Come fa un terapeuta a gestire le proprie emozioni in terapia?

Come fanno gli psicoterapeuti a offrire supporto emotivo a tante persone? Sono impassibili alle storie che ascoltano? Devono andare in terapia per gestire la propria emotività?

Sicuramente sono dubbi che hanno sfiorato la mente di chiunque abbia incrociato uno psicoterapeuta nella propria vita. In effetti, un’intuizione è giusta: non sempre è facile gestire emotivamente i contenuti narrati dai pazienti. Questo dipende sia dal nostro funzionamento come esseri umani, che ci porta naturalmente ad essere empatici, sia dall’elevata sintonizzazione con gli stati emotivi dell’altro, che ha luogo nella relazione terapeutica.

Ci sono due strade che può percorrere un terapeuta per regolare il proprio mondo interno, che possono anche viaggiare parallelamente: La terapia personale e la supervisione.

La Terapia personale per lo psicoterapeuta e lo psicologo

 

La terapia personale favorisce la stabilità emotiva del terapeuta: non è obbligatoria in tutti i casi, ma un terapeuta può decidere volontariamente di effettuarla e ciò aiuta moltissimo. Innanzitutto, mette il terapeuta nei panni del paziente, aiutandolo a comprendere come funziona il setting e come ci si sente “dall’altra parte”. In secondo luogo, fornisce al terapeuta gli strumenti che egli stesso, a sua volta, trasmetterà ai propri pazienti, aiutandoli a diventare terapeuti di sé stessi. Sperimentare in prima persona la terapia può aprire delle finestre di autoriflessione e regolazione importantissime per un terapeuta, nonché aiutarlo a diventare consapevole dei propri nuclei più profondi e sensibili che potrebbero attivarsi mentre conduce le terapie.

Supervisione per Psicologi e Psicoterapeuti 

La supervisione è parte integrante della formazione ed è volta a insegnare al futuro terapeuta come si realizza un percorso di psicoterapia. La supervisione è probabilmente lo strumento più utilizzato dai terapeuti, sia alle prime armi che più esperti, per approfondire, comprendere e gestire ciò che avviene in terapia con i propri pazienti. Si tratta della condivisione di un caso clinico con un terapeuta più esperto o comunque esterno al setting. L’esperienza del supervisore, unitamente alla conoscenza che questi ha di colui che richiede la supervisione, permette di individuare i punti critici nella terapia, spesso legati alle dinamiche relazionali che si verificano tra terapeuta e paziente.

In sintesi, la supervisione offre un ambiente di apprendimento che consente di ottenere un feedback significativo sulla propria pratica. Gli obiettivi della supervisione sono:

  • Comprendere meglio le dinamiche cliniche, le tecniche psicoterapeutiche e le modalità di intervento.
  • Acquisire una maggiore consapevolezza e comprensione delle proprie capacità professionali.
  • Sviluppare la capacità di valutare e gestire i problemi clinici in modo appropriato.
  • Acquisire competenze tecniche, etiche e relazionali necessarie per una pratica sicura ed efficace.
  • Comprendere le dinamiche relazionali che possono rivelarsi un ostacolo per lo svolgimento della terapia.

Il processo di supervisione include la discussione dei casi complessi, la revisione dei materiali, la condivisione di idee e la valutazione della qualità della pratica. Il supervisore fornisce inoltre orientamento e supporto al collega, fornendo feedback e riflessioni sulla sua pratica. Inoltre, il supervisore può anche fornire supporto educativo e consigliare risorse aggiuntive.

Conclusioni

In conclusione, il terapeuta può essere profondamente scosso da quanto ascolta in terapia. Diventare psicoterapeuta non insegna a non sentire più le emozioni dolorose o non soffrire, al contrario, fornisce strumenti per migliorare il modo in cui queste si affrontano. Questi strumenti vengono appresi dai terapeuti esattamente come fanno i pazienti, con lo stesso percorso e le stesse tecniche. In sintesi, non bisogna demordere, anche i terapeuti cominciano da zero.