by Diana Di Meglio
Per stress lavoro-correlato si intende lo stress legato all’attività lavorativa che si manifesta quando le richieste dell’ambiente di lavoro superano la capacità del lavoratore di affrontarle o controllarle. Non si tratta di una malattia; tuttavia, rappresenta una condizione riconosciuta come rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Il contesto lavorativo gioca un ruolo fondamentale sul benessere delle persone, rappresentando il “luogo” in cui trascorriamo la maggior parte del tempo delle giornate e nel quale investiamo una quota significativa di energie, aspettative e obiettivi!
Il raggiungimento di uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale è indissolubilmente connesso ad una piena e soddisfacente realizzazione della persona nell’ambito dei diversi contesti di vita, incluso l’ambiente di lavoro in cui la persona svolge la propria attività professionale.
È importante sottolineare che, entro certi limiti, ciascun individuo è in grado di adattarsi a situazioni stressanti e di fornire le prestazioni richieste senza danni alla salute. Quando, tuttavia, tali limiti sono superati, il rendimento lavorativo e la gratificazione professionale diminuiscono e possono insorgere manifestazioni cliniche.
Quali sono le Categorie Professionali più Esposte?
Lo stress da lavoro può colpire chiunque ed è frutto di condizioni lavorative inadeguate, disfunzionali o apertamente ostili (come può avvenire, ad esempio, nei casi di mobbing).
Le professioni più a rischio includono quelle che comportano elevate responsabilità, interazioni con il pubblico, situazioni di emergenza o turni di lavoro prolungati. Ad esempio, tra queste rientrano professioni d’aiuto (medici, infermieri, etc.), forze dell’ordine, insegnanti, assistenti sociali, operatori del settore dei trasporti.
A Quali Segnali Prestare Attenzione?
Quando viviamo una condizione di stress legata all’attività lavorativa, è importante prestare attenzione ai cosiddetti fattori di rischio, che gli studiosi hanno raggruppato in due macrocategorie: “contenuto del lavoro” e “contesto del lavoro”.
Ad esempio, se percepisci difficoltà in merito ad aspetti quali ritmo del lavoro, carico lavorativo, orari e turni, grado di partecipazione e controllo, vuol dire che i fattori di rischio che stai avvertendo riguardano il CONTENUTO del lavoro.
Se, invece, percepisci difficoltà in merito ad aspetti quali sviluppo di carriera e retribuzione, ruolo nell’organizzazione, relazioni interpersonali con superiori o colleghi, cultura organizzativa (es. leadership, comunicazione), conciliazione vita-lavoro, significa che i fattori di rischio riguardano il CONTESTO del lavoro.
A Quali Sintomi Prestare Attenzione?
I sintomi dello stress lavoro-correlato possono influenzare sia il benessere individuale che la performance lavorativa.
Tra i sintomi individuali si distinguono sintomi fisici, psicologici e comportamentali:
- Fisici: disturbi dell’apparato cardiocircolatorio (es. ipertensione arteriosa), disturbi muscolo-scheletrici (es. dolori muscolo tensivi), disturbi del sonno (insonnia, spossatezza al risveglio), cefalee, disturbi gastrointestinali.
- Psicologici: disturbi della memoria, ansia, depressione, attacchi di panico, irritabilità, apatia, difficoltà di concentrazione.
- Comportamentali: scarsi rapporti con i colleghi e tendenza all’isolamento, conflitti con colleghi e familiari, difficoltà a prendere decisioni, errori frequenti a lavoro, aumento del consumo di sostanze (es. tabacco, alcol, farmaci) per far fronte allo stress.
Una condizione di stress lavoro-correlato può avere ricadute negative sulle aziende, quali:
- Scarso rendimento complessivo
- Maggiore assenteismo
- Tassi più elevati di incidenti e di infortuni
- Lamentele frequenti
- Alto turnover
- Frequenti episodi di conflitti interpersonali tra dipendenti
È importante sottolineare che questi sono solo alcuni dei sintomi più comuni e che l’esperienza di stress lavoro-correlato può variare da persona a persona. Che tu sia un datore di lavoro o un dipendente, e riconosci alcuni di questi segnali, non sottovalutarli!
Se non individuato in tempo e trattato correttamente, in concomitanza con alcune caratteristiche individuali, lo stress da lavoro può diventare cronico e sfociare nella Sindrome da Burnout, uno stato di affaticamento e frustrazione psicologica caratterizzato da gravi deficit motivazionali ed emozionali.
by Diana Di Meglio
Cenni sulla Teoria Polivagale
La Teoria Polivagale, elaborata a partire dagli anni Novanta dal neuroscienziato e psichiatra Stephen Porges (1995; 1998; 2001; 2007; 2011; 2017; 2021; Porges & Dana, 2018), consente di affinare la nostra conoscenza della stretta relazione corpo-mente. La teoria prende il nome dal Nervo Vago, il X nervo cranico che dal cervello arriva all’intestino, sottolineando con “Poli” (che deriva dal greco polys, ovvero “molto”) la pluralità delle traiettorie percorse dal nervo. Questo, infatti, segue un lungo e intricato percorso che inizia dalla base della testa per passare attraverso il torace e scendere fin nelle viscere. Il suo ruolo è quello di occuparsi del processamento degli stimoli indicatori di sicurezza o pericolo presenti nell’ambiente. A partire dalle informazioni raccolte, una complessa parte del nostro sistema nervoso, detta Sistema Nervoso Autonomo (SNA), prepara il corpo a reagire mettendo in campo alcune tipologie di risposta evoluzionisticamente selezionate, tra cui l’attacco, la fuga e lo spegnimento (immobilizzazione, fino al collasso).
La Teoria Polivagale, sviluppata da Stephen Porges, fornisce una comprensione innovativa del nervo vago e della regolazione del sistema nervoso in risposta a eventi di trauma psicologico. Questo approccio è fondamentale per trattare disturbi come il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) e traumi complessi.
La Teoria Polivagale nella vita quotidiana
La Psicotraumatologia ha contribuito a ridefinire la tradizionale suddivisione del Sistema Nervoso Autonomo (branca del Sistema Nervoso Periferico) in Simpatico e Parasimpatico, proponendone un modello più dettagliato che comprende il Sistema ventro-vagale, il Sistema Simpatico e il Sistema dorso-vagale.
Nella vita quotidiana, questi tre percorsi consentono di “sopravvivere”, reagendo agli stimoli di pericolo o di sicurezza presenti nell’ambiente e mobilitando, quindi, il nostro corpo a mettere in atto l’azione più adeguata, molto spesso ancor prima che il nostro cervello ci consenta di elaborare consapevolmente ciò che sta accadendo.
La Teoria Polivagale aiuta a comprendere come il nostro sistema nervoso reagisce agli stimoli di stress e ansia. Questo modello è particolarmente utile per gestire le risposte emotive in situazioni di attaccamento e relazione, permettendo una migliore comprensione di come il nostro corpo si prepara a combattere o fuggire di fronte a potenziali pericoli.
Il Nervo Vago… in terapia
Analizzando le tre sezioni del SNA, notiamo che l’attivazione di questi sistemi segue una precisa organizzazione gerarchica. Dallo stato ventro-vagale la rilevazione soggettiva di un pericolo ci fa spostare verso la mobilitazione simpatica. Da qui, quando il pericolo permane o noi non ci sentiamo in grado di fronteggiarlo, ci muoviamo verso lo spegnimento o collasso dorso-vagale. Il percorso inverso segue necessariamente la stessa traiettoria: dall’immobilizzazione dorso-vagale possiamo, infatti, ritornare alla connessione ventro-vagale soltanto passando attraverso la mobilizzazione simpatica.
La Teoria Polivagale è stata integrata con successo in diversi approcci di psicoterapia, come l’EMDR e la Terapia Cognitivo-Comportamentale, per aiutare le persone a superare i traumi psicologici. Il nervo vago, in particolare, svolge un ruolo cruciale nella regolazione delle emozioni e nella capacità di recuperare uno stato di sicurezza.
Per essere più chiari, quando ci troviamo nello stato ventro-vagale gli ostacoli comuni della vita di ogni giorno non ci appaiono poi così gravi. Quando si buca la ruota dell’auto, dimentichiamo il telefono a casa, o facciamo tardi al lavoro, invece di arrabbiarci o entrare in ansia, siamo in grado di assecondare il fluire degli eventi. Se, però, iniziano a susseguirsi tante piccole difficoltà, oppure accade un singolo incidente interpretato dal nostro sistema nervoso come soverchiante, a quel punto scendiamo più in basso. Non ci sentiamo più al sicuro, non siamo più in grado di mantenere uno sguardo pacato sulla realtà. Reagiamo, allora, attaccando o fuggendo. Se poi continuiamo a sentirci intrappolati in un ciclo infinito di problemi per i quali non ci sembra di avere una via di uscita, allora andiamo più in giù, scivoliamo, cioè, nel dorso-vagale con le sue relative sensazioni di spegnimento e disconnessione (Montano & Iadeluca, 2023, pp. 27-28). Tra uno stato e l’altro esistono sfumature e stati intermedi tra i quali ci spostiamo nel corso della giornata, solitamente senza sostare troppo a lungo in quelli angoscianti (Dana, 2019).
La Neurocezione e la Teoria Polivagale
L’attività di monitoraggio dell’ambiente esterno che ci consente di percepire degli input come sicuri o pericolosi è sostenuta da un sistema di “sorveglianza” di cui non siamo consapevoli, che prende il nome di neurocezione. La neurocezione ci aiuta, oltre che a monitorare l’ambiente esterno, anche a scansionare l’ambiente interno cioè sensazioni fisiche, emozioni e pensieri, e lo spazio interpersonale, ovvero gli altri intorno a noi. La capacità di catalogare uno stimolo esterno come sicuro o pericoloso è anche influenzata dalle nostre esperienze di vita; per cui, se abbiamo vissuto in un ambiente poco funzionale, è possibile che le nostre risposte autonomiche siano incongruenti e quindi maladattive.
La Teoria Polivagale fa luce anche sulla nostra predisposizione neurologicamente determinata alla relazione, fonte di co-regolazione. Per vivere esperienze di connessione, è necessario sperimentare una base di serenità e sicurezza. Infatti, soltanto quando ci sentiamo al sicuro siamo in grado di connetterci a noi stessi, agli altri e al mondo che ci circonda, riuscendo così a stabilire relazioni interpersonali funzionali.
Perché conoscere la Teoria Polivagale?
Quando, ad esempio, ti accorgi che in determinate situazioni che non mettono a rischio la tua sopravvivenza ti senti costantemente in pericolo e avverti un’ansia molto forte che non riesci né a placare né a comprendere da dove origina, oppure se nella maggior parte delle relazioni interpersonali che intraprendi noti di avere difficoltà a fidarti, ad aprirti e questo ti porta a ritirarti o a spegnerti, oppure al contrario, a comunicare in modo aggressivo o agitato, è possibile che il tuo Sistema Nervoso Autonomo non riesca a regolarsi e ti invii segnali da non trascurare.
In sintesi, la Teoria Polivagale rappresenta uno strumento essenziale per comprendere come il nostro sistema nervoso risponde a eventi di trauma psicologico e come possiamo lavorare per ripristinare uno stato di sicurezza e benessere. Se ti trovi spesso in situazioni di stress o ansia e non riesci a capirne l’origine, conoscere la Teoria Polivagale può aiutarti a gestire meglio le tue emozioni e migliorare la qualità delle tue relazioni interpersonali.
Per approfondire come il trauma psicologico influenzi queste risposte, puoi leggere di più sulla Psicotraumatologia o scoprire di più sui traumi complessi e il loro trattamento.
Rivolgerti a un professionista per capirne di più potrebbe essere un’ottima idea per prenderti cura di te e…del tuo Nervo Vago!
Bibliografia
Dana, D. (2019). La teoria polivagale nella terapia: prendere parte al ritmo della regolazione. Roma: Giovanni Fioriti.
Montano, A. & Iadeluca, V. (2023). La Teoria Polivagale in pratica. Wired to connect: un programma teorico-esperienziale per gruppi. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson.
Porges, S. W. (1995). Orienting in a defensive world: Mammalian modifications of our evolutionary heritage. A polyvagal theory. Psychophysiology, 32(4), 301-318.
Porges, S. W. (1998). Love: An emergent property of the mammalian autonomic nervous system, Psychoneuroendocrinology, 23(8), 837-861.
Porges, S. W. (2001). The polyvagal theory: Phylogenetic substrates of a social nervous system. International Journal of Psychophysiology, 42(2), 123-146.
Porges, S. W. (2007). The polyvagal perspective. Biological Psychology, 74(2), 116-143.
Porges, S. W. (2011). Neurophysiological foundation of emotions, attachment, communication, self-regulation. New York: Norton.
Porges, S. W. (2017). The pocket guide to the Polyvagal Theory: The transformative power of feeling safe. New York: Norton.
Porges, S. W. (2021). Polyvagal safety. Attachment, communication, self-regulation. New York: W. W. Norton & Company.
Porges, S. W. & Dana, D. (2018). Clinical applications of the polyvagal theory. The emergence of polyvagal-informed therapies. New York: W. W. Norton & Company.
by Diana Di Meglio
Cos’è l’alessitimia?
Il termine “alessitimia” (dal greco “a” per “mancanza”, “lexis” per “parola” e “thymos” per “emozione”) si riferisce alla mancanza di parole per esprimere il proprio stato emotivo. Il soggetto alessitmico ha difficoltà a riconoscere i propri stati interni e, di conseguenza, a valutare se il proprio benessere è sufficientemente adeguato.
Attualmente, è riconosciuta come un costrutto transnosografico, associato trasversalmente a uno spettro di condizioni cliniche che rientrano nel concetto più ampio di disregolazione emotiva. Quando si parla di alessitimia, quindi, non si intende una vera e propria condizione patologica, ma una difficoltà nelle abilità di regolazione affettiva che può manifestarsi in molteplici patologie. Con il concetto di regolazione affettiva si fa riferimento alla capacità di tollerare le emozioni spiacevoli (es. tristezza, rabbia) compensandole con quelle piacevoli (es. gioia, soddisfazione), senza ricorrere a comportamenti disfunzionali, quali mangiare eccessivamente o assumere sostanze.
Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato che, a differenza di quanto si pensasse originariamente, l’alessitimia sembra essere un tratto della personalità relativamente stabile, non necessariamente associato a psicopatologia. In tal caso, i soggetti alessitmici manifesterebbero difficoltà nell’elaborazione degli stimoli emotivi su un piano comportamentale, fisiologico e neurobiologico.
Come si manifesta l’alessitimia?
Gli alessitmici mostrano una scarsa partecipazione affettiva sia attraverso le espressioni facciali sia attraverso il linguaggio emotivo; inoltre, sembrano essere meno accurati nel riconoscimento delle espressioni facciali emotive altrui.
Un soggetto alessitmico, nonostante sia apparentemente ben inserito socialmente, potrebbe avere difficoltà in ambito relazionale a causa dell’oscillazione tra comportamenti amorevoli e distacchi improvvisi e immotivati. Se interrogati sui motivi di queste manifestazioni, sono incapaci di dare spiegazioni. Ciò accade perché i soggetti alessitmici, pur mostrando una normale attivazione fisiologica in presenza di emozioni, hanno ridotte capacità di riorganizzare gli elementi che caratterizzano la loro esperienza corporea in una rappresentazione mentale intrapsichica.
Il soggetto alessitmico si esprime spesso in termini concreti e pratici, con uno stile di pensiero orientato verso l’esterno piuttosto che introspettivo. Sebbene i dialoghi siano caratterizzati da molti dettagli, appaiono spesso “vuoti” e “piatti” in quanto privi di riferimenti a desideri, paure e sentimenti. La difficoltà centrale è pertanto rappresentata dalla scarsa capacità di valutare ed interpretare le emozioni, di discriminare tra emozioni e sensazioni corporee e di riconoscere da cosa derivano gli stati emotivi.
Sintomi dell’alessitimia
L’alessitimia è un complesso fenomeno psicologico caratterizzato da una serie di sintomi che influenzano la capacità di una persona di riconoscere, comprendere ed esprimere le proprie emozioni. Identificare questi sintomi è essenziale per una diagnosi accurata e per fornire il supporto e il trattamento adeguati. Di seguito, esploreremo alcuni dei principali sintomi dell’alessitimia, evidenziando come possono manifestarsi nella vita quotidiana delle persone affette da questa condizione.
- Difficoltà nell’identificare e descrivere le proprie emozioni.
- Scarsa consapevolezza dei propri stati emotivi.
- Ridotta capacità di esprimere emozioni in parole.
- Difficoltà nel riconoscere le emozioni negli altri.
- Tendenza a esprimersi in modo concreto e pratico anziché emotivo.
- Oscillazione tra comportamenti affettuosi e distaccati senza una spiegazione chiara.
- Espressioni facciali e linguaggio emotivo limitati.
- Ridotta partecipazione emotiva nelle relazioni interpersonali.
- Mancaza di chiarezza nel comunicare desideri, paure e sentimenti personali.
- Difficoltà nella gestione e regolazione delle emozioni spiacevoli.
- Tendenza a utilizzare comportamenti disfunzionali per fronteggiare le emozioni (es. alimentazione eccessiva, uso di sostanze).
- Ridotte capacità di discriminare tra emozioni e sensazioni corporee.
- Difficoltà nel comprendere l’origine e il significato delle proprie reazioni emotive.
- Ridotta partecipazione emotiva nella vita quotidiana.
- Minore precisione nel riconoscere le espressioni facciali emotive altrui.
- Meno ricordi legati a esperienze emotive nella memoria autobiografica.
Perché è importante rivolgersi ad un professionista?
In psicoterapia, il trattamento dell’alessitimia mira all’acquisizione di competenze emotive, che comprendono la capacità di apprendere cosa sono e a cosa servono le emozioni, come si chiamano, come si gestiscono in modo consapevole e come si esprimono e condividono con altri. Tutto ciò si traduce nell’espressione “alfabetizzazione emotiva” (anche detta educazione emotiva). Una buona educazione emotiva consente di sviluppare efficaci strategie di coping e adeguate relazioni sociali, equilibrate e funzionali. Strategie di coping e relazioni sociali sono senza dubbio due ingredienti portanti del benessere psicologico dell’individuo, a tutte le età.
Nonostante sia auspicabile che l’educazione affettiva possa essere integrata nei processi di istruzione scolastica per favorire lo sviluppo di tali abilità fin da piccoli, l’educazione emotiva non è destinata solo ai bambini ma può essere insegnata anche ad adulti e anziani. Accrescere le proprie competenze affettive può portare non solo ad un maggior benessere come individui, ma soprattutto alla possibilità di muoversi e di realizzarsi nel pieno delle proprie possibilità.
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