by Dr. Alessandro Sanchez
Come fanno gli psicoterapeuti a offrire supporto emotivo a tante persone? Sono impassibili alle storie che ascoltano? Devono andare in terapia per gestire la propria emotività?
Sicuramente sono dubbi che hanno sfiorato la mente di chiunque abbia incrociato uno psicoterapeuta nella propria vita. In effetti, un’intuizione è giusta: non sempre è facile gestire emotivamente i contenuti narrati dai pazienti. Questo dipende sia dal nostro funzionamento come esseri umani, che ci porta naturalmente ad essere empatici, sia dall’elevata sintonizzazione con gli stati emotivi dell’altro, che ha luogo nella relazione terapeutica.
Ci sono due strade che può percorrere un terapeuta per regolare il proprio mondo interno, che possono anche viaggiare parallelamente: La terapia personale e la supervisione.
La Terapia personale per lo psicoterapeuta e lo psicologo
La terapia personale favorisce la stabilità emotiva del terapeuta: non è obbligatoria in tutti i casi, ma un terapeuta può decidere volontariamente di effettuarla e ciò aiuta moltissimo. Innanzitutto, mette il terapeuta nei panni del paziente, aiutandolo a comprendere come funziona il setting e come ci si sente “dall’altra parte”. In secondo luogo, fornisce al terapeuta gli strumenti che egli stesso, a sua volta, trasmetterà ai propri pazienti, aiutandoli a diventare terapeuti di sé stessi. Sperimentare in prima persona la terapia può aprire delle finestre di autoriflessione e regolazione importantissime per un terapeuta, nonché aiutarlo a diventare consapevole dei propri nuclei più profondi e sensibili che potrebbero attivarsi mentre conduce le terapie.
Supervisione per Psicologi e Psicoterapeuti
La supervisione è parte integrante della formazione ed è volta a insegnare al futuro terapeuta come si realizza un percorso di psicoterapia. La supervisione è probabilmente lo strumento più utilizzato dai terapeuti, sia alle prime armi che più esperti, per approfondire, comprendere e gestire ciò che avviene in terapia con i propri pazienti. Si tratta della condivisione di un caso clinico con un terapeuta più esperto o comunque esterno al setting. L’esperienza del supervisore, unitamente alla conoscenza che questi ha di colui che richiede la supervisione, permette di individuare i punti critici nella terapia, spesso legati alle dinamiche relazionali che si verificano tra terapeuta e paziente.
In sintesi, la supervisione offre un ambiente di apprendimento che consente di ottenere un feedback significativo sulla propria pratica. Gli obiettivi della supervisione sono:
- Comprendere meglio le dinamiche cliniche, le tecniche psicoterapeutiche e le modalità di intervento.
- Acquisire una maggiore consapevolezza e comprensione delle proprie capacità professionali.
- Sviluppare la capacità di valutare e gestire i problemi clinici in modo appropriato.
- Acquisire competenze tecniche, etiche e relazionali necessarie per una pratica sicura ed efficace.
- Comprendere le dinamiche relazionali che possono rivelarsi un ostacolo per lo svolgimento della terapia.
Il processo di supervisione include la discussione dei casi complessi, la revisione dei materiali, la condivisione di idee e la valutazione della qualità della pratica. Il supervisore fornisce inoltre orientamento e supporto al collega, fornendo feedback e riflessioni sulla sua pratica. Inoltre, il supervisore può anche fornire supporto educativo e consigliare risorse aggiuntive.
Conclusioni
In conclusione, il terapeuta può essere profondamente scosso da quanto ascolta in terapia. Diventare psicoterapeuta non insegna a non sentire più le emozioni dolorose o non soffrire, al contrario, fornisce strumenti per migliorare il modo in cui queste si affrontano. Questi strumenti vengono appresi dai terapeuti esattamente come fanno i pazienti, con lo stesso percorso e le stesse tecniche. In sintesi, non bisogna demordere, anche i terapeuti cominciano da zero.
by Dr. Alessandro Sanchez
Che cos’è una Relazione terapeutica?
La relazione terapeutica è una relazione umana nella quale terapeuta e cliente lavorano insieme creando un rapporto di reciproca fiducia.
Significa diventare amici con il terapeuta? E se poi non riesco a fare a meno del terapeuta?
Sono dubbi legittimi per i non addetti ai lavori, poiché al termine “relazione” si lega comunemente l’immagine di un rapporto intimo e personale con qualcuno. Però, per quanto la relazione con il terapeuta possa essere profonda e intima, non si tratta di amicizia, ma di un fattore terapeutico estremamente importante, al punto da poter spesso predire il successo di una terapia.
Questo si verifica perché uno degli aspetti della relazione terapeutica è l’alleanza. Alleanza terapeutica significa porsi degli obiettivi condivisi, dei compiti reciproci durante il trattamento, un legame affettivo caratterizzato da fiducia e rispetto. Possono sembrare aspetti scontati, eppure non sono sempre chiari dall’inizio. Ciò dipende dalla complessità della terapia, non risolvibile in qualche incontro, né con una bacchetta magica.
La scoperta di sé che affronta la persona dev’essere supportata dal terapeuta tenendo sempre bene in mente gli aspetti sui quali si intende lavorare, i compiti legati a ognuna delle figure coinvolte e un clima che permetta di sviscerare tutto ciò che emerge. Per fortuna, entrambi i concetti di relazione e alleanza sono stati sempre più osservati e affinati, fino a diventare un pilastro della psicoterapia.
Cicli cognitivi interpersonali
La relazione assolve diverse funzioni. Innanzitutto, una psicoterapia senza obiettivi, come qualsiasi altro processo, sarà destinata a fallire. È di fondamentale importanza avere ben chiaro in mente il punto di arrivo, in modo da non perdere la bussola durante il tragitto. A parte questi aspetti con un taglio maggiormente pratico, la relazione terapeutica diventa anche il luogo nel quale sperimentare il proprio modo di relazionarsi agli altri.
È ormai consolidata l’idea che i nostri schemi relazionali derivano dalle esperienze fatte in età evolutiva con le figure significative, ovvero i nostri caregiver (i genitori o coloro che si sono presi cura di noi), i primi amici e amori. Una relazione diventa quindi il teatro nel quale mettiamo in scena questi schemi, fondamentali per la comprensione del nostro funzionamento a tutto tondo.
All’inizio degli anni ‘90 una coppia di ricercatori (Safran e Segal, 1990) ha messo in luce il concetto di cicli cognitivi interpersonali. Questi non sono altro che dei processi tipici che mettiamo in atto nelle relazioni e che generano nell’altro risposte prevedibili. In altre parole, ci creiamo delle aspettative sull’andamento di un rapporto, sulla base delle quali attuiamo comportamenti specifici. Questo spesso finisce per rinforzare la patologia, poiché lo scopo principale che ha il nostro cervello è evitare o ridurre la nostra sofferenza, ma questo spesso lo fa a qualsiasi costo, peggiorando la nostra condizione a lungo termine. Dunque, comprendere come funzioniamo in relazione ad un’altra persona è un’ottima base per comprendere l’origine di alcuni disagi e provare a ridurne l’intensità, in un certo senso riprogrammando le uniche modalità che conosciamo.
In effetti, il terapeuta agisce anche come figura di attaccamento, similmente a come hanno fatto i nostri caregiver in passato, permettendo in questo modo di creare una base sicura per il paziente, che faciliti il passaggio a uno stile di attaccamento sicuro.
Rotture e flessioni della relazione
Da una parte, queste informazioni possono aiutare a capire l’importanza della relazione, dall’altra non è sempre così scontato che quest’ultima sia facile da instaurare e lineare nel tempo. I fattori individuali, sia del paziente che del terapeuta, si intrecceranno nella terapia in modi relativamente prevedibili, tuttavia non è scontato che funzioni sempre e allo stesso modo.
Infatti, bisogna considerare un altro importante concetto legato a quello di relazione, ovvero la rottura della stessa. Se è vero che il compito del terapeuta è quello di tenere sotto controllo tutto ciò che avviene in terapia, anche una solida relazione può andare incontro a flessioni e rotture. Vivere la relazione con un terapeuta significa anche investirlo di significati legati alla nostra storia, che possono suscitare vissuti emotivi negativi e difficili da gestire, può essere normale sperimentare emozioni contrastanti nei suoi confronti, sentirsi smarriti, ansiosi, spaventati.
La tendenza è spesso quella di cercare di risolvere questi stati emotivi attraverso l’allontanamento, che si esplicita con risposte secche o cambi di argomento, o l’attacco, espresso sotto forma di rabbia o insoddisfazione verso il terapeuta. Tuttavia, una flessione o rottura ben gestita rappresentano uno spunto importantissimo per l’autoriflessione e la propria crescita personale.
Reparenting: il terapeuta assume attivamente il ruolo di una figura genitoriale nuova
Inoltre, la relazione diventa anche uno specchio che rimanda al paziente il modo in cui egli valuta sé stesso, gli altri e il mondo. Questo permette l’emergere di bisogni profondi del paziente agli occhi attenti del terapeuta, che sarà pronto a riconoscere la vulnerabilità, accogliere i bisogni e soddisfarli in un modo funzionale. Si chiama Reparenting e viene utilizzato per ricreare l’immagine del genitore che il paziente ha interiorizzato, fornendo un nuovo modello di adulto sano.
Conclusioni
In conclusione, la scelta di un terapeuta può risultare meno facile del previsto, poiché hanno un ruolo anche i suoi fattori personali, quindi è importante che la figura alla quale ci rivolgiamo ci faccia una buona impressione dall’inizio. D’altra parte, è importante anche avere fiducia nel terapeuta e provare ad esplorare eventuali vissuti emotivi negativi che possono emergere nella relazione, sentendosi sicuri che questi verranno accolti e rielaborati insieme, con il solo scopo di migliorare il benessere del paziente
by Dr. Alessandro Sanchez
La sindrome del colon irritabile, in inglese Irritable Bowel Syndrome (IBS), è un comune disturbo gastrointestinale di cui, secondo i dati del Ministero della Salute, in Italia soffre il 10-20% della popolazione.
Il disturbo è caratterizzato da sintomi di dolore addominale o discomfort, associato a un’alterazione della funzione intestinale, con cambiamenti relativi alla forma e alla consistenza delle feci ed episodi variabili di diarrea e/o costipazione (Olden, 2002; Cashman et l., 2016). Inoltre, possono presentarsi altre manifestazioni sgradevoli quali meteorismo, flatulenza, sensazione di urgenza di defecare, sensazione di difficoltà a evacuare, sensazione di evacuazione incompleta, dolore durante l’evacuazione, dolore addominale o necessità di evacuare subito dopo il pasto.
Spesso la sintomatologia interferisce molto nella vita quotidiana e diventa fonte di grande imbarazzo per chi ne soffre.
L’IBS sembra colpire principalmente chi lavora nel mondo manageriale, industriale, politico, accademico, imprenditoriale, finanziario, bancario, ovvero in contasti lavorativi particolarmente stressanti nei quali vi sono alti livelli di competizione, standard elevati e focalizzazione sulla carriera e sui risultati da raggiungere.
Cause della sindrome del colon irritabile
Pur essendoci alcune ipotesi in merito, ad oggi non è stata ancora individuata una causa specifica che possa spiegare l’origine del disturbo; dunque, si ricorre a quella che viene definita ottica bio-psico-sociale, ovvero la somma di fattori biologici, psicologici e sociali. In particolare, la ricerca ha individuato diversi fattori che concorrono allo sviluppo di IBS, tra cui:
- Uno stile di attaccamento insicuro ansioso/evitante che predispone il soggetto al pensiero catastrofico e allo sviluppo di convinzioni negative sul dolore;
- Il tratto di personalità del neuroticismo che, ad alti livelli, può spingere la persona a scegliere strategie di coping disfunzionali quali la catastrofizzazione e la somatizzazione;
- La difficoltà a riconoscere e regolare i propri stati emotivi;
Legame tra Mente e intestino
Il nostro cervello è strettamente connesso con l’intestino, infatti, il sistema limbico (una serie di strutture cerebrali implicate nell’elaborazione delle emozioni) comunica i cambiamenti emotivi all’intestino tramite il Sistema Nervoso Autonomo (SNA) che, per definizione, sfugge al nostro controllo volontario ed è diviso in sistema nervoso parasimpatico, simpatico ed enterico. È proprio quest’ultimo a controllare il tratto intestinale, mentre il primo e il secondo rispettivamente contribuiscono alle funzioni di rilassamento/digestione e alle reazioni di attacco/fuga.
Una volta compreso come funziona il SNA è facile intuire che tutti gli stimoli in grado di influenzarlo hanno delle conseguenze anche sul sistema enterico e quindi sul tratto gastrointestinale: è proprio per questa stretta relazione tra mente e intestino che possono comparire tutti i sintomi tipici di questo apparato.
Il ruolo dello stress
Lo stress è uno dei principali fattori di rischio nella sindrome del colon irritabile. In particolare, possono intervenire fattori di primo livello, quali la presenza di disturbi d’ansia, depressione, somatizzazione oppure di secondo livello, riconducibili alla routine quotidiana, come lo stress per il lavoro, difficoltà economiche, scarse capacità di problem solving, pressioni relazionali. Lo stress può agire sul sistema nervoso enterico, alterandone l’equilibrio con il conseguente rischio di sviluppare le specifiche condizioni psicopatologiche dell’IBS.
Le conseguenze della sindrome del colon irritabile
Nonostante non venga associato ad una patologia visibile e/o identificabile, l’IBS può arrecare grande disagio a chi ne soffre e spesso si associano vissuti di ansia, imbarazzo, vergogna e rabbia che possono incidere sullo stress generale dell’individuo, per questo motivo spesso vengono messe in atto le più svariate strategie per ridurre l’intensità dei sintomi.
Strategie inadeguate per gestire della sindrome del colon irritabile
Una strategia spesso adottata da chi soffre di IBS è l’evitamento, vale a dire rinunciare a quelle situazioni nelle quali si teme che possa sorgere la sintomatologia. Se sceglie l’evitamento, piuttosto che partecipare a una importante riunione di lavoro, la persona preferirà inventare una scusa per non prendervi parte, oppure eviterà le uscite con gli amici per timore del discomfort che potrebbe provare.
Un’altra strategia spesso utilizzata consiste nel seguire un’alimentazione particolarmente restrittiva durante i periodi nei quali si intensificano i sintomi, nel tentativo di ridurre eventuali sintomi.
Un’altra parentesi ancora è costituita dai comportamenti protettivi, ovvero tutta una serie di strategie messe in atto con l’intento di prevenire la comparsa del sintomo ed essere pronti a reagirvi.
Questi comportamenti si declinano in molteplici forme, qualche esempio uscire solo con determinati oggetti a portata di mano (ad esempio farmaci per ridurre dolori o problemi di evacuazione, fazzoletti, copri water, ecc.) oppure solo in determinate condizioni (ad esempio solo se c’è un bagno a disposizione, se si evitano certe fasce orarie, se c’è la possibilità di andar via, ecc.).
Seppure tutte quelle illustrate possano sembrare valide strategie per ridurre il disagio, hanno spesso un effetto opposto, specialmente in considerazione dell’origine psichica del disturbo. Evitare le situazioni nelle quali temiamo che possano insorgere i sintomi non fa altro che confermare lo schema che ciò avverrà, incrementando di conseguenza l’ansia e la paura per quello specifico evento.
Allo stesso modo, portare con sé oggetti utili a prevenire o contenere le conseguenze catastrofiche ipotizzate non fa altro che aumentare l’attenzione verso il disturbo e la relativa sintomatologia, alimentando un circolo vizioso che non aiuta la persona a liberarsene e finendo paradossalmente per peggiorare la situazione. Infine, una dieta particolarmente restrittiva per lunghi periodi può determinare notevoli carenze nutrizionali con tutti i conseguenti problemi di salute.
In sintesi, il rischio è soltanto un aumento dello stress, un peggioramento della sintomatologia e la tendenza all’isolamento con relative problematiche secondarie quali depressione, ansia e ritiro.
Cura e trattamento per la sindrome del colon irritabile
Ad oggi non esiste ancora un trattamento medico specifico per l’IBS, ma, abbracciando l’ottica bio-psico-sociale, si rimanda alla psicoterapia come principale strumento. In particolare, la psicoterapia cognitivo comportamentale, attraverso specifici protocolli, risulta un valido trattamento che permette di ristabilire un equilibrio nella propria vita e acquisire maggiore fiducia nelle situazioni quotidiane, poiché aiuta a conoscere e regolare meglio i propri stati emotivi, a ridurre i fattori di stress nella vita della persona e a ristrutturare tutte quelle credenze e abitudini disfunzionali che contribuiscono allo sviluppo e al mantenimento del disturbo.
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