by dr.ssa Caterina Capocotta
Il senso di colpa è un’emozione complessa che può fungere da bussola morale, aiutandoci a distinguere tra ciò che riteniamo giusto o sbagliato, ma può anche diventare una gabbia invisibile che ci immobilizza, alimentando autocritica e sofferenza. Molte persone raccontano di sentirsi costantemente in colpa: per non essere “abbastanza”, per aver fatto scelte ritenute sbagliate, per non riuscire a soddisfare aspettative altrui. Ma da dove nasce questa emozione?
Il senso di colpa è come un’ombra: a volte ci accompagna silenziosamente, altre volte diventa così ingombrante da oscurare ogni passo. Spesso è il risultato di regole interiorizzate, aspettative familiari o culturali, e del confronto con gli altri.
Quante volte ti sei detto: “Avrei dovuto fare diversamente” oppure “Se solo fossi stato più attento…”?
Origine del Senso di Colpa
Secondo la psicoanalisi, il senso di colpa è conseguenza dell’ambivalenza provata verso figure importanti della propria vita. Il contrasto tra natura (i propri desideri) e cultura (ideali e valori), porta il bambino ad interiorizzare i valori genitoriali sotto forma di Super Io, un’istanza psichica che garantisce il rispetto di tali valori morali (Freud, 1923).
Le ricerche sullo sviluppo psicologico del bambino evidenziano che i piccoli esibiscono molto precocemente una sensibilità morale (Bloom, 2013). Questi studi suggeriscono che la morale umana non è un mero costrutto culturale, poiché i bambini esibiscono abilità, motivazioni ed emozioni che permettono loro di compiere scelte moralmente rilevanti. La moralità è innata, intuitiva e preriflessiva (Haidt, 2012).
La colpa è funzione dell’innata empatia, del senso di responsabilità e della prosocialità dell’essere umano, del bisogno che il bambino ha di sentire la vicinanza dei propri genitori. I bambini possono sentirsi in colpa per qualsiasi atteggiamento o comportamento, anche il più sano, se hanno l’impressione o viene detto loro che esso suscita dolore o disapprovazione nei genitori o mette a repentaglio il rapporto con loro (Weiss, 1993). E la rabbia, in quest’ottica, è spesso una reazione secondaria ad un senso di responsabilità troppo forte, ed un fattore che accresce il senso di colpa (Gazzillo, 2016).
Dobbiamo innanzitutto distinguere tra:
- Colpa funzionale: ci segnala un errore e ci spinge a riparare, a crescere, a rinforzare i legami. È un’emozione utile e orientata al futuro.
- Colpa nevrotica: nasce da aspettative eccessive e da un Super-Io troppo severo. Non porta a riparazione, ma a blocco, auto-punizione e sofferenza cronica (Freud, 1923).
Il senso di colpa cosciente è legato a ciò che le persone consapevolmente credono sia giusto o sbagliato in base alla loro educazione, cultura e società di appartenenza, ai propri valori e alle conseguenze osservate o previste delle proprie azioni. Ci aiuta a trovare soluzioni creative senza limitare troppo la nostra libertà di azione e negare i nostri bisogni.
Il senso di colpa inconscio, spesso è legato a traumi vissuti nel passato e rimossi, in cui il bambino ha pensato che, perseguendo un proprio obiettivo sano, avrebbe messo in pericolo i suoi familiari e la relazione con loro. Quest’ultimo è alla base di molti comportamenti disfunzionali che ci portano a condurre una vita frustrante e carica di sacrificio (Gazzillo, 2016).
Ti è mai capitato di chiederti: “Sto davvero sbagliando o sto solo sentendo di non essere all’altezza?”
Il Peso della Cultura e della Famiglia
In alcuni casi, il senso di colpa non è proporzionato all’azione commessa, ma è frutto di dinamiche più profonde, è il risultato di messaggi appresi sin dall’infanzia:
- “Non far soffrire la mamma”
- “Pensa sempre agli altri”
- “Se sbagli, deludi tutti”
Questi messaggi, interiorizzati, possono diventare credenze rigide che ci spingono a metterci sempre da parte, a vivere in funzione del dovere, aspettative e responsabilità.
- Contesto familiare: crescere in ambienti in cui l’amore è condizionato (“ti voglio bene solo se…”) può portare a interiorizzare colpe immaginarie.
- Traumi e lutti: molte persone si sentono responsabili per eventi che in realtà non dipendevano da loro.
- Perfezionismo: quando il bisogno di controllo e performance è eccessivo, ogni “errore” diventa insopportabile.
Ci sono situazioni del passato per cui ti senti ancora responsabile, anche se la ragione ti dice che non lo eri?
I Sensi di Colpa Interpersonali
Sono colpe inconsce e spesso irrazionali, si intrecciano tra loro, per cui una stessa persona può sentirsi in colpa per varie ragioni.
Il senso di colpa da separazione
Si sviluppa a partire dalla credenza che se ci separiamo dalle persone care, ci differenziamo e ci rendiamo indipendenti da loro, li faremo soffrire e arrecheremo loro un danno. Si tratta di non essere “sleali” rispetto a quello che gli altri si aspettano e vogliono che tu sia, creda o faccia. Assumere idee differenti, vivere in una città lontana, adottare uno stile di vita diverso, avere altre persone come punti di riferimento, sono solo alcune delle possibilità che chi sperimenta tale senso di colpa non si concede. Non esserne afflitti, vuole dire da adulti fare scelte diverse da quelle dei familiari e non per questo sentirsi sbagliati, seguire le proprie inclinazioni senza sentirsi sleali. Non sentire in maniera eccessiva che la responsabilità della felicità dei genitori sia legata alla nostra vicinanza e similarità.
M. 30 anni, racconta di aver scelto medicina non per passione, ma per il desiderio di compiacere il padre medico. Nonostante i successi accademici, si sente svuotato e in colpa quando pensa di cambiare strada.
Il senso di colpa del sopravvissuto
Si basa sul principio dell’equità, per cui avere più degli altri o versare in condizioni migliore è ingiusto. Il senso di colpa del sopravvissuto porta quindi a condotte di espiazione e a rinunce immotivate, a boicottare i propri successi e a non poter godere dei traguardi. La presenza di un fratello più fragile, la morte di un genitore o di una persona cara, la depressione di una madre, la sofferenza e i fallimenti di un padre, sono situazione che rendono questa colpa possibile.
Il senso di colpa da responsabilità onnipotente
In esso è centrale la convinzione di avere il “dovere” e il “potere” di prendersi cura delle persone care in difficoltà. La persona è mossa dalla credenza che, senza il suo impegno, le cose andranno male per gli altri. Occuparsi di sé e del proprio benessere viene quindi vissuto come un atto di egoismo. La persona crede di non poter mancare un appuntamento o rifiutare inviti poiché qualcun altro potrebbe soffrirne; ha grandi difficoltà a dire di no alle richieste degli altri; non riesce a mettere dei limiti sul lavoro o nelle relazioni; teme che, se non ha tutto sotto controllo, le cose andranno male, e che pensare ai propri interessi sia una cosa che fanno solo gli egoisti.
M. 35 anni, racconta di sentirsi in colpa perché i suoi genitori hanno divorziato quando lei aveva 10 anni. Razionalmente sa che non era colpa sua, ma emotivamente porta con sé un peso che influenza le sue relazioni affettive.
Il senso di colpa da burdening
È espressione di un insieme di credenze per le quali esprimere i propri desideri e bisogni, e comportarsi in modo spontaneo, ha come conseguenza quella di opprimere gli altri. Questo tipo di senso di colpa in genere affonda le sue radici in esperienze di sviluppo in cui la persona percepisce che i cargiver o i fratelli siano gravati dal compito di prendersi cura di lei.
Il senso di colpa da odio di sé
Vi è la convinzione di non meritare l’amore e il rispetto degli altri, di non avere il diritto di essere felici soddisfatti di sé. Si ha la sensazione di essere intrinsecamente sbagliati, inadeguati. Anche questa colpa affonda le sue radici nei rapporti familiari, quando al bambino viene attribuito il ruolo del figlio cattivo, imbranato, fallito (Gazzillo, 2016).
Il Senso di Colpa verso i Genitori
Il rapporto con i genitori è spesso una fonte inesauribile di emozioni contrastanti: amore, riconoscenza, ma anche frustrazione e senso di colpa. Molti adulti raccontano di sentirsi in colpa per non essere stati abbastanza presenti, per non aver seguito il percorso che i genitori immaginavano per loro, o per non riuscire a “ripagare” i sacrifici ricevuti.
Ti sei mai sentito in dovere di vivere una vita che non era davvero la tua, solo per non deludere i tuoi genitori?
Il legame di attaccamento può trasformarsi in vincoli interiori rigidi, alimentando vissuti di colpa anche in età adulta (Bowlby, 1969). È necessario distinguere tra i valori autentici e quelli imposti, imparando a prendersi la libertà di scegliere senza sentirsi “cattivi figli”. Non esistono figli perfetti, ma figli liberi di costruire la propria vita.
Il Senso di Colpa nella Genitorialità
Fare il genitore significa confrontarsi continuamente con il dubbio e con il timore di non fare abbastanza. Molti genitori si sentono in colpa per non trascorrere abbastanza tempo con i figli, per perdere la pazienza o per non corrispondere all’ideale di “madre” o “padre” perfetto.
I bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori sufficientemente buoni, capaci di accogliere, sbagliare e riparare (Winnicott, 1953). È necessario ridimensionare l’ideale di perfezione, a riconoscere i propri limiti e a coltivare la self-compassion (Neff, 2003). Un genitore che si concede di sbagliare insegna ai figli la cosa più importante: che non serve essere perfetti per essere amati.
E. 38 anni, in terapia racconta di sentirsi in colpa ogni volta che lascia la figlia all’asilo per andare a lavorare. Scopre gradualmente che il lavoro non è un tradimento, ma un modo per essere più soddisfatta e quindi una madre più presente e autentica.
Il Senso di Colpa dopo un Lutto
Dopo la morte di una persona cara, molti sperimentano pensieri intrusivi: “Avrei dovuto fare di più”, “Perché non gli ho detto quanto gli volevo bene?”. Questo senso di colpa accompagna spesso il processo di lutto, rendendolo più doloroso.
Il lutto diventa “complicato” quando le emozioni – tra cui la colpa – bloccano il naturale processo di elaborazione. In questi casi, la persona resta imprigionata in rimorsi continui, senza possibilità di andare avanti (Parkes, 1996).
A. 50 anni, ha perso la sorella dopo una lunga malattia. In terapia racconta di sentirsi colpevole per non essere stata sempre presente in ospedale. Con il tempo, riesce a trasformare la colpa in un ricordo affettuoso e in gesti di continuità: dedicare tempo a cause care alla sorella.
È importante trasformare il senso di colpa in memoria e significato. Non possiamo cambiare ciò che è accaduto, ma possiamo scegliere come portare avanti i legami dentro di noi.
Il Senso di Colpa nelle Relazioni di Coppia
Il senso di colpa è molto presente nei rapporti di coppia. C’è chi si sente in colpa per non dare abbastanza, chi per aver messo fine a una relazione, chi per aver scelto di seguire i propri bisogni.
Il senso di colpa può nascere sia dal danno reale all’altro, sia da fantasie interne legate a paure di abbandono o tradimento. Questo spiega perché spesso ci sentiamo colpevoli anche senza aver fatto nulla di “sbagliato” (Klein, 1948).
D. 29 anni, racconta di essersi sentito profondamente in colpa dopo aver lasciato la fidanzata, nonostante sapesse che la relazione non lo rendeva felice. Scopre che il suo senso di colpa è alimentato da un’idea: “far soffrire qualcuno significa essere una cattiva persona”.
Si lavora sul confine tra responsabilità e libertà: riconoscere l’altro come importante, ma senza annullare la propria autenticità. Amare davvero significa poter dire “sì” e “no” senza sentirsi colpevoli.
In Terapia: dal Giudizio alla Comprensione
In terapia, il lavoro sul senso di colpa può riguardare:
- Riconoscimento e validazione dell’emozione: imparare a dare un nome al proprio vissuto emotivo senza giudicarlo.
- Valutazione delle colpe: quali azioni effettivamente richiedono riparazione e quali, invece, sono legate a credenze distorte e disfunzionali?
- Elaborazione narrativa: ricostruire la propria storia dando un significato diverso a eventi dolorosi.
- Riparazione: laddove possibile, trasformare la colpa in azioni riparative e costruttive.
- Rielaborare le radici familiari e culturali: capire da dove nasce quel senso di colpa.
- Allenarsi all’autocompassione (Neff, 2003): sostituire la critica con una voce interiore più accogliente.
In terapia, diventa centrale comprendere quali sono i sensi di colpa che impediscono di raggiungere obiettivi sani e non permettono di comprendere la propria storia e vita psichica da una prospettiva diversa. Il senso di colpa ci parla di valori, di responsabilità, di legami. Ma quando diventa eccessivo o distorto, rischia di impedirci di vivere pienamente. La psicoterapia offre uno spazio sicuro in cui esplorare queste emozioni, comprenderne l’origine e imparare a trasformarle.
Immagina di poter trasformare il senso di colpa da peso che schiaccia a energia che ti spinge a crescere: cosa cambierebbe nella tua vita? Se senti che questo peso è troppo grande da gestire da solo, contattaci per un supporto.
Bibliografia
- Bloom, P. (2013). Just Babies: The Origins of Good and Evil. Crown Publisher/Random House, New York.
- Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. New York: Basic Books.
- Freud, S. (1923). L’Io e l’Es.
- Freud, S. (1924). Il problema economico del masochismo.
- Gazzillo, F. (2016). Fidarsi dei pazienti. Introduzione alla Control-Mastery Theory. Raffaello Cortina, Milano.
- Haidt, J. (2012). Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione. Tr. It. Codice edizioni, Torino 2013.
- Klein, M. (1948). On the theory of anxiety and guilt. International Journal of Psychoanalysis, 29.
- Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self. New York: International Universities Press.
- Neff, K. (2003). Self-Compassion: An Alternative Conceptualization of a Healthy Attitude Toward Oneself. Self and Identity, 2(2), 85–101.
- Parkes, C. M. (1996). Bereavement: Studies of grief in adult life. Routledge.
- Tangney, J. P., & Dearing, R. L. (2002). Shame and Guilt. New York: Guilford Press.
- Weiss, J. (1993). Come funziona la psicoterapia. Tr. It. Bollati Boringhieri, Torino 1999.
- Winnicott, D. W. (1953). Transitional objects and transitional phenomena. International Journal of Psychoanalysis, 34.
by dr.ssa Caterina Capocotta
Chi vive in coppia può chiedersi se la propria relazione con la persona scelta sia sana e funzionale o no. Non conviene fare riferimento ad un modo di vivere in coppia migliore dell’altro, ma alla continuità di un processo utile nel favorire lo sviluppo individuale e la continua rinegoziazione del rapporto. Piuttosto che ingaggiare una “lotta” fatta di litigi o silenzi con il proprio partner, scegliere con consapevolezza di chiedersi quanto quella relazione e quei sentimenti rappresentano o meno un’opportunità per l’evoluzione di ciascuno e accettarne la risposta con le rispettive conseguenze da affrontare, è un gesto importante seppur difficile. La premessa si basa sul chiedersi “voglio che questa coppia evolva o rimaniamo in questo limbo?” quindi evoluzione o staticità? Per farlo l’individuo deve comprendere il livello di benessere che ha raggiunto con se stesso, questo passaggio, permette di entrare in contatto con l’altro e favorirne uno scambio reciproco.
Approfittare delle difficoltà e sofferenze come stimolo a una comprensione maggiore e alla spinta evolutiva. Quindi una coppia sta tanto meglio quanto più riesce ad adattarsi alle esigenze connesse con il processo evolutivo dei due individui che la compongono: non solo adattarsi, ma favorirne lo sviluppo. Quando la relazione vacilla, risulta difficile continuare a costruire una storia che si sviluppi in un processo che porterebbe ad una dimensione più evoluta. Le coppie che si impegnano attivamente, sono quelle che non hanno più voglia di usare gli altri per unirsi o separarsi nascondendosi dietro colpe o accuse. Persone che hanno finalmente capito che certi giochi non avranno mai fine se non verrà da loro la scelta di interromperli. Bisogna imparare a riconoscere, un’opportunità per affrontare e superare all’interno di quel nuovo rapporto un problema ancora irrisolto. Rischiare e approfittare dell’occasione piuttosto che combatterla in virtù di un’ideale di normalità o subire la situazione e continuare a non gestire la propria vita.
Contratto Pre-Coppia
Jackson ha definito il “quid pro quo” letteralmente “qualcosa per qualcos’altro”, un metaforico contratto per stabilire le regole della relazione, la definizione di come ciascuno modifica il proprio comportamento in relazione all’altro. Una relazione, presuppone un processo attivo di ricerca e definizione dei compiti relazionali attraverso la contrattazione del quid pro quo. Il funzionamento dipenderà dal grado di collaborazione nei vari compiti da parte di entrambi. Le regole di relazione sono specifiche di ciascuna coppia ma non dimentichiamo l’influsso delle norme culturali e l’importanza del sistema allargato e del modo del lavoro, tutti sistemi che concorrono alla definizione di sé e della coppia.
Nessuna coppia inizia un rapporto a partire da zero, ciascun individuo ha un sistema di credenze e di aspettative nei confronti della coppia che si è strutturato a partire dalle esperienze nella famiglia d’origine e da altre, il tutto poi immerso nella cultura di una specifica società. Questi valori permeano i nostri modi di pensare e di essere in coppia. Le coppie sviluppano una costruzione della realtà condivisa: le premesse di base che gli individui portano nella relazione vengono modellate reciprocamente, rinforzate o modificate nel tempo attraverso la loro esperienza insieme. Tutto ciò include valori, miti idee e aspettative per il futuro. Questo sistema di credenze condiviso è la linfa vitale di una relazione che guida il presente e pianifica il futuro. A ogni transizione, il paradigma è sottoposto a trasformazione per andare incontro ai bisogni di riorganizzazione del sistema. Questo è il fondamento del quid pro quo.
Elementi che differenziano una coppia funzionale da una disfunzionale: segnali di allarme e strategie per relazioni sane
Nella routine quotidiana in cui si è divisi tra impegni lavorativi, ruoli parentali e spazi personali, è importante riconoscere e coltivare alcuni elementi essenziali nella coppia tra cui:
Nelle relazioni in cui entrambi sono impegnati nel lavoro e nei ruoli parentali, l’eguaglianza non significa che entrambi devono svolgere gli stessi compiti negli stessi modi e quantità. E’ necessario il senso di reciprocità a lungo termine, in modo che i partner siano convinti che ciascuno si fa carico di alcune responsabilità e che i rispettivi contributi hanno valore e fanno parte di un equilibrio che dura nel tempo. Di contro, le coppie disfunzionali sono caratterizzare da uno squilibrio di potere: più grande la posizione di dominanza e di autorità di uno sull’altro, più disfunzionale è la coppia generando senso di fatica e malessere.
Data la complessità degli impegni di vita quotidiana, è necessaria chiarezza e ordine nella miriade di compiti lavorativi e familiari. Allo stesso tempo, le variazioni inaspettate nella routine, le crisi e le eventuali responsabilità che si aggiungono, richiedono flessibilità e tolleranza per il caos che possono produrre, rinegoziando le regole in risposta ai cambiamenti della vita.
Le coppie funzionali riescono a trovare un equilibrio tra vicinanza e rispetto della separazione e delle differenze individuali. Per esempio, nelle coppie disfunzionali, è molto difficile mantenere coesione ed intimità nella coppia, quando entrambi hanno impegni lavorativi e nasce un figlio, implicitamente ci si aspetta il “sacrificio” di uno dei due, il tempo si consuma negli adempimenti di impegni di lavoro e familiari, disimpegnandosi l’uno nei confronti dell’altro. Ed è necessario ritrovare momenti di condivisione.
La coppia deve adottare una comunicazione chiara, basata sui bisogni di entrambi e definendo ruoli e aspettative reciproche. A causa della complessità della vita attuale, i partner devono costantemente ridefinire e rendere esplicite le loro idee e aspettative nei confronti del compagno\a e di se stessi. A meno che non ci sia chiarezza e coerenza, possono accadere molti fraintendimenti che si sommano producendo frustrazione e conflitto.
- ESPRESSIONE DELLE EMOZIONI
Ogni coppia deve raggiungere un accordo su come si esprimono reciprocamente i sentimenti di amore, affetto e cura. Fraintendimenti in tal senso sono fonte di tensione. In terapie, quando le coppie dicono di avere problemi di comunicazione, in realtà si riferiscono a questo. Dimostrazione di affetto attraverso la vicinanza fisica, provvedendo economicamente alla famiglia, sono forme diverse di espressione da esplicitare.
- CAPACITA’ DI RICONOSCERE E RISOLVERE I PROBLEMI
Una differenza importante tra coppie funzionali e non funzionali, non è determinata dalla presenza o assenza di problemi, ma dalla capacità di affrontare e risolvere le difficoltà che insorgono. La comunicazione e le abilità a risolvere i problemi facilita l’adattamento. Il processo di problem solving è una progressione: dall’identificazione condivisa di un problema, attraverso la contrattazione fino alla risoluzione. Le coppie disfunzionali hanno difficoltà nel riconoscimento condiviso di un problema. La poca chiarezza nella comunicazione e la poca differenziazione, bloccano la definizione del problema e il riconoscimento delle differenze nei sentimenti e nelle idee rispetto ad esso. La difficoltà nella coppia ad esprimere tali differenze, è per timore di un conflitto che può sfociare in aggressività. Ci sono coppie con bassa tolleranza al conflitto che tendono ad accordarsi e premono per la chiusura del problema, usando la soluzione solita a tutti i problemi perché la sperimentazione e ricerca di nuove soluzioni sarebbe fonte di fallimento e colpa. Anche i litigi sul controllo della relazione impediscono il problem solving.
Una volta emerso delle differenze, la coppia cade nella trappola di “chi ha torto e chi ha ragione” senza alcuna capacità di considerare il punto di vista dell’altro, aspettandosi che sia l’altro a cambiare. Nelle coppie funzionali, c’è un senso di fiducia, si affrontano i problemi con tolleranza per quanto riguarda le differenze e le incertezze. Sono in grado di sperimentare soluzioni nuove, espandere le possibilità di risposta e cambiare direzione quando è necessario.
“RED FLAG” DI UNA RELAZIONE TOSSICA: eccome come riconoscerla
Le relazioni tossiche rappresentano un grave problema che molte persone affrontano quotidianamente. Si tratta di legami dannosi e disfunzionali che possono causare stress emotivo, fisico e mentale, compromettendo il benessere psicologico e fisico delle persone coinvolte.
È importante riconoscere i segnali di una relazione tossica per poter agire tempestivamente e proteggere la propria salute mentale e emotiva:
- La sensazione di essere costantemente controllati, isolati o manipolati dal partner
- La presenza di episodi di gelosia e possessività eccessiva
- La mancanza di rispetto reciproco e la presenza di critiche costanti
- La sensazione di non poter esprimere liberamente i propri pensieri e sentimenti
- La presenza di abusi verbali o fisici
- Sentirti costantemente in colpa o insicuro/a
Tale tipologia di relazione è dovuta a:
- Comunicazione inefficace: mancanza di comunicazione aperta ed empatica, frequenti litigi e malintesi.
- Dipendenza emotiva: uno o entrambi i partner dipendono emotivamente l’uno dall’altro per il proprio benessere emotivo.
- Controllo e gelosia eccessivi: uno dei partner cerca di controllare l’altro, limitando la sua libertà e iniziando a manifestare segni di gelosia intensa.
- Mancanza di fiducia reciproca: uno o entrambi i partner non si fidano l’uno dell’altro e possono sospettare di tradimenti o comportamenti ingannevoli.
- Manipolazione e abuso: uno dei partner usa tattiche di manipolazione emotiva o psicologica per controllare l’altro o può verificarsi abuso fisico o verbale.
- Scarso rispetto reciproco: mancanza di rispetto reciproco nei confronti delle opinioni, dei bisogni e dei desideri del partner.
- Cicli di rottura e riconciliazione: una continua alternanza tra periodi di conflitto, separazioni temporanee e ritorni insieme senza che vi sia una reale risoluzione dei problemi.
- Mancanza di supporto reciproco: mancanza di sostegno emotivo e supporto nei momenti difficili o nelle sfide della vita, con uno o entrambi i partner che non si sentono sostenuti nell’affrontare le difficoltà.
“Non me ne ero accorto/a prima, adesso come faccio?”: come affrontare una relazione tossica
In presenza di uno o più di questi segnali, è fondamentale stabilire limiti chiari e comunicare apertamente con il/la partner riguardo ai propri bisogni e desideri. In alcuni casi, può essere necessario chiedere aiuto a un professionista, per affrontare la situazione in modo adeguato.
- Riconosci i segnali di una relazione tossica e ammetti che potrebbe non essere sana per te
- Parla con il partner e esprimi i tuoi sentimenti e preoccupazioni in modo chiaro e onesto
- Cerca supporto da amici, familiari o un professionista per capire meglio come gestire la situazione
- Impara a valorizzare te stesso/a e a mettere i tuoi bisogni e la tua felicità al primo posto
- Prenditi del tempo per guarire dalle ferite emotive causate dalla relazione tossica
Le strategie utili possono essere:
- Comunicare in modo onesto e aperto: parlate dei vostri sentimenti, preoccupazioni e desideri in modo chiaro e rispettoso. Evitate di reprimere le emozioni o di evitare di affrontare i conflitti
- Identificare i problemi: cercate di capire quali sono i fattori che contribuiscono alla disfunzionalità della vostra relazione. Potrebbe essere la mancanza di fiducia, la mancanza di comunicazione, il controllo eccessivo o altri problemi.
- Lavorare insieme per trovare soluzioni: una volta identificati i problemi, mettete in atto dei piani d’azione per affrontarli e risolverli insieme. Ad esempio, potreste stabilire delle regole di comunicazione più efficaci, fare terapia di coppia o prendere del tempo per voi stessi.
- Imparare ad ascoltarsi reciprocamente: imparate ad ascoltare e a comprendere i sentimenti e i bisogni del vostro partner senza giudicare o interrompere.
- Instaurare un ambiente di fiducia e rispetto reciproco: lavorate per costruire una base solida di fiducia e rispetto nella vostra relazione. Evitate di criticare o giudicare il vostro partner e siate disposti a perdonare e a lasciar andare i conflitti del passato
- Essere disposti a fare compromessi: è importante essere flessibili e aperti nel cercare soluzioni che siano soddisfacenti per entrambi. Lasciate da parte l’orgoglio e la testardaggine e cercate di trovare un terreno comune.
- Mediazione: coinvolgere un mediatore neutrale per facilitare la comunicazione e aiutare le parti a trovare soluzioni condivise.
- Terapia di coppia: coinvolgere un terapeuta specializzato in terapia di coppia per affrontare i problemi di relazione e lavorare insieme per migliorare la comunicazione e la vicinanza emotiva.
- Lavoro sulle dinamiche familiari: se il problema è influenzato da dinamiche familiari disfunzionali, coinvolgere altri membri della famiglia o cercare terapia familiare per affrontare le dinamiche e le interazioni dannose.
Bisogna chiedere aiuto e sostegno durante questo processo. Qualcuno che aiuti a ricordare quello che ognuno merita e che è possibile trovare un legame sano e equilibrato con qualcuno che ci rispetti e ci ami veramente.
Un percorso di psicoterapia presso il Centro Flegreo di Psicoterapia Cognitiva di Napoli può aiutarti ad approfondire queste tematiche e a sviluppare strategie per liberarti delle relazioni tossiche: puoi prenotare il tuo appuntamento online cliccando qui https://www.psicoterapiaflegrea.it/appuntamenti/
DUE CUORI E UNA TERAPIA
La psicoterapia può giocare un ruolo fondamentale nel trattamento delle relazioni disfunzionali. I terapeuti lavorano con la coppia, per favorire un ambiente sicuro e di supporto in cui esplorare i problemi di relazione e per identificare i modelli di comportamento disfunzionali su cui lavorare. L’obiettivo è trovare un nuovo equilibrio nella vita della coppia. Basandosi, in primis, su un’immagine evolutiva della relazione per cambiarne la forma statica di castello o prigione e passare ad una flessibile che va incontro a cambiamenti di bisogni e priorità in un processo di rinegoziazione reciproca e continua. Oltre alla risoluzione del conflitto, inteso come conflitto costruttivo, le coppie devono essere aiutate a costruire nuovi modelli interattivi, esplicitando risorse e preferenze di ciascun partner. Il terapeuta collabora con la coppia per comprendere i modelli di interazione e le dinamiche relazionali che contribuiscono ai momenti di crisi. Questo aiuta a identificare i nodi problematici e a individuare nuove modalità di comunicazione e interazione.
Il terapeuta incoraggia i membri del sistema a esplorare nuove prospettive e modi di vedere le situazioni. Questo può aiutare a rompere vecchi schemi di pensiero e a favorire la comprensione reciproca. Identificare obiettivi condivisi e sviluppare regole e norme di comportamento che favoriscano una maggiore coesione e armonia. Potenziare le risorse individuali e di coppia che possono essere utilizzate per affrontare le sfide e superare i conflitti. Il terapeuta incoraggia la comunicazione aperta, il confronto costruttivo e la collaborazione tra i membri del sistema. Spesso le coppie arrivano in terapia quando i problemi sono gravi o cronici. A qualunque stadio del ciclo di vita la coppia si trovi, può iniziare una terapia per pensare e pianificare, chiarire le aspettative nei confronti propri e del partner, contattare in maniera più esplicita le regole relazionali. In terapia la coppia può considerare le transizioni come un’opportunità di cambiamento, dove ciò che ha funzionato in passato non è più utile per lo stato attuale della coppia.
La vostra salute è prioritaria per noi. Grazie al nostro sistema di prenotazione online, potete scegliere facilmente data e professionista per il vostro appuntamento. Sappiamo quanto possa essere impegnativa la vita moderna e quanto sia fondamentale avere soluzioni rapide e comode a portata di mano.
BIBLIOGRAFIA
Andolfi, M. (1999). La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale. Raffaello Cortina, Milano.
Jackson, D.D. (1997). Regole Familiari. Tr. It. In: Watzlawick, P., Weakland, J. (a cura di) La visione Internazionale. Astrolabio, Roma 1980.
Menghi, P. (1997). Zone di silenzio. Mandala Scuola di Normodinamica, Roma.
Walsh, F. (1982). Concetti del funzionamento familiare normale. Tr. It. In. Walsh, F. (a cura di) Processi Familiari Normali. Franco Angeli, Milano 1986.