraniandosi completamente dalla realtà.
- Aggressività, i device rendono aggressivi e provocano spesso rabbia, soprattutto quando questi vengono disattivati o spenti dall’adulto. Si agisce con la rabbia perché è un’emozione primaria.
Inoltre, in età più avanzata, quindi in pre-adolescenza o adolescenza può svilupparsi la “Nomofobia”, ovvero la paura di restare senza cellullare (No mobile phobia). Tale fobia è molto comune ad oggi, infatti 7 ragazzi su 10 crede di “impazzire” se si dovesse rompere o scaricare il proprio cellullare.
Inoltre, questi ragazzi hanno la fobia di essere tagliati fuori se non rispondono immediatamente a un messaggio o ad una notifica social che arriva dal cellullare, per questo hanno con sé sempre il cellullare anche quando vanno in bagno. Spesso, passano intere notti insonni per interagire on line, tale fenomeno è detto “Vamping” (passare la notte svegli per chattare e commentare sui diversi social).
Educare dando il giusto esempio, ecco come
A dare il giusto esempio, ovviamente, devono essere i genitori o gli altri adulti significativi per il bambino (come nonni; fratelli maggiori).
Di seguito alcune indicazioni:
- Non rispondere “un attimo” quando tuo figlio ti chiede di parlare, ma sei sommerso di informazioni dal device.
I figli apprendono quel “un attimo” come una disconferma fino a non avere più interesse di parlare.
Le richieste verbalizzate dei figli dovrebbero essere sempre una priorità, ovviamente nel rispetto della buona educazione;
- Quando chiedi informazioni a tuo figlio, non porla in maniera giudicante o come se fosse una sentenza.
Meglio utilizzare il “come mai …” invece che il “perché …” e, inoltre, non fornire minacce come “se non sei promosso, non ti compro il cellullare” ma lascia le domande aperte dando all’altro la possibilità di esprimersi;
- Con l’esempio, insegna ai tuoi figli a non utilizzare il cellullare (pc o altri device) durante i pasti, o in bagno o prima di addormentarsi;
- Calma e tranquillizza tuo figlio con un abbraccio o carezza e non con un dispositivo elettronico.
La tecnologia aiuta le persone a vivere meglio, per questo non deve essere demonizzata, ma correttamente utilizzata.
Lavenia, G. (2020). Voglio il cellulare!. Edizioni Mondadori.