Lavoro e vita privata: trovare il proprio equilibrio senza sentirsi in colpa

Lavoro e vita privata: trovare il proprio equilibrio senza sentirsi in colpa

Viviamo in un’epoca in cui produrre, essere performanti, rispondere sempre e subito è diventata quasi una virtù. La gratificazione personale viene spesso misurata in termini di risultati lavorativi, traguardi raggiunti, disponibilità continua.
Ma a che prezzo?

Sempre più persone portano in terapia una sensazione diffusa di fatica, colpa, difficoltà a “staccare”, e spesso anche l’idea — più o meno consapevole — che prendersi cura di sé sia qualcosa di immeritato o da giustificare.

La mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata non si misura solo in ore, ma soprattutto in energia mentale ed emotiva. Anche quando non lavoriamo, pensiamo al lavoro, ci sentiamo in ritardo, in difetto o in dovere di “recuperare”.

Le conseguenze dello squilibrio

Le conseguenze di questo assetto possono essere pesanti:

  • Difficoltà a riposare davvero.
  • Irritabilità, insonnia, ansia.
  • Relazioni trascurate.
  • Senso di vuoto o disconnessione da sé.

Secondo il Job Demands-Resources Model (Bakker & Demerouti, 2007), quando le richieste lavorative superano le risorse personali e ambientali, aumenta drasticamente il rischio di burnout: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale (spesso legate allo stress da lavoro correlato).

La colpa di “non fare abbastanza”

Molte persone in terapia raccontano un vissuto ricorrente: sentirsi in colpa quando si fermano. Come se il tempo per sé fosse una perdita di tempo.
Dietro a questa fatica a “tirare il freno” si celano spesso credenze profonde, come:

  • “Devo essere sempre utile.”
  • “Non posso permettermi di deludere le aspettative.”

Secondo Beck e la teoria cognitiva (Beck et al., 1979), queste sono distorsioni cognitive che possono mantenere attivi circoli viziosi di ansia, iper-attivazione e scarsa autostima.
A lungo andare, portano a sovraccarico cronico e a una perdita di senso, anche per ciò che si ama fare.

Non esiste un equilibrio universale tra lavoro e vita privata. Esiste il proprio equilibrio, e riconoscerlo richiede consapevolezza e onestà emotiva.

Come la psicologia clinica può aiutare

La psicologia clinica può aiutare a lavorare su:

  • Confini interni ed esterni: imparare a dire no, riconoscere i propri limiti, proteggere gli spazi di recupero.
  • Valori personali: che cosa conta davvero per me? Dove trovo nutrimento, non solo dovere? (un tema centrale nella Acceptance and Commitment Therapy).
  • Permesso a esistere oltre il ruolo lavorativo: ricontattare l’identità personale, affettiva, corporea.

Come scrive Kristin Neff (2011), studiosa di self-compassion, dare a sé stessi lo stesso rispetto e spazio che daremmo a una persona cara è una pratica psicologica potente per uscire dal ciclo di colpa e autosvalutazione.

L’equilibrio è flessibile, non perfetto

Uno dei miti più dannosi è quello del “bilanciamento perfetto”.
Nella realtà, ci sono periodi in cui il lavoro chiede più spazio, e altri in cui emerge un bisogno di pausa, di ricarica, di ritorno a sé.

Imparare a leggere i propri segnali interni — stanchezza, irritazione, distrazione, perdita di motivazione — è fondamentale per regolare il ritmo.
Non è “debolezza”. È cura di sé.

Come sottolineano i modelli di regolazione emotiva (Gross, 2015), la capacità di adattarsi con flessibilità alle esigenze del momento è indice di benessere psicologico, non di mancanza di impegno.

Cosa può offrire la psicoterapia?

Un percorso psicologico può aiutare a:

  • Identificare i modelli interiorizzati che alimentano l’iper-lavoro (spesso legati al perfezionismo).
  • Costruire un rapporto più gentile e realistico con le proprie esigenze.
  • Recuperare spazi di piacere, riposo e connessione.
  • Lavorare sul valore personale, al di là della produttività.

Spesso il primo passo è proprio questo: legittimare il bisogno di fermarsi, senza sentirsi in difetto.


Riferimenti scientifici

  • Bakker, A. B., & Demerouti, E. (2007). The Job Demands‐Resources model: state of the art. Journal of Managerial Psychology, 22(3), 309–328.
  • Beck, A. T., Rush, A. J., Shaw, B. F., & Emery, G. (1979). Cognitive therapy of depression. Guilford press.
  • Neff, K. D. (2011). Self-compassion: The proven power of being kind to yourself. William Morrow.
  • Gross, J. J. (2015). Emotion regulation: Current status and future prospects. Psychological Inquiry, 26(1), 1–26.

Ritrova il tuo tempo

Se senti che il lavoro sta assorbendo tutte le tue energie e la colpa ti impedisce di riposare, il nostro team può aiutarti a ristabilire i giusti confini.

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Come affrontare il percorso, le sfide e le gioie dell’adozione

Come affrontare il percorso, le sfide e le gioie dell’adozione

L’adozione è un processo complesso in cui avviene l’integrazione e l’incontro tra diversi: diversi membri della famiglia, diversi livelli generazionali, diverse culture. Nelle diverse fasi del processo adottivo intervengono, con funzioni e competenze specifiche, giudici del tribunale, assistenti sociali, psicologi e psicoterapeuti dei servizi sociosanitari ed operatori degli enti autorizzati. L’adozione non è una questione privata, ma diventa un tema di grande rilevanza sociale che necessita dell’impegno di tutti i soggetti coinvolti. Se stai considerando l’adozione a Napoli, potresti trovare utile consultare la nostra sezione Contattaci per un supporto da parte di un psicoterapeuta esperto.

Ma chi sono i protagonisti del processo adottivo? In realtà, l’adozione coinvolge diverse figure chiave, ognuna con le proprie sfide e il proprio percorso emotivo. In questo articolo, ci concentreremo in particolare su tre figure centrali: il bambino adottato, la coppia che intraprende il percorso adottivo e i genitori adottivi.

Il bambino adottato: come affrontare l’abbandono e trovare l’identità

L’abbandono è il punto di inizio della storia adottiva del bambino: egli perde lo status affettivo e sociale di figlio per entrare in una dimensione di attesa. Durante il tempo preadottivo il bambino coltiva tutta una serie di sentimenti, emozioni, curiosità, aspettative, dubbi e paure che riguardano il suo passato, “cosa è avvenuto e perché?”, ma anche il suo futuro “Cosa ne sarà di me?”. La profondità di questa sofferenza dovrà trovare contenimento e accoglienza nei genitori adottivi, affinchè il bambino possa tornare a fidarsi degli adulti, affrontando la sofferenza senza relegarla in aree segrete e silenzi ingombranti. Ciò si rivela soprattutto in adolescenza, dove il tema delle origini e dell’identità diventa pregnante. Il ragazzo ha bisogno di capire di conoscere da dove viene per conoscere la propria storia e sviluppare una propria identità. I membri della famiglia adottiva in questa fase vivranno un periodo di destabilizzazione in quanto l’adolescente adottato è facile che sperimenti sentimenti di estraneità, specialmente per coloro che sono stati adottati in un paese diverso dall’Italia: i tratti somatici e il colore della pelle diversi può generare vissuti negativi di solitudine e angoscia per essere stati abbandonati e non voluti. In questa fase, i ragazzi adottati possono essere arrabbiati, perché sono stati abbandonati, per la delusione di non aver trovato ciò che si aspettavano, per la sorte che è loro toccata, perché non riescono a riconoscersi in nessuno intorno a loro. A volte, problematiche come il mutismo selettivo o l’disturbo oppositivo provocatorio possono emergere in questo contesto, ed è importante rivolgersi a un professionista della salute mentale per un supporto adeguato. Comprendere le dinamiche psicologiche dell’abbandono e dell’attaccamento è fondamentale; a tal proposito, l’Istituto degli Innocenti offre numerose risorse e pubblicazioni scientifiche sul tema della tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, utili sia per professionisti che per famiglie.

La coppia che adotta: affrontare la sterilità e il percorso adottivo

La progettazione di un figlio è la fase del ciclo vitale che caratterizza una coppia dopo un certo periodo di convivenza. È una fase in cui si costruisce lo spazio fisico e mentale per un terzo: si passa dalla diade alla triade.

In linea di massima, si possono identificare quattro tipologie di coppie:

  • La coppia pianificatrice, in cui il figlio si inserisce all’interno di un percorso pianificato, una volta trovata una stabilità lavorativa ed economica di coppia;
  • La coppia libera da vincoli, che si rifà al principio “quando viene il figlio, ce lo teniamo”;
  • La coppia che progetta un figlio con una funzione salvifica, in cui quest’ultimo ha il compito di colmare dei vuoti per assolvere ad una funzione familiare;
  • La coppia ambivalente, in cui il desiderio di avere un figlio può entrare in contrasto con la difficoltà che questo comporta (es. dal punto di vista professionale).

Quando il bambino non arriva, la coppia inizia a fare i conti con il problema. Il 90% delle coppie che decidono di adottare hanno problemi di sterilità biologica. Ciò implica un primo importante processo di elaborazione e accettazione di questa perdita. Il figlio da adottare non deve “riparare” una mancanza ma deve nascere da un progetto di amore della coppia, da un desiderio e non da un bisogno. Per realizzare questo progetto bisogna fare i conti con la sofferenza che esso implica, dando spazio al riconoscimento dei vissuti personali e sociali connessi a questa esperienza. Elaborare tale perdita significa poter esprimere il dolore, collegarlo all’immagine di sé che si sta delineando e alla propria configurazione relazionale nella scala generazionale e nel rapporto di coppia. La sterilità biologica richiede un vero e proprio riassetto organizzativo dell’intero sistema famiglia, determinando il modo in cui verrà affrontato questo evento. La terapia di coppia, spesso condotta da uno psicologo specializzato, può essere un valido supporto in questo delicato processo, così come percorsi di mindfulness per la gestione dello stress e delle emozioni.

Genitori adottivi: accoglienza, sfide e consigli pratici

Diventare genitori naturali è un’esperienza di “pieno”: la pancia si gonfia, gli spazi mentali anche, crescono speranza, desideri, timori, congratulazioni, auguri. Al contrario diventare genitori adottivi implica il fare i conti con il “vuoto” con una mancanza, l’assenza di una gravidanza e di tutti quei processi mentali e sociali ad essa collegati. L’incontro adottivo implica una doppia mancanza e dunque una doppia scelta. Nel primo caso c’è un bambino che ha perso la famiglia e una coppia che ha perso il sogno di maternità/paternità e relativa discendenza. Nel secondo caso la coppia sceglie, ossia decide di adottare un figlio (questo può non avvenire in caso di genitori naturali) e, nello stesso tempo, il figlio soprattutto durante l’adolescenza, è chiamato a scegliere di essere figlio di quei determinati genitori. Per fare in modo che questa doppia scelta funzioni i genitori devono affrontare alcune sfide:

  • Accettare e valorizzare la diversità. Riconoscere e legittimare un figlio non biologico, sconosciuto, accogliendolo come proprio figlio. Rispettarne l’appartenenza storica e culturale, evitando la tendenza all’assimilazione.
  • Coniugare la somiglianza e la differenza. La questione somiglianza/differenza si può visualizzare come un continuum ai cui estremi ci sono rifiuto della differenza e insistenza sulla differenza. In un caso, dunque, l’assimilazione totale, nell’altro, l’attribuzione di tutte le difficoltà e i problemi che via via emergono tra genitori e figli all’origine adottiva. Al cento del continuum c’è il riconoscimento delle differenze che vengono accettate e integrate nella nuova storia familiare e sulla ricerca delle somiglianze, ossia dei punti in comune e della reciproca appartenenza.
  • Riconoscere la reciprocità del dono. All’origine del legame adottivo c’è una doppia mancanza, un doppio bisogno, che, quindi, quando viene soddisfatto, implica un dono reciproco. I genitori offrono cura, protezione e una famiglia che manca al bambino e quest’ultimo offre alla coppia la genitorialità e la continuità familiare. Cogliendo questo doppio dono, si evitano meccanismi perversi dove, per esempio, i genitori si percepiscono come “salvatori” del figlio, condannandolo a vita nel ruolo di debitore. In questi casi si parla di indebitamento “distruttivo” poiché i figli restano schiacciati da un debito così grande che probabilmente non salderanno mai. La reciprocità del dono, invece, implica una gratitudine reciproca per avere avuto l’opportunità di costruire un progetto di vita insieme, un progetto creativo.
  • Riconoscere la compresenza di elementi generativi e compensatori. È importante riconoscere il bisogno riparativo e compensatorio all’origine dell’adozione: la coppia vuole riempire un vuoto, dare amore e sperimentarsi come genitori. È bene riconoscere la compresenza di elementi generativi e compensatori, senza negarli.
  • Creare uno spazio mentale familiare. Per spazio mentale familiare si intende un pensare alla famiglia su base generazionale, ossia tenendo presente non solo le relazioni genitori figlio adottivo, ma anche la relazione tra le generazioni, come nel caso dei nonni. Tocca a questi ultimi, infatti, accogliere l’adottato come continuatore della storia familiare e accettare che l’eredità sia affidata ad un membro geneticamente estraneo. Inoltre il supporto che essi offrono alla coppia genitoriale è cruciale sia sul piano emotivo che su quello organizzativo. In relazione alla scelta adottiva, i nonni devono fare un passo indietro, mettendosi da parte, dando piena fiducia ai figli soprattutto di fronte ad una scelta così impegnativa. La terapia familiare, con il supporto di uno psicoterapeuta a Napoli, può aiutare a gestire queste dinamiche complesse, e in alcuni casi, potrebbe essere utile un percorso di psicotraumatologia per affrontare eventuali traumi pregressi.
  • Legittimarsi come genitori e sentirsi in diritto di deludere i figli. La costruzione della genitorialità adottiva passa attraverso la legittimazione di sé come genitore. Tale processo interiore è ben più difficile nel caso di incontro adottivo a causa dell’estraneità delle origini, dovuto sia all’assenza di un patrimonio genetico comune che alla mancata condivisone dei primi momenti di vita del bambino. Sentirsi legittimato come genitore significa non dipendere dall’approvazione dei figli ma svolgere le proprie funzioni, assumendosi la responsabilità di deludere i figli o di prendere decisioni non gradite. Questo meccanismo si rivela più difficile nel caso dei genitori adottivi i quali, nel timore di deludere i propri figli, tendono ad evitare tutti i contrasti temendo che le delusioni possano riattivare nel bambino adottato ulteriore sofferenza. La continua verifica dell’appartenenza generà così un meccanismo di sfiducia del figlio nei confronti del genitore che si sente inadeguato.

Se state affrontando il percorso dell’adozione, o se siete già genitori adottivi e avete bisogno di supporto, il nostro team di psicoterapeuti e psicologi a Napoli è a vostra disposizione. Contattateci per una consulenza personalizzata o visitate la pagina dei nostri appuntamenti per prenotare un incontro. Offriamo percorsi di supporto individuali, di coppia e familiari, per affrontare insieme le sfide e le gioie dell’adozione, con un approccio che può includere anche la terapia cognitivo-comportamentale.

La comunicazione con le persone con demenza e Alzheimer

Cos’è la demenza e l’Alzheimer

La demenza, incluso l’Alzheimer, non è una malattia specifica, ma un termine generale che descrive una vasta gamma di sintomi. Questi sintomi, associati al declino della memoria e delle capacità cognitive, rendono la comunicazione con persone affette da Alzheimer una sfida significativa. L’Approccio Capacitante offre tecniche efficaci per migliorare l’interazione con persone con demenza.

La demenza di Alzheimer è la forma più comune di demenza e rappresenta il 60-80 per cento dei casi. Inizia con disturbi della memoria e dell’attenzione, evolve con disturbi che investono oltre alla sfera emotiva anche quella comportamentale, fino alla fase avanzata in cui il paziente diventa incapace di compiere atti di vita quotidiana (lavarsi, mangiare, vestirsi).

L’Approccio Capacitante di Pietro Vigorelli

La malattia di Alzheimer ruba la memoria e toglie la parola. Nel corso della malattia la competenza conversazionale dei pazienti tende ad eclissarsi fino a spegnersi definitivamente. Se si riesce, invece, a tener viva questa competenza, il paziente non sprofonda in quello stato di isolamento che caratterizza le ultime fasi della malattia.

L’Approccio Capacitante, sviluppato da Pietro Vigorelli, è un metodo innovativo per la comunicazione Alzheimer. Questo approccio dimostra come sia possibile mantenere viva la competenza a parlare delle persone con demenza, anche quando le parole hanno una scarsa utilità comunicativa tradizionale. La persona che parla, se noi siamo disposti ad ascoltarla, non si isola, si sente ancora una persona capace e dignitosa e talvolta riesce a produrre parole che trasmettono un significato comprensibile.

Come comunicare con persone affette da Alzheimer o demenza

L’Approccio Capacitante ha individuato tecniche efficaci per comunicare con persone affette da Alzheimer e mantenere vivo l’uso della parola, anche in presenza di disturbi del linguaggio. Queste tecniche aiutano a migliorare l’interazione con persone con demenza nella vita quotidiana. Alcuni esempi di interventi capacitanti per parlare con malati di Alzheimer sono:

  • Non fare domande, in quanto più la demenza è grave tanto più la persona non è in grado di fornire risposte.
  • Non correggere, perché la persona con demenza, disorientata e smemorata, può chiudersi al dialogo.
  • Ascoltare, è il primo obiettivo se si vuole favorire l’espressione verbale.
  • Non interrompere, rischiando di far rinunciare la persona a parlare e ad esprimersi.
  • Rispettare la lentezza, le pause, il silenzio, anche quando l’interlocutore vorrebbe prendere la parola.
  • Non completare le frasi lasciate in sospeso.
  • Riconoscere l’intenzione a comunicare, anche quando la comprensione è impossibile.
  • Rispondere con empatia, mettendosi nei panni dell’altro e comprendendo le sue emozioni.

Obiettivi dell’Approccio Capacitante

Applicando queste tecniche di comunicazione Alzheimer, si possono raggiungere i seguenti obiettivi nell’interagire con persone con demenza:

  • La persona può parlare così come può e si sente ascoltata
  • Si sente riconosciuta come persona, come interlocutore valido
  • Si può realizzare una convivenza sufficientemente felice tra i parlanti nel qui ed ora della conversazione

Testimonianza di una persona con Alzheimer: Cary Smith Henderson

Dopo aver esplorato l’Approccio Capacitante e le sue tecniche per comunicare con persone affette da Alzheimer, è importante considerare anche il punto di vista di chi vive con la demenza. La testimonianza di Cary Smith Henderson offre una prospettiva unica su come le persone con Alzheimer percepiscono la comunicazione e l’interazione con gli altri.

Cary Smith Henderson, professore universitario, riceve la diagnosi di Alzheimer a 55 anni. A 68 anni, ormai muto e in una casa di riposo, la moglie e la figlia realizzano un libro che rappresenta la prima testimonianza diretta sulla malattia. Ecco la sua testimonianza sul “parlare con malati di Alzheimer“:

“Un’altra cosa che mi fa impazzire della mia malattia è che nessuno più vuole veramente parlare con noi. Non riesco proprio a conversare bene e questo è molto limitante. Non riesco a pensare a una cosa da dire prima che qualcun altro l’abbia già detta, anticipando quello che dovevo dire io. Le parole si confondono facilmente tra loro e quando non trovo una parola provo un senso di frustrazione.”

“Vorrei che i malati come me non continuassero a starsene sempre in disparte, ma dicessero, accidenti, anche noi siamo persone. E vogliamo che ci rivolgano la parola e ci rispettino come esseri umani.”

L’Approccio Capacitante offre una metodologia preziosa per migliorare la comunicazione con persone affette da Alzheimer e demenza. Questo approccio non solo aiuta a mantenere viva la capacità di comunicare del paziente, ma contribuisce anche a preservare la sua dignità e il senso di sé.

L’applicazione di queste tecniche può essere particolarmente utile per:

  • Familiari e caregiver di persone con Alzheimer o altre forme di demenza
  • Operatori sanitari in case di riposo e strutture di assistenza
  • Medici e infermieri che lavorano con pazienti anziani
  • Terapisti occupazionali e logopedisti
  • Volontari che lavorano con anziani
  • Chiunque desideri migliorare la propria capacità di interagire con persone affette da demenza

Imparare e applicare l’Approccio Capacitante può fare una differenza significativa nella vita di chi convive con la demenza e di chi se ne prende cura.

Vuoi saperne di più sull’Approccio Capacitante?

Contattaci  e scopri come migliorare la tua capacità di comunicare con persone affette da Alzheimer attraverso l’Approccio Capacitante.

Bibliografia

Lai G., “Malattia di Alzheimer e conversazionalismo”, Terapia familiare, 2000; 63: 43-59

Lai G., “Conversazione senza comunicazione”, Tecniche conversazionali, 2000, 23: 52-65

Vigorelli P. “AlzheimerCome parlare e comunicare nella vita quotidiana nonostante la malattia”, 2018

Vigorelli P., “L’approccio capacitante. Come prendersi cura degli anziani fragili e delle persone malate di Alzheimer”, 2016

Sitografia

www.formalzheimer.it