by Dr. Mario Valente
La disfunzione erettile dovuta alla pornografia sta diventando molto comune soprattutto tra i giovani uomini; l’utilizzo di materiale pornografico tramite internet sembra essere fortemente indiziato come causa di diverse problematiche sessuali.
Molti ragazzi al di sotto dei vent’anni dichiarano di utilizzare frequentemente la pornografia e di non riuscire più ad eccitarsi con una partner reale. Di tale disagio non se ne parla mai apertamente con amici o colleghi di lavoro ma stupisce come se ne parli, ampiamente e in anonimo su forum di salute.
Pornografia e impotenza sessuale maschile (problemi erezione)
Gli uomini in genere riferiscono che dopo periodi di intenso utilizzo di materiale pornografico hanno problemi di disfunzione erettile, la libido crolla e il pene sembra “senza vita”, “rimpicciolito” o “freddo”, altri hanno problemi durata erezione, problemi erezione improvvisi e più in generale mancate erezioni: questi sintomi di “piattezza” si protraggono in media per molte settimane, a seconda dell’età e dell’intensità dell’uso del porno.
Recenti studi sulla disfunzione erettile hanno valutato come il recupero venga favorito evitando la stimolazione estrema dell’erotismo su Internet e il tempo medio richiesto è dalle 6 alle 12 settimane. Tra coloro che si riprendono, la progressione è sorprendentemente simile, si assiste a un recupero completo della salute erettile, del desiderio sessuale verso partner reali e il sesso diventa nuovamente piacevole. Gradualmente, tornano le erezioni mattutine, seguite dalla libido.
Come può il porno causare un problema di prestazioni sessuali?
La causa sembra essere fisiologica, non psicologica, dato che uomini così diversi tra loro cambiano solo in una variabile (l’uso del porno), ma riportano un modello di recupero simile. Per questi uomini, l’ansia è secondaria. Recenti ricerche sulla dipendenza comportamentale suggeriscono che la perdita di libido e di prestazioni si verifica perché i forti consumatori intorpidiscono la normale risposta del loro cervello al piacere. Lunghi periodi di stimolazioni intense desensibilizzano la risposta dell’utente a una sostanza neurochimica chiamata dopamina.
La dopamina è alla base della motivazione, del “desiderio” e di tutte le dipendenze. Guida la ricerca di ricompense. Ne riceviamo piccole dosi ogni volta che ci imbattiamo in qualcosa di potenzialmente gratificante, nuovo, sorprendente.
I modelli animali hanno stabilito che sia il desiderio sessuale che l’erezione derivano da segnali di dopamina. Normalmente, le cellule nervose che producono dopamina nel circuito della ricompensa attivano i centri sessuali (della libido) dell’ipotalamo. A loro volta, attivano i centri dell’erezione nel midollo spinale, che inviano impulsi nervosi ai genitali.
Negli ultimi dieci anni circa, i ricercatori sulle dipendenze hanno scoperto che una stimolazione eccessiva della dopamina ha un effetto paradossale. Il cervello diminuisce la sua capacità di rispondere ai segnali della dopamina (desensibilizzazione). Questo avviene in tutte le dipendenze, sia chimiche che naturali. In alcuni utenti del porno, la risposta alla dopamina si abbassa a tal punto da non riuscire a raggiungere l’erezione senza un costante apporto di dopamina via Internet.
La pornografia e internet
Il porno esiste da molto tempo è vero ma Internet lo ha reso accessibile in maniera illimitata e continuativa. Gli utilizzatori hanno anche la possibilità di saltare velocemente andando alle sequenze che trovano più eccitanti, visualizzando novità costanti e sempre più estreme.
È tutto gratuito, di facile accesso, disponibile in pochi secondi, 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. La sovrastimolazione dei circuiti di ricompensa nel cervello è oggi una possibilità a basso costo e accessibile a tutti.
Molti uomini non si rendono conto che la sensibilità del loro cervello sta diminuendo nei confronti del sesso normale, perché l’erotismo su Internet fornisce “stimolazioni di dopamina” infinite. Il porno di oggi ha effetti molto diversi dalla semplice visione di una rivista di Playboy dei decenni passati.
Questi uomini quando provano ad avere un rapporto sessuale vero e proprio e non ci riescono, vanno comprensibilmente nel panico.
Disfunzione erettile rimedi:
Trovare un buon psicoterapeuta sessuale che comprenda sin da subito che l’instaurarsi di una vera e propria dipendenza è il motivo principale della disfunzione erettile. Tramite La terapia sessuale si interviene su problemi di natura sessuale, come la disfunzione erettile, disturbi del desiderio, anorgasmia, eiaculazione precoce.
La disfunzione erettile può interferire anche con la fertilità e causare disagio sia individuale che di coppia nei rapporti sessuali.
by Dr. Mario Valente
Sarà capitato a tutti noi di riprenderci con difficoltà da una storia d’amore finita male. Ma perché soffriamo così tanto sebbene sappiamo che quella storia non ci avrebbe portato molto lontano? Perché a volte ci sembra di non pensare ad altro e di compromettere tutto il resto pur di realizzare uno scopo compromesso? Perché a volte arriviamo a fare cose anche imbarazzanti pur di riconciliarci con la persona amata?
Sono domande che ci poniamo spesso e fortunatamente le Neuroscienze negli ultimi vent’anni ci stanno fornendo molte risposte e ci stanno aiutando a comprendere la natura di un sentimento così complesso come l’amore romantico.
L’amore è come una droga: crea dipendenza?
Attraverso l’uso della risonanza magnetica funzionale – fRMI (un esame strumentale che serve a registrare come variano i livelli del flusso sanguigno e dell’ossigenazione cerebrale in risposta a diversi stimoli), siamo oggi in grado di studiare a fondo e dettagliatamente la complessa attività cerebrale nell’uomo.
A partire dal 2005 diversi studi (nel corso di queste ricerche ai soggetti veniva mostrata l’immagine della persona amata mentre era in corso la scansione della risonanza magnetica funzionale) hanno evidenziato come quello che chiamiamo “amore romantico” corrisponde all’attivazione di una area ben specifica del nostro encefalo e cioè il circuito corteccia-gangli basali-talamo che è sede del cosiddetto “sistema di ricompensa” implicato nella scarica di dopamina, il neurotrasmettitore implicato nella generazione del desiderio e nella sensazione di piacere dopo che quest’ultimo viene raggiunto. Quando la dopamina viene rilasciata ci sentiamo “bene” e l’amore romantico non è l’unico stimolo che attiva il “sistema di ricompensa”. La nicotina, la cocaina e il gioco d’azzardo sono esempi di sostanze o comportamenti umani che riproducono esattamente lo stesso schema di attivazione nell’encefalo;
In poche parole, i meccanismi alla base dell’amore romantico sono gli stessi implicati nella dipendenza (da sostanza o da comportamenti).
Dipendenza, astinenza: proprio come la nicotina o cocaina
Quando a essere scansionati erano soggetti nel pieno di una rottura relazionale emergevano modelli particolarmente interessanti nell’attività cerebrale: il nucleo deputato al piacere continuava ad attivarsi sebbene il soggetto fosse consapevole della fine della relazione. Questo equivale a dire che “erano ancora dipendenti” alla ricerca di un soddisfacimento del desiderio d’amore. Contemporaneamente era molto attiva anche la corteccia frontale orbitale, che è coinvolta invece nel controllo emotivo e comportamentale. In poche parole, il modello cerebrale attivo corrispondeva esattamente a quello presente nei soggetti che tentavano un’astinenza da nicotina o cocaina e cioè un conflitto interno all’encefalo dove una parte cerca di prevalere sull’altra. Tutto questo chiaramente genera ambivalenza, sofferenza e stress come spesso accade nei soggetti impegnati nella sospensione da una dipendenza.
L’amore fa male: connessione con il dolore fisico
L’amore fa male non è soltanto una metafora! Alcuni studi hanno infatti esplorato la relazione che esiste tra il dolore fisico e il dolore emotivo che proviamo quando finisce una relazione amorosa.
Il disegno sperimentale prevedeva di confrontare i risultati della fMRI di soggetti che toccavano una superfice rovente con quelli che osservavano la foto di un ex-partner da cui erano stati abbandonati. I risultati hanno confermato che il rifiuto amoroso e il dolore fisico sono radicati esattamente nelle stesse regioni del cervello.
Tuttavia, non è del tutto esatto dire che il dolore fisico e quello emotivo sono esattamente gli stessi. Il dolore emotivo è anche molto peggiore a lungo termine. Ad esempio, il dolore dovuto ad una brutta caduta scompare rapidamente, il ricordo dell’amore perduto può persistere invece per molto tempo. Un gruppo di ricerca guidato da Zhansheng Chen alla Purdue University ha recentemente indagato sperimentalmente questa differenza in una serie di esperimenti. Il disegno di ricerca prevedeva di esporre dei soggetti al ricordo di due “esperienze dolorose”, una emotiva ed una fisica. I risultati hanno evidenziato che le persone hanno ricordato molti più dettagli di un abbandono affettivo che di un incidente fisico importante ed hanno manifestato anche maggiore disagio durante l’evocazione del dolore emotivo. Ma perché la nostra mente da tanta rilevanza al dolore dovuto ad una rottura relazionale?
Essere lasciati è un po’ come morire?
L’attivazione del dolore in risposta alla perdita affettiva rientra nella più ampia minaccia alla connessione sociale. Da una prospettiva evolutiva, il “dolore sociale” dovuto alla perdita di connessione con gli altri è un segnale che indica una minaccia alla nostra sopravvivenza; l’esclusione di qualsiasi tipo, compresa la separazione da un gruppo o dal proprio partner, era in grado in tempi antichissimi di minacciare la sopravvivenza stessa. Se pensiamo alla nostra evoluzione come specie, vivere in gruppi sociali garantiva la difesa dai predatori e la possibilità di cacciare in gruppo. Vivere da soli significava una morte lenta e solitaria. Sentirsi feriti dalla separazione potrebbe essere stato un modo sviluppatosi per prevenire questa minaccia.
L’amore è anche fonte di sollievo
In un altro studio condotto da un gruppo di ricerca guidato da Sarah Master della University of California, Los Angeles, il supporto sociale può alleviare l’intensità del dolore fisico e che la persona amata non necessariamente deve essere presente perché avvenga l’effetto “sedante”.
In effetti, guardare l’immagine di un partner o avere un contatto fisico diretto con lui ha portato alla percezione di dolore fisico di molto inferiore.
Potremmo concludere che per quanto l’amore comporti spesso sofferenza e dolore, ha un altrettanto potente capacità di guarire e alleviare il disagio.
L’amore in questo senso è effettivamente un antidolorifico naturale, perché attiva le stesse aree del cervello stimolate dalla morfina; Questo suggerisce una soluzione meravigliosamente semplice al dolore fisico o emotivo: tutto ciò di cui hai bisogno è amore.
Questa realtà rafforza l’idea, per quanto sbagliata possa sembrare, che se si sta soffrendo per amore, andare avanti velocemente in una nuova relazione può portare ad un’importante fonte di sollievo.
Esiste davvero una pillola per dire addio al mal d’amore e per non soffrire?
Per quanto strano possa sembrare, poiché il dolore fisico e il dolore emotivo attivano le stesse aree nel cervello, questo significa che in teoria possono essere medicati allo stesso modo!
La connessione è così forte che i tradizionali antidolorifici corporei sembrano in grado di alleviare le nostre ferite emotive. I risultati suggeriscono che un antidolorifico da banco normalmente utilizzato per alleviare dolori fisici può mitigare almeno temporaneamente il disagio correlato al dolore emotivo.
Questo significa che il trattamento delle pene d’amore forse un giorno potrà essere semplice come mettere un cerotto o prendere una pillola. Ma se un giorno potessimo assumere una pillola che ci assicura di superare le pene d’amore, saremmo davvero disposti a prenderla? Saremmo disposti a rinunciare a tutte quelle attività umane legate all’elaborazione della perdita amorosa? Saremmo davvero disposti a rinunciare a gran parte della nostra produzione artistica (poesia, musica, letteratura, pittura, etc.)
Bibliografia
- The Little Book of Heartbreak: Love Gone Wrong Through the Ages(Plume, 2012).
- Dewall CN, Macdonald G, Webster GD, Masten CL, Baumeister RF, Powell C, Combs D, Schurtz DR, Stillman TF, Tice DM, Eisenberger NI. Acetaminophen reduces social pain: behavioral and neural evidence. Psychol Sci. 2010 Jul;21(7):931-7. doi: 10.1177/0956797610374741. Epub 2010 Jun 14. PMID: 20548058.
- Fisher HE, Brown LL, Aron A, Strong G, Mashek D. Reward, addiction, and emotion regulation systems associated with rejection in love. J Neurophysiol. 2010 Jul;104(1):51-60. doi: 10.1152/jn.00784.2009. Epub 2010 May 5. PMID: 20445032.
by Dr. Mario Valente
Che cos’è la depressione post-partum?
La depressione post-partum è un serie complessa di cambiamenti fisici, emotivi e comportamentali che si verificano in alcune donne dopo il parto. Secondo il DSM-5, la Depressione post-partum è una forma di depressione maggiore che inizia entro 4 settimane dal parto.
La depressione post-partum è collegata a cambiamenti ormonali, sociali e psicologici che si verificano quando si ha un bambino. Il termine descrive una serie di cambiamenti fisici ed emotivi che molte neo-mamme sperimentano.
I cambiamenti chimici comportano un calo degli ormoni dopo il parto. Il vero legame tra questo calo e la depressione non è ancora chiaro ma quello che si sa è che gli estrogeni e il progesterone, aumentano di dieci volte durante la gravidanza. Entrambi subiscono un calo improvviso della loro concentrazione dopo il parto. Entro 3 giorni dal parto, lo stato di questi ormoni torna a quello che era prima della gravidanza.
Oltre a questi cambiamenti ormonali, i cambiamenti sociali e psicologici conseguenti al parto comportano un aumento della minaccia di depressione.
La maggior parte delle neomamme subisce il “baby blues” dopo il parto. Circa 1 donna su 10 svilupperà una depressione più grave e più duratura. In casi rari si può sviluppare una condizione più grave chiamata psicosi post-partum. Alcuni studi mostrano che anche 1 padre su 10 soffre di depressione alla nascita di un figlio.
Segni e sintomi della depressione post-partum
I sintomi della depressione post-partum possono essere difficili da scoprire. Tutte le donne hanno questi sintomi dopo il parto:
- Difficoltà a dormire
- L’appetito cambia
- Grave affaticamento
- Calo della libido
- Frequenti cambiamenti di umore
Con la Depressione post-partum, questi si manifestano con altri sintomi di depressione maggiore, che non sono tipici dopo il parto, e possono includere
Una neomamma dovrebbe cercare uno psicologo quando
- I sintomi persistono per oltre due settimane
- Non riescono ad occuparsi normalmente delle faccende quotidiane
- Hanno un costante timore di fare del male al loro bambino
- Si sentono estremamente ansiose per la maggior parte della giornata
Cause della depressione post-partum
Gli esperti suppongono che l’insorgenza della depressione post-partum possa essere dovuta a numerosi fattori che possono essere diversi da persona a persona. Alcuni fattori che possono aumentare le possibilità di depressione post-partum includono:
- Una storia di depressione precedente alla gravidanza
- Età al momento della gestazione (più sei giovane e più alte sono le possibilità)
- Sentimenti di forte ambivalenza sulla gravidanza
- Altri Bambini (più ne hai, più è probabile che tu vada in contro alla depressione post-partum)
- Storia familiare di disturbi dell’umore
- Attraversare un evento estremamente stressante, come una perdita di lavoro o un problema di salute durante la gestazione
- Avere un figlio con necessità speciali o problemi di salute
- Avere compagni che agiscono tradimenti
- Avere una storia di disturbo disforico premestruale
- Un supporto sociale e familiare limitato
- Vivere da sole
- Conflitto coniugale
Non esiste una causa unica per la depressione post-partum, ma questi problemi fisici ed emotivi possono contribuire:
Ormoni: Il drammatico calo di estrogeni e progesterone dopo il parto può giocare un ruolo fondamentale. Anche altri ormoni prodotti dalla ghiandola tiroidea possono calare e farti sentire stanca, pigra e depressa.
Mancanza di sonno: Quando sei privata del sonno, potresti avere difficoltà a gestire anche piccoli problemi.
Ansia: Essere in ansia per la propria competenza come madre è un fattore importante.
Sensibilità all’immagine corporea: Potresti sentirti meno attraente e in forma ed avere la sensazione di sentirti di aver perso il controllo sul tuo corpo.
Ognuno di questi problemi può contribuire alla depressione post-partum.
Differenze tra “baby blues” e depressione post-partum?
Ci sono due termini usati per descrivere i cambiamenti di umore che le donne possono avere dopo il parto Il “baby blues” e La depressione post-partum
Il “baby blues” è presente nel 70% delle donne nei giorni immediatamente successivi al parto. È caratterizzato da bruschi sbalzi d’umore, come il sentirsi davvero felici e dopo poco sentirsi davvero tristi. Puoi essere presente un pianto senza motivo e sentirsi intollerante, irritabile, irrequieta, ansiosa, sola e triste. Il baby blues può durare diverse ore e fino a 1 o 2 settimane dopo il parto. Di solito non è necessario avere cure per il baby blues ma confrontarsi con altre neomamme può essere di supporto.
La depressione post-partum può arrivare diversi giorni o mesi dopo il parto; è bene ricordare che può comparire in tutte le gravidanze e non solo relativamente ai primi figli. Puoi avere affinità con il baby blues ma l’intensità dei sintomi è molto più intensa. La Depressione post-partum può impedirti di accudire adeguatamente il bambino e quando ciò accade devi rivolgerti ad uno psichiatra o ad uno psicoterapeuta che possono aiutarti ad alleviare i sintomi della depressione ed elaborare un piano di trattamento.
Trattamento della depressione post-partum
La depressione post-partum viene trattata in modo diverso, a seconda del tipo di sintomi e della loro gravità. Le opzioni di trattamento includono psicoterapia di tipo cognitivo comportamentale, partecipazione ad un gruppo di supporto e per i casi più resistenti possono essere di aiuto farmaci antidepressivi.
Complicazioni della depressione post-partum
La depressione post-partum che non viene curata può indebolire la tua capacità di creare un buon legame di attaccamento con il tuo bambino e influenzare il clima dell’intera famiglia. La depressione post-partum che non viene trattata può durare per mesi o più fino a trasformarsi in uno stato cronico di depressione e può aumentare le probabilità di avere episodi di depressione in futuro.
Quando una neomamma soffre di depressione, anche il padre potrebbe avere maggiori probabilità di soffrire di depressione. I figli di mamme con depressione post-partum hanno maggiori probabilità di avere problemi a dormire e mangiare, piangono più del solito e rallentano lo sviluppo del linguaggio.
Prevenzione della depressione post-partum
Ci sono alcuni suggerimenti che possono aiutarti a proteggerti dallo sviluppo di una Depressione post-partum:
- Fai sapere agli altri come possono aiutarti.
- Sii realistica riguardo alle tue aspettative riguardo te stessa e per il bambino.
- Esercizio fisico, fare una passeggiata ed uscire di casa regolarmente per una pausa.
- Aspettati giorni buoni e giorni cattivi, è tutto normale!
- Segui una dieta ragionevole; cerca di evitare alcol e caffeina.
- Promuovi la relazione con il tuo compagno: prenditi del tempo per la coppia.
- Resta in contatto con la famiglia e gli amici: non isolarti.
- Limita le visite a casa per il primo periodo.
- Dormi o riposa quando il tuo bambino dorme.
Come riconoscere la depressione post partum? Test di autovalutazione
Il test Edinburgh Postnatal Depression Scale (Scala di Edimburgo) è un test che può essere svolto in assenza di un clinico ma è solo indicativo e ha la funzione di valutare la presenza di sintomi di depressione post-partum. Il test è utilizzabile soprattutto nel periodo post-parto ma ha dimostrato la sua attendibilità anche nella fase successiva. Il consiglio è comunque di rivolgersi al nostro CENTRO FLEGREO DI PSICOTERAPIA COGNITIVA per una diagnosi accurata
SCALA DI AUTOVALUTAZIONE PER LA DEPRESSIONE POST-PARTUM (Scala di Edimburgo)
Leggere e rispondere a ciascuna delle 10 domande.
1) Negli ultimi 7 giorni sono stato capace di sorridere e vedere il lato divertente delle cose:
– Come sempre = 0 punti
– Un po’ meno del solito = 1
– Decisamente meno del solito = 2
– Per niente = 3
2) Negli ultimi 7 giorni guardavo alle cose imminenti con gioia:
– Come sempre = 0 punti
– Un po’ meno del solito = 1
– Decisamente meno del solito = 2
– Per niente = 3
3) Negli ultimi 7 giorni mi rimproveravo senza motivo quando le cose andavano male:
– Sì, per la maggior parte delle volte = 3 punti
– Sì, alcune volte = 2
– No, non molto spesso =1
– No, mai = 0
4) Negli ultimi 7 giorni sono stata ansiosa e preoccupata senza una ragione:
– No, per niente = 0 punti
– Molto raramente = 1
– Sì, qualche volta = 2
– Sì, molto spesso = 3
5) Negli ultimi 7 giorni mi sono sentita spaventata o terrorizzata senza una vera ragione:
– Sì, abbastanza = 3 punti
– Sì, alcune volte = 2
– No, non molto spesso =1
– No, mai = 0
6) Negli ultimi 7 giorni le cose mi sovrastano:
– Sì, per la maggior parte del tempo non riesco a cavarmela affatto = 3 punti
– Sì, a volte non riesco a cavarmela come al solito = 2
– No, la maggior parte delle volte me la cavo abbastanza bene = 1
– No, me la sono cavata come sempre =0
7) Negli ultimi 7 giorni sono stata così infelice che da non riuscire a dormire:
– Sì, per la maggior parte del tempo = 3 punti
– Sì, alcune volte = 2
– No, non per molto = 1
– No, mai = 0
8) Negli ultimi 7 giorni mi sono sentita triste e abbattuta:
– Sì, per la maggior parte del tempo = 3 punti
– Sì, abbastanza spesso= 2
– No, non molto spesso =1
– No, mai = 0
9) Negli ultimi 7 giorni mi sono sentita così triste da mettermi a piangere:
– Sì, per la maggior parte del tempo = 3 punti
– Sì, abbastanza spesso = 2
– Soltanto occasionalmente = 1
– No, mai = 0
10) Negli ultimi 7 giorni il pensiero di farmi del male mi è venuto in mente:
– Sì, abbastanza spesso = 3 punti
– Qualche volta = 2
– Quasi mai =1
– Mai = 0
Sommate ora i singoli punteggi e verificate il risultato come da punteggio più sottoindicato.
RISULTATI
Se il punteggio ottenuto è superiore a 12 il rischio di depressione post-partum non deve essere trascurato ed è opportuno consultare uno specialista.
by Dr. Mario Valente
Avrai letto quasi ovunque
che il disturbo borderline di personalità è caratterizzato da una modalità pervasiva di instabilità e di ipersensibilità nei rapporti interpersonali, instabilità nell’immagine di sé, estrema fluttuazione dell’umore e comportamenti impulsivi.
Il punto debole di questo tipo di personalità sta nell’abbandono; quando si sentono abbandonati o trascurati, provano intensa paura o rabbia e spesso in conseguenza a questo possono avere comportamenti autolesivi.
Un altro aspetto tremendamente frequente è che tendono a cambiare la rappresentazione di sé e degli altri bruscamente e con esiti drammatici perché questo li porta a interrompere amicizie, relazioni e progetti di vita frequentemente.
L’impulsività che spesso manifestano non è altro che un modo per uscire da stati dolorosi di vuoto e di solitudine; in questi casi sono frequenti i comportamenti come scommettere, dedicarsi a rapporti sessuali non protetti, abbuffarsi, guidare incautamente, fare abuso di sostanze, o spendere troppo. Il rischio suicidario in questi pazienti è di 40 volte superiore a quello della popolazione generale;
Il problema dell’eterogeneità dei sintomi
Se hai a che fare con persone affette da Disturbo di Personalità Borderline (BPD) con molta probabilità conosci già i nove sintomi riportati dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM).
Per fare diagnosi devono essere soddisfatti almeno 5 dei 9 sintomi e questo lascia spazio a diverse combinazioni. Se fai i conti, ci sono 256 diverse versioni ufficiali del disturbo borderline di personalità!
Questo risulta vero per la maggior parte dei disturbi di personalità. Il problema del BPD nasce dall’estrema eterogeneità dei sintomi associati a questo tipo di personalità.
La conseguenza più ovvia è che potrebbero esserci due persone diagnosticate con Disturbo Borderline ma con caratteristiche completamente diverse.
- Sforzi disperati per evitare l’abbandono (reale o immaginario);
- Rapporti instabili e intensi che si alternano tra l’idealizzare e lo svalutare l’altra persona;
- Un’immagine di sé o un senso di sé instabili;
- Impulsività in ≥ 2 aree che potrebbero danneggiare loro stessi (p. es., il sesso non sicuro, le abbuffate, la guida spericolata);
- Ripetuti comportamenti, gesti o minacce suicidari o autolesionismo
- Rapidi cambiamenti di umore, di solito della durata solo di poche ore e raramente di più di un paio di giorni;
- Persistenti sentimenti di vuoto;
- Rabbia impropriamente intensa o problemi di controllo della rabbia;
- Pensieri paranoici temporanei o gravi sintomi dissociativi innescati dallo stress;
Cinque tipi di disturbo borderline di personalità individuati da Oldham
Per rendere le cose un po’ più semplici, nel 2002, il dottor John Oldham ha proposto un modello teorico individuando cinque diversi tipi di BPD.
Vale la pena notare che può esserci una sovrapposizione tra i vari tipi di personalità Borderline e il modello di Oldham vuole essere solo uno strumento utile per comprendere in maniera più chiara una persona affetta da BPD.
Tipo 1: affettivo
Il primo tipo di BPD è caratterizzato principalmente da una disregolazione emotiva. In termini più semplici, questo significa avere difficoltà a controllare le proprie emozioni. Sono soggetti che vivono frequenti e intensi sbalzi d’umore anche nella stessa giornata.
Le persone identificate in questo tipo toccano picchi emotivi soprattutto quando si tratta delle loro relazioni interpersonali. Di fronte allo stress relazionale, le persone con questo tipo di BPD sono inclini ad ansia, depressione e pensieri suicidi. Ad esempio, se una persona con BPD affettivo entra in una discussione con il proprio partner, può immediatamente pensare che la relazione sia finita e iniziare a lottare con pensieri suicidi.
Tipo 2: impulsivo
Il tipo impulsivo di BPD comporta una perdita di controllo non nelle emozioni ma nei comportamenti. Le persone con BPD impulsivo sono più inclini a manifestare comportamenti autolesivi, abuso di sostanze, alimentazione incontrollata, guida spericolata, sesso rischioso e shopping compulsivo.
Tipo 3: aggressivo
Il terzo tipo di BPD è collegato soprattutto al sintomo relativo alla rabbia “inappropriata” o “incontrollabile” del BPD. Questa rabbia è definita inappropriata perché l’entità della rabbia è sproporzionata rispetto a ciò che una circostanza potrebbe giustificare. Spesso questa manifestazione della rabbia comporta problemi relazionali seri, denunce e problemi a mantenere posizioni lavorative.
Tipo 4: dipendente
Questa tipologia di BPD è eccessivamente accomodante nei confronti dei bisogni degli altri e ha difficoltà a stabilire dei limiti. Si può definire che questi soggetti si “aggrappano” letteralmente ai propri cari perché temono costantemente l’abbandono. Nel loro essere eccessivamente dipendenti agiscono spesso stati di costrizione nei confronti dei loro partner minacciando spesso il suicidio come esito dell’abbandono. Sono tendenti alla colpevolizzazione dell’altro e alla tendenza a stabilire rapporti eccessivamente invischiati con le persone.
Tipo 5: vuoto
Come il tipo dipendente, le persone appartenenti al quinto tipo “vuoto” spesso lottano con problemi di identità. Sono inclini a sentirsi senza direzione in termini di definizione di obiettivi personali. Lo stato di vuoto spinge spesso ad uso di sostanze e al ritiro sociale. Vi è una maggiore difficoltà ad affrontare le difficoltà della vita perché l’instabilità può far crollare il senso di sé.
Qualunque sia la tipologia di BPD, il principale trattamento per il disturbo borderline di personalità è la psicoterapia, nonostante questi soggetti abbiano una cronica difficoltà a fidarsi degli altri nella relazione.
Oldham JM, Skodol AE, Bender DS: The American Psychiatric Publishing textbook of personality disorders, 1st edn., Washington, American Psychiatric Pub., 2005.
Rebok, F., Teti, G.L., Fantini, A.P. et al. Types of Borderline Personality Disorder (BPD) in Patients Admitted for Suicide-Related Behavior. Psychiatr Q 86, 49–60 (2015).
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by Dr. Mario Valente
Il ritmo circadiano è una variazione delle attività biologiche nel corso delle 24 ore, che riguarda numerose funzioni dell’organismo quali: secrezione ormonale, temperatura corporea, frequenza cardiaca e ciclo sonno-veglia. Le fluttuazioni del sonno nel corso delle 24 ore viene regolato dalla melatonina. L’area del nostro cervello deputata a regolare il ciclo sonno veglia è detta nucleo soprachiasmatico (NSC); una delle sue funzioni principali è infatti quella di modulare la produzione della melatonina.
La melatonina: L’ormone del sonno
La melatonina è un ormone prodotto naturalmente dall’organismo ed è strettamente correlato all’esposizione alla luce. L’ormone quando è in circolo, segnala al corpo che è ora di dormire ed è per questo definito “ormone del sonno”.
Cos’è un ormone?
Il tuo corpo produce una varietà di ormoni. Questi sono i messaggeri chimici del corpo, vengono rilasciati dalle ghiandole endocrine e viaggiano attraverso il flusso sanguigno in diverse parti del corpo. Gli ormoni dicono a diversi tessuti e muscoli cosa fare.
Dove viene prodotta la melatonina
Nel corpo, la melatonina è secreta dalla ghiandola pineale su stimolazione del nucleo soprachiasmatico. La ghiandola pineale è una piccola ghiandola delle dimensioni di un pisello che si trova nel cervello della maggior parte dei vertebrati.
Come funziona la melatonina nel corpo
La melatonina viene rilasciata in assenza di luce; ci aiuta a sentirci assonnati e a sincronizzare il nostro ritmo circadiano. All’aumentare della luce del mattino la melatonina viene inibita e viene rilasciato il cortisolo, un ormone che ci rende vigili, lucidi e ci dà l’energia per affrontare al meglio la giornata.
Perché non dormo?
Se hai difficoltà a dormire, una delle cause principali potrebbe essere proprio la tua eccessiva esposizione alla luce artificiale durante le ore serali. Forse non lo sai ma prima dell’avvento dell’elettricità l’insonnia era una condizione poco comune; le persone passavano le giornate all’esterno e di sera le luci presenti nelle abituazioni erano poco intense.
Oggi la maggior parte di noi vive le giornate in luoghi chiusi e scarsamente illuminati e di sera accendiamo luci molto intense. Tutto questo genera segnali confondenti per il cervello e la produzione di melatonina e cortisolo non seguono più l’andamento naturale della luce solare.
Cosa c’entra Thomas Edison con melatonina?
Le ricerche ci dicono che la melatonina viene inibita in particolar modo dalla presenza di luci blu e verdi nell’ambiente e le luci artificiali proveniente da lampadine, smartphone e schermi televisivi emettono grandi quantità proprio in questo spettro luminoso.
Si può dire che l’invenzione della lampadina ad incandescenza ad opera di Thomas Edison (1879) ha modificato per sempre il rapporto naturale che l’uomo aveva con il ritmo del giorno e della notte. Le lampade a olio e le candele che erano utilizzate prima di allora non inibivano i livelli di melatonina perché non producevano luce nello spettro blu e verde.
Come dormire meglio
Alcuni semplici consigli
- Riduci l’esposizione alla luce blu la sera,
- Aumentare l’esposizione alla luce intensa durante il giorno
- Riduci l’assunzione di caffeina nel corso della giornata
- Regolarizza gli orari dell’andare a letto e del risveglio
- Riduci al minimo il rumore e la luce in camera da letto
Il tuo corpo produce naturalmente melatonina per aiutarti a dormire, ma a volte non ne produce abbastanza. In questi casi, un integratore di melatonina può essere utilizzato per aiutare il sonno se assunto nel dosaggio corretto.
Utilizzo di integratori di melatonina
È possibile utilizzare la melatonina per dormire. La quantità di melatonina da assumere varia da persona a persona. Gli adulti possono assumere da 0,2 milligrammi a 5 milligrammi un’ora prima di andare a letto. Al momento non ci sono prove sufficienti per dire chiaramente se l’assunzione di melatonina per il sonno funzioni o meno. La melatonina viene prodotta trasformando un amminoacido chiamato triptofano, il che significa che anche l’alimentazione può influenzare la produzione di melatonina. Il triptofano si trova in alimenti come pollo, latticini, uova, spinaci, noci, semi e salmone.
Effetti collaterali della melatonina
La melatonina è generalmente considerata sicura, con meno effetti collaterali rispetto ad altri medicinali per dormire. Tuttavia, gli effetti collaterali possono includere blandi mal di testa, vertigini e disturbi di stomaco.
Per concludere, è importante cercare di migliorare il sonno in modo naturale prima di assumere integratori di melatonina. Se non riesci a dormire potresti valutare un trattamento di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale presso il Centro Flegreo di Psicoterapia Cognitiva.
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