by Dr.ssa Lia Zecca
A chi di noi non è mai capitato di avere la sensazione di essere intrappolato dai propri pensieri, di sentirsi in certi momenti come un criceto che corre in una ruota, in un movimento continuo ma senza spostarsi davvero?! Probabilmente a nessuno!
Bene, questi sono modi attraverso i quali si può descrivere una condizione chiamata overthinking.
L’overthinking, letteralmente “pensare troppo”, è un fenomeno psicologico caratterizzato da un processo mentale di riflessione eccessiva, ripetitiva e prolungata su situazioni, problemi o decisioni, che non conduce a soluzioni produttive ma genera disagio emotivo e mentale.
L’overthinking è infatti caratterizzato da un pensiero costante e ripetitivo, spesso focalizzato su errori passati o scenari futuri sfavorevoli e consiste nel concentrarsi intensamente e in modo continuativo su un argomento, spesso soffermandosi sugli aspetti negativi, senza riuscire a giungere a conclusioni coerenti o risolutive.
Come molti meccanismi, l’overthinking rappresenta un tentativo della mente di “risolvere” un problema: di gestire vissuti di preoccupazione o minaccia legati a situazioni problematiche che si teme potrebbero presentarsi in futuro, di regolare vissuti dolorosi legati ad eventi passati che hanno avuto un impatto profondo sul funzionamento psicologico ed emotivo di chi li ha sperimentati. Tale tentativo assume però i connotati di una strategia che si rivela profondamente disfunzionale, alimentando e sostenendo la sofferenza che tenta di regolare.
I sintomi dell’overthinking: come riconoscerlo
Nella sua manifestazione disadattiva, l’overthinking è spesso associato a stati di ansia, bassa autostima, eventi traumatici o stressanti, e può diventare un’abitudine mentale radicata. È frequente in momenti di forte stress o cambiamento, e può manifestarsi già nell’infanzia con lo sviluppo dei processi cognitivi riflessivi.
In tali condizioni, l’overthinking si manifesta con sintomi psicologici, fisici e comportamentali:
- Sintomi psicologici: ansia persistente, preoccupazioni eccessive, insicurezza, paura del fallimento, difficoltà decisionali, pensieri intrusivi e ripetitivi, confusione mentale.
- Sintomi fisici: tensione muscolare (collo, spalle, mascella), mal di testa, insonnia, stanchezza cronica, disturbi gastrointestinali.
- Sintomi comportamentali: procrastinazione, evitamento di situazioni stressanti, bisogno eccessivo di rassicurazioni, calo della concentrazione.
Il circolo vizioso del “pensare troppo”
L’overthinking, attraverso un meccanismo di pensiero ripetitivo e incontrollabile, può creare un circolo vizioso di malessere emotivo e cognitivo che può avere importanti riflessi sulla qualità della vita, sul benessere emotivo e psicologico e sull’adattamento personale. Questo meccanismo compromette la capacità di prendere decisioni, riducendo la fiducia in sé stessi e generando un senso di immobilità mentale.
Questo circolo vizioso di pensieri negativi e stress può portare a comportamenti autodistruttivi, isolamento sociale e insoddisfazione personale. E, in alcune situazioni, associarsi e/o contribuire all’insorgenza o all’aggravamento di disturbi mentali come ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, e disturbi dell’umore, oltre a un peggioramento della qualità del sonno e della salute fisica generale.
In che modo l’overthinking si collega a disturbi d’ansia o depressivi?
- Ciclo di pensiero e ansia: l’overthinking mantiene la mente in uno stato di allerta costante, alimentando la paura di commettere errori o di non essere all’altezza. Questo genera un aumento dell’ansia, che a sua volta intensifica i pensieri ripetitivi, creando un loop difficile da interrompere. La mente non riesce a “staccare”, e il corpo risponde con sintomi fisiologici come aumento del cortisolo, tachicardia e alterazioni del respiro.
- Ruminazione e depressione: il rimuginare continuo su errori passati o scenari futuri negativi rafforza un senso di impotenza, scoraggiamento e bassa autostima, aspetti che possono contribuire a significative flessioni del tono dell’umore. L’overthinking può portare a una spirale di pensieri senza via d’uscita, con conseguenti abbassamenti umorali e perdita di interesse.
- Impatto sul sonno e sul benessere generale: l’overthinking interferisce con la qualità del sonno, provocando insonnia o sonno frammentato. La mancanza di riposo adeguato aumenta la fatica e peggiora l’umore, alimentando ulteriormente il malessere in un circolo vizioso (si veda il legame tra sonno e tono dell’umore).
- Difficoltà decisionali e immobilità: il pensiero eccessivo porta spesso a una paralisi decisionale, dove la persona si blocca nel tentativo di valutare ogni possibile alternativa, aumentando stress e senso di inefficacia.
Rimuginio vs Ruminazione: le due facce dell’Overthinking
L’overthinking può assumere specifiche e diverse connotazioni, definite come rimuginio e ruminazione. Da un punto di vista psicologico, essi sono entrambi l’espressione di processi di pensiero ripetitivi e negativi, ma differiscono per orientamento temporale e contenuto. Per approfondire, leggi il nostro articolo su ruminare e rimuginare.
Il Rimuginio
- È uno stile di pensiero ripetitivo orientato al futuro, in cui la persona prefigura in modo catastrofico possibili eventi negativi o minacce future.
- Spesso associato all’ansia, consiste in una spirale concatenata di pensieri negativi e incontrollabili che cercano di anticipare problemi o pericoli, ma senza produrre soluzioni concrete.
- Può diventare una strategia disfunzionale di regolazione dell’ansia, aumentando lo stato ansioso e la difficoltà decisionale.
La Ruminazione
- È un processo di pensiero ripetitivo orientato al passato, che induce a focalizzarsi in modo intrusivo e continuo su eventi negativi già accaduti e sulle emozioni ad essi associate.
- Tipica della depressione e di alcuni disturbi d’ansia, la ruminazione è un pensiero circolare e senza uscita, che alimenta il malessere emotivo.
- Può portare a un abbassamento del tono dell’umore, accompagnato da rabbia o rancore verso sé stessi o altri.
- È caratterizzata da un’analisi continua e improduttiva delle cause del proprio disagio.
Entrambi i processi condividono quindi la ripetitività e la negatività del pensiero, ma il rimuginio è più legato all’anticipazione ansiosa di eventi futuri, mentre la ruminazione si concentra sulla rielaborazione emotiva di eventi passati.
Come gestire la tendenza all’overthinking?
Ecco alcune strategie che possono rappresentare un utile ausilio:
- Pratiche di mindfulness e meditazione per riportare l’attenzione al presente;
- Tecniche di rilassamento per ridurre la tensione fisica;
- Terapia Cognitivo-Comportamentale per modificare i pensieri disfunzionali;
- Sviluppo di abitudini di problem solving funzionale e limitazione del rimuginio.
In sintesi, l’overthinking è un fenomeno complesso che può oscillare tra una funzione adattiva e un disturbo debilitante. Comprendere le sue dinamiche, riconoscerne i sintomi e intervenire con strategie adeguate è fondamentale per preservare il benessere psicofisico e migliorare la qualità della vita.
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by Dr.ssa Lia Zecca
Tutti noi possediamo un cellulare. E con esso la possibilità di connetterci, di ricercare informazioni, di navigare, di interagire ed osservare il mondo attraverso i social. Il telefono è ormai diventato una parte di noi, quasi un’estensione del nostro corpo. E spesso capita di essere più interessati alle interazioni online che a quelle che avvengono nella realtà, sul pianerottolo di casa nostra, nel bar sotto al nostro ufficio o nella palestra dove ci alleniamo. Siamo più interessati ad un
like sul nostro profilo Instagram e a cosa stanno facendo gli altri che a parlare con chi ci sta davanti in carne ed ossa. Esiste addirittura una parola,
phubbing, che descrive il fenomeno di non prestare attenzione all’interazione con qualcuno che abbiamo di fronte, in un setting “faccia a faccia”, per concentrarsi invece sul proprio telefono (Chotpitayasunondh e Douglas, 2016; Kenny, 2016; Mazzieri, 2020).
Origine della FoMO
Ed è in questo orizzonte sociale e culturale che nasce e acquisisce senso e specificità la FoMO. Acronimo di fear of missing out, è la “paura di essere tagliati fuori”, il pensiero o la sensazione di stare perdendo qualcosa di piacevole e interessante che altre persone stanno invece vivendo, la percezione costante che gli altri si divertano o si godano la vita più di quanto non stiamo facendo noi. La FoMO è, in maniera evidente, una manifestazione correlata all’utilizzo eccessivo dei social network ed è connotata dal desiderio di restare continuamente connessi con ciò che gli altri stanno facendo e al pensiero di non partecipare ad esperienze piacevoli e gratificanti che coinvolgono persone conosciute. Studi recenti in letteratura scientifica ne hanno rilevato un incremento di frequenza e di intensità soprattutto tra gli adolescenti (Przybylski et al., 2013), per i quali il bisogno di essere inclusi e la connessa preoccupazione rappresenta un aspetto fisiologico ed evolutivo fondamentale. Si parla però di FoMO, acquisendo tale definizione una connotazione patologica, quando il disagio connesso alla possibile esperienza di mancata partecipazione va ad impattare sul funzionamento quotidiano dell’individuo, associandosi ad emozioni penose: si possono provare tristezza e invidia nei confronti degli altri, un senso doloroso di vuoto al confronto della propria esistenza con quella degli altri, che appare divertente e piena e soddisfacente. A ciò si può aggiungere ansia in relazione al timore (o alla convinzione) di non fare abbastanza progressi nella propria vita o di non avere un quotidiano interessante e soddisfacente come dovrebbe esserlo (sempre in confronto con ciò che gli altri vivono). Tale complesso quadro emotivo può avere dei riflessi importanti sulla rappresentazione di se stessi e del proprio valore, alimentando e sostenendo una modalità di regolazione della percezione del sé basata sul costante confronto con l’altro.
Elementi costitutivi della FoMO
La FoMO si compone principalmente di due elementi:
- L’ansia relativa alla possibilità che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli e gratificanti dalle quali si è esclusi o assenti;
- Il desiderio continuo e persistente di essere connessi e di stare in contatto con gli altri attraverso i social.
Tali elementi possono essere considerati interdipendenti e connessi tra loro. Infatti pensieri relativi all’esclusione possono innescare preoccupazione ed angoscia che a loro volta determinano e/o facilitano comportamenti di controllo (accesso ai social) con la finalità di regolare/ridurre lo stato di ansia iniziale. Ciò può portare alla strutturazione di un di circolo vizioso comportamentale a carattere compulsivo e ripetitivo (es. aggiornamenti ripetuti delle pagine web, controllo ripetitivo della presenza di connessione, evitamento sociale, utilizzo prolungato e continuativo dello smartphone). A tali abitudini comportamentali può aggiungersi la tendenza impulsiva e non regolata a leggere immediatamente eventuali notifiche ogni qualvolta appaiono sullo schermo del cellulare, aspetto questo verosimilmente rinforzato dalla riduzione della tensione causata dall’idea di potersi perdere informazioni relative alle proprie conoscenze (Elhai et al., 2021). Sul piano cognitivo l’esperienza della FoMO può accompagnarsi e caratterizzarsi da pensieri del tipo: “Non è ancora arrivata la risposta di Andrea al messaggio che le ho inviato, forse mi ha risposto ed io non l’ho visto?”, “La connessione non è buona qui, non riuscirò a visualizzare le storie dei miei amici!”, “Oddio, ho il cellulare scarico, non potrò sapere cosa stanno facendo i ragazzi!”, “Vorrei dormire, sono stanco…ma se mi perdessi qualcosa di importante?”. Pensieri di questo tipo possono rappresentare innescatori di ansia. Ma molto difficilmente chi sperimenta la FoMO ne è consapevole, riconoscendo in genere esclusivamente un indistinto e confuso stato di agitazione, da cui trae sollievo unicamente con il controllo dello smartphone.
Cause ed Effetti della FoMO
Ma quali sono le cause della FoMO? Secondo Przybylski, uno dei suoi principali studiosi, esse andrebbero rintracciate nel desiderio di soddisfare alcuni bisogni di base degli esseri umani, tra i quali il desiderio di essere in relazione con gli altri: viviamo nelle relazioni e di queste abbiamo bisogno!
E quali sono gli effetti della FoMO e dei meccanismi comportamentali e psicologici ad essa connessi? E’ stata rilevata un’associazione tra la FoMO e aumentati livelli di ansia, depressione ed ansia sociale, ridotta soddisfazione sperimentata nei confronti delle proprie abitudini di vita e un utilizzo problematico e disfunzionale dello smartphone. Alcuni studi evidenziano inoltre una possibile connessione tra la FoMO e tratti di personalità di matrice narcisistica (Elhai et al., 2021). Le continue interruzioni della continuità delle attività quotidiane finalizzate all’attuazione di comportamenti di controllo e di verifica sullo smartphone comportano non solo un aumento della distraibilità e una riduzione del rendimento nelle attività quotidiane (lavoro, studio, rapporti sociali) ma anche una riduzione del benessere psico-fisico (aumento degli stati emotivi negativi, maggior senso di stanchezza, alterazioni del sonno) (Milyavskaya et al., 2018).
Come affrontare e gestire la FoMO?
È stata rilevata una buona efficacia degli interventi psicologici di matrice cognitivo-comportamentale. L’aspetto centrale di questi interventi è finalizzato ad un aumento della consapevolezza dei pensieri che generano ansia, unitamente alla costruzione e al consolidamento di capacità alternative di gestione dell’esperienza emotiva negativa. Più specificamente la psicoterapia della FoMO mira a:
- aumentare l’attenzione e la consapevolezza delle emozioni ad essa connesse, per favorire così una più efficace regolazione dello stato emotivo e aumentare la probabilità di non mettere in atto comportamenti ripetitivi di controllo;
- costruire e alimentare un monitoraggio interiore che possa contrastare i pensieri relativi all’esclusione sociale e al timore di non essere sempre connessi, favorendo così aspettative di funzionamento maggiormente realiste che e realizzabili: non è possibile esserci sempre e ovunque!
- regolare le aspettative: non è possibile né realisticamente aspettarsi che ogni post pubblicato, ogni storia condivisa riceva apprezzamento o susciti commenti!
- favorire la strutturazione di strategie alternative di gestione delle emozioni negative, con particolare attenzione allo sviluppo e alla promozione di modalità di regolazione che avvengano offline.
- cercare di promuovere un utilizzo quantitativo più moderato dello smartphone e dei social network.
Riferimenti bibliografici:
- Alutaybi A., Al-Thani D., McAlaney J., Ali R., (2020). Combating Fear of Missing Out on Social Media: The FoMO-R Method. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(17), 6128).
- Chotpitayasunondh V., Douglas K.M., (2016). How phubbing becomes the norm: the antecedents and consequences of snubbing via smartphone. Comput. Hum. Behav., 63 (9-18).
- Deci E., Ryan R.M., (1985). Intrinsic motivation and self determination in human behaviour. New York, Plenum Press.
- Elhai J., Yang H., Montag C. (2021). Fear of missing out: overview, theoretical underpinnings and literature review an relations with severity of negative affectivity and problematic technology use. Brazilian Journalof Psychiatry, 43(2), 203-209.
- Kenny M., (2016). Cell Phones, college students and conversations: exploring mobile technology use during face.to-face interactions. Bachelor’s Thesis, The Florida State University.
- Mazzieri E., (2020). Siamo l’esercito del selfie..ma perché? La FoMO come predittore dell’uso problematico dei social. State of Mind.
- Przybylski A., Murayama K., DeHaan c., Gladwell V. (2021). Motivational, Emotional and behavioral correlates of FOMO.
by Dr.ssa Lia Zecca
Viviamo in un mondo fatto d’informazioni. E mai, prima d’ora, informarci è stato così semplice e facile. A chi di noi non è mai capitato, magari mentre fa colazione e sta bevendo il suo caffè, di accendere il cellulare e controllare le notizie del giorno. O magari di navigare alla ricerca di informazioni in quel momento per noi rilevanti. Possono essere cinque minuti. Possono diventarne 30. E a fine giornata i minuti possono essere diventati ore.
Può, insomma, un comportamento sano ed utile trasformarsi in altro? Può il sapere mutarsi da un mezzo di arricchimento personale, di crescita e formazione, preziosa chiave di lettura e di comprensione del mondo che ci circonda in uno strumento di sofferenza personale, in una strategia disfunzionale che alimenta la sofferenza emotiva? La risposta è si. Il bisogno di sapere che si tramuta in strumento di sofferenza è il doomscrolling.
Che cos’è doomscrolling?
Il doomscrolling, detto anche doomsurfing, è un neologismo inglese ed indica la tendenza a cercare ossessivamente cattive notizie online, a prescindere dalla loro utilità. E’ il frutto dell’unione dei sostantivi doom, che vuol dire sventura e scrolling, scorrimento. Il doomscrolling, di cui si inizia a parlare fin dal 2018, è diventato una modalità diffusa in particolar modo durante la pandemia dovuta al Covid-19, e sembra caratterizzare in particolar modo il comportamento di persone che già in precedenza soffrivano di ansia e depressione.
Siamo esseri umani. E per nostra natura e assetto evolutivo siamo curiosi. E disposti ad informarci. Sapere, avere informazioni, conoscere è infatti un bisogno tipicamente umano e può aiutare ad avere la sensazione di essere in un ambiente conosciuto, prevedibile e, per questo, sicuro. Proprio per questo motivo, verosimilmente, il bisogno di ricercare informazioni si è manifestato in maniera intensa ed accentuata in un periodo come quello della pandemia da covid, momento in cui il vissuto (trasversale) di vulnerabilità e minaccia attivato da quanto stava accadendo nel mondo si è incontrato con la possibilità di utilizzare in maniera massiccia tecnologie che rendevano facile ed immediato l’accesso ad un numero praticamente illimitato ed inesauribile di informazioni.
Controllare il numero di nuovi casi, approfondire le conoscenze relative alle strategie di protezione e alle modalità di contagio è un comportamento utile e funzionale ma quando la ricerca di informazioni diventa prolungata e non aggiunge nulla a quello di cui eravamo già a conoscenza in precedenza, in quel caso siamo di fronte ad un comportamento disfunzionale. Il doomscrolling, appunto. Che porta ad intense emozioni negative, innesca ed alimenta ansia, angoscia, incertezza, tristezza che, a loro volta, possono riflettersi sulla qualità del sonno e sul benessere generale emotivo e psicofisico (Anand et al.,).
Da cosa viene alimentato il doomscrolling?
Il doomscrolling non è niente altro che un mezzo, una strategia attraverso la quale proviamo a tenere a bada vissuti emotivi spiacevoli. E’ basato su bias cognitivi, cioè su delle convinzioni cognitive erronee, come ad esempio: “più ne so e più sto meglio”, e assolve la funzione di dare un significato all’esperienza e creare un senso di ordine e coerenza che contrasta l’incertezza.
Rientra tra le strategie cognitive di regolazione emotiva, come la rimuginazione o il monitoraggio della minaccia, e nasce con la finalità di attivare o disattivare uno stato emotivo spiacevole ma, come abbiamo ormai capito, fallisce nel suo intento fin dal principio, causando appunto un incremento del dolore mentale (Dimaggio G., Ottavi P., Popolo S., Salvatore G.). In questa ricerca di informazioni non tutto ha però la stessa importanza e rilevanza, non tutte le informazioni cioè vengono trattate con la stessa attenzione e hanno lo stesso peso. Diversi studi infatti hanno evidenziato la tendenza a sottostimare i rischi e gli eventi negativi (bias di ottimismo) e ad attribuire un peso maggiore alle prove che supportano l’ipotesi di partenza (bias di conferma) conferendo, contemporaneamente, un peso minore a quelle che la disconfermano; tendiamo inoltre a continuare la nostra ricerca di informazioni per accumulare più prove che supportano e sono coerenti con quelle che abbiamo visto per prima (bias di ancoraggio) (Cilardo C., Anand et al., Park et al.).
Questi atteggiamenti che, inconsapevolmente, guidano e filtrano la nostra ricerca di informazioni, non fanno che alimentare e sostenere il carattere disfunzionale del doomscrolling, rappresentando i cardini di un vero e proprio circolo vizioso in cui, mossi dal bisogno di avere un sollievo dalla paura, ricerchiamo informazioni nella speranza che siano positive, troviamo invece informazioni negative che alimentano il nostro stato emotivo di paura ed incertezza che ci spinge a cercare altre informazioni.
Come evitare doomscrolling?
Fermiamoci. Anche se occorre uno sforzo per farlo. Prendiamoci un minuto per cercare di riflettere e monitorare l’impatto emotivo innescato dalle informazioni che ci arrivano. Prendiamoci del tempo per capire quali informazioni ci sono utili e separarle da quelle non rilevanti. Diamoci, quindi, del tempo per riuscire a riconoscere qual è il limite per noi tra l’essere consapevolmente e ragionevolmente informati su ciò che sta accadendo e che ci fa paura e quanto, invece, tutte queste informazioni non fanno altro che destabilizzarci e alimentare vissuti emotivi negativi.
- Anand N., Sharma M.K., Thakur P.C., Mondal I., Sahu M., Singh P., Kande J.S., Ms N., Sing R. (2021). Doomsurfing and doomscrolling mediate psychological distress in covid-19 lockdown: implication for awareness of cognitive biases. Perspectives in psychiatric care.
- Park T., Ju I., Ohs J.E., Hinsley A. (2020). Optimistic bias and preventive behavioral engagement in the context of covid-19. Research in social and administrative Pharmacy. Vol 17, Issue 1.
- Cilardo C. (2022). La dipendenza dalle cattive notizie, doomscrolling e doomsurfing. State of Mind.
by Dr.ssa Lia Zecca
“Ogni giorno cerco il filo della ragione, ma forse non esiste o mi ci sono aggrovigliata dentro”.
“Baratro oscuro, deflagrazione, scintilla che muove il passato, caviglie che si rompono nel correrti dietro, dolore, tu sei la lepre viva che le mie mani conoscono fin dall’infanzia”
Queste sono solo alcune delle parole che Alda Merini ha scelto per descrivere la sua sofferenza mentale, il disturbo bipolare.
Il disturbo bipolare: un disturbo dell’umore che colpisce il 3% della popolazione
Chiamato in passato sindrome maniaco-depressiva o depressione bipolare, è un disturbo dell’umore e colpisce all’incirca il 3% delle persone nell’arco della vita. Complesso e non sempre facile da riconoscere per via di un quadro clinico spesso multiforme ed associato ad altre condizioni psicopatologiche, è un disturbo che se non rilevato e curato può avere importanti e gravi conseguenze sulla vita quotidiana, lavorativa, affettiva e relazionale, di chi ne soffre: ore di lavoro perse, rottura di relazioni affettive, periodi di spese immotivate ed eccessive, momenti di maggiore disinibizione sessuale o di intensa litigiosità e nervosismo, maggiore rischio suicidario.
L’aspetto centrale e caratteristico del disturbo bipolare è rappresentato dalla presenza di oscillazioni insolite (e marcate) del tono dell’umore. Le persone che ne soffrono possono passare infatti da una fragorosa euforia in un momento ad una cupa e profonda disperazione in un altro, senza una motivazione apparente che giustifichi tale profonda oscillazione.
Nel nostro cervello esiste una sorta di centro regolatore, che fa sì che la variabilità del nostro umore sia regolata e che esso risponda adeguatamente agli stimoli esterni e ai cambiamenti nell’ambiente circostante. Nel disturbo bipolare questo centro regolatore non funziona correttamente e ciò fa sì che il tono dell’umore diventi instabile, labile e indipendente dall’ambiente. Si osserva quindi da un lato un’instabilità affettiva, un’esasperata lunaticità che si riflette nella vita personale e relazionale di chi ne soffre e, dall’altro momenti di fissazione dell’umore che si ancora tra depressione da un lato ed eccitamento maniacale dall’altro.
Le variazioni dell’umore si coniugano con variazioni nei livelli di energia fisica, nella sensazione di efficienza mentale, nella qualità e forza dei pensieri, nella reattività agli eventi, nel sonno, nell’appetito e nel peso. Detto in altri termini, il disturbo dell’umore è come una gigantesca giostra emotiva sempre in moto, che si trascina dietro emozioni, pensieri, comportamenti, priorità, stile decisionale.
Come riconoscerlo. Il DSM-V, il più recente manuale per la classificazione dei disturbi mentali, riconosce, nella categoria del disturbo bipolare, il disturbo bipolare di tipo 1, di tipo 2, e la ciclotimia. Al di là delle specifiche differenze, ciò che caratterizza tali disturbi è l’alternanza di stati d’umore opposti nel corso del tempo.
Fasi depressive e fasi maniacali del disturbo bipolare
Le fasi depressive sono caratterizzate da un umore molto basso, tristezza generalizzata che accompagna la maggior parte del giorno, la sensazione che niente sia più in grado di dare piacere che si coniuga ad una dolorosa perdita del senso della vita. Sonno ed appetito possono facilmente risultare alterati così come le capacità di attenzione, concentrazione e memoria possono dimostrarsi meno efficaci. Stanchezza, affaticamento, perdita di energia rendono faticosa la gestione anche delle piccole attività quotidiane.
Le fasi depressive si accompagnano inoltre ad intensi e pervasivi vissuti di inadeguatezza ed inferiorità nella percezione di Sé, riduzione dell’autostima e marcati sensi di colpa. Esse possono essere così gravi da portare al suicidio o ad atti autolesionistici e, in genere, durano di più di quelle maniacali.
Nelle fasi maniacali invece l’umore si colora di euforia, accompagnata dalla sensazione di avere potenzialità personali enormi: tutto appare possibile e realizzabile e ciò spesso può condurre a scelte avventate o azioni impulsive che possono risultare pericolose per sé o per gli altri. Le persone in fase maniacale hanno la sensazione di una grande energia interna, tanto da non sentire il bisogno né di mangiare né di dormire. I pensieri sono veloci così come le parole, il comportamento diventa disorganizzato e inconcludente fino al punto da non fare in tempo ad iniziare un’attività che la si lascia a metà per passare ad altro, costruendo così la sostanziale incapacità di portare a termine alcun progetto.
Nelle fasi maniacali si rileva inoltre la presenza di un’eccessiva disinibizione che può portare a condotte socialmente inappropriate e un aumento del desiderio sessuale, che può essere vissuto come impellente e innescare comportamenti impulsivi. In alcuni casi, invece, la fase maniacale è prevalentemente caratterizzata da un umore disforico, accompagnato da una persistente sensazione di ingiustizia subita animata da irritabilità intensa, rabbiosità, litigiosità ed intolleranza. In questa fase può comparire il vissuto di essere controllato o perseguitato, che può strutturarsi anche in vere e proprie convinzioni deliranti, accompagnate da atteggiamenti e comportamenti aggressivi, con scarse capacità di valutazione oggettiva delle conseguenze delle proprie azioni.
Cura del disturbo bipolare: psicoterapia e psichiatria
Come curarlo: La terapia del Disturbo Bipolare non può prescindere da un trattamento farmacologico somministrato da uno psichiatra esperto, grazie al quale la maggior parte delle persone può raggiungere un buon livello di stabilizzazione della malattia e condurre una vita normale e soddisfacente.
L’associazione di una psicoterapia al trattamento farmacologico rappresenta, allo stato attuale, la migliore possibilità terapeutica per il disturbo bipolare, perché aumenta l’efficacia del trattamento della depressione, migliora la gestione dello stile di vita personale, l’aderenza alla farmacoterapia, il monitoraggio dei sintomi e, quindi, la tempestività degli interventi, la gestione degli aspetti relazionali e le strategie mentali di padroneggiamento dei sintomi. Tutto questo ha come conseguenza una diminuzione del numero e della durata degli episodi di malattia, una diminuzione dei ricoveri ospedalieri e dei tentativi di suicidio e un miglioramento nella qualità di vita percepita. Le linee guida indicano la psicoterapia cognitivo-comportamentale e quella interpersonale come le più efficaci.
Bibliografia
by Dr.ssa Lia Zecca
Nel dicembre del 2019, a Wuhan, in Cina, è stata registrata la presenza di una serie di casi atipici di polmonite. E’ l’inizio di ciò che in seguito ha preso il nome di Covid-19, che dalla Cina, come un’inarrestabile onda anomala, ha raggiunto il mondo intero. Fino ad arrivare a portare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel marzo del 2020, a dichiarare lo stato di pandemia.
Covid: stress e depressione
Nel giro di poche settimane la vita delle persone, in tutto il mondo, ha subito drastici cambiamenti. Cambiamenti emotivi, psicologici, economici, sociali.
La vita è stata messa in pausa, bloccata in uno stato di sospensione caratterizzato da una profonda incertezza, dalla vulnerabilità e dal pericolo.
Questo è lo stato psicologico ed emotivo con cui, ormai da più di un anno, siamo costretti a convivere e fare i conti. Paura e precarietà rappresentano il riflesso principale, soggettivo e sociale, di questi mesi.
Quali sono gli effetti psicologici del covid-19?
Il Covid-19 è associato ad una maggiore prevalenza di sintomi psichiatrici nella popolazione generale rispetto al periodo precedente alla pandemia, e ad un incremento della sofferenza mentale ed emotiva di chi già in precedenza aveva difficoltà.
Nello specifico è stato rilevato un aumento dei sintomi depressivi, in particolare negli studenti e nelle persone con età inferiore a 40 anni. Stesso andamento per ciò che riguarda ansia e sintomi associati; un recente studio italiano inoltre ha evidenziato la presenza di uno specifico disordine di natura ansiosa collegato alla pandemia, che pare riguardare, anche in questo caso, principalmente i più giovani.
La riflessione che direttamente consegue all’osservazione di questi dati evidenzia l’importanza e la necessità di un forte impegno politico e sociale nel prestare attenzione e dare ascolto a quella che sembra essere, a tutti gli effetti, una parallela emergenza sanitaria, attenzione che rappresenta uno strumento fondamentale per la tutela e prevenzione del benessere mentale attuale e futuro della popolazione.
Coronavirus e psicologia: gli effetti a lungo termine
Un altro rischio nato dai mesi di isolamento forzato sono i disturbi agorafobici. L’agorafobia è una patologia che include la paura di trattenersi negli spazi aperti o affollati, frenando la persona a compiere le più semplici e banali attività.
Esistono, inoltre, soggetti che possono sviluppare tratti agorafobici, soprattutto dopo mesi di lockdown, avvertendo l’esterno come un luogo rischioso e ad alto rischio.
IMPARIAMO A CHIEDERE AIUTO
E’ importantissimo intervenire rapidamente anche con un breve percorso di trattamento psicoterapico: la psicoterapia cognitivo comportamentale, in questo caso, risulterà utile a ristabilire l’equilibro.
- Marco Mozzoni, Elena Franzot, versione italiana a cura di, “Coronavirus Anxiety Scale (CAS)” Department of Psychology, Christopher Newport University, Virginia USA 2020; Brainfactor Research 5/5/2020.
- Matthias Pierce, Holly Hope, Tamsin Ford, Stephani Hatch, Matthew Hotopf, Ann Jhon, Evangelos Kontopantelis, Roger Webb, Simon Wessely, Sally McManus, Kathryn M. Abel “Mental Helth before and during the COVID-19 pandemic: a longitudinal probability sample survey of the UK population”. The Lancet Psychiatry 2020 Oct; 7 (10): 883-892, Epub 2020 July 21.
- Jiaqi Xiong, Orly Lipsitz, Flora Nasri, Leanna M.W. Lui, Hartej Gill, Lee Phan, David Chen-Li, Michelle Iacobucci, Roger Hoe, Amna Majeed, Roger S. McIntyre “Impact of COVID-19 pandemic on mental health in the general population: A systematic review”. Journal of Affective Disorders 277 (2020) 55-64.