“Forza Maggiore”: quando il Cinema svela il Trauma e La Dissociazione

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Tra i monti innevati di una località sciistica del Nord Europa, una famiglia si gode una splendida vacanza in un resort che affaccia su un panorama di una bellezza incantevole. Il ritmo lento e il silenzio delle prime battute alle quali fanno da sfondo un paesaggio di un bianco uniforme che conferisce un’aura quasi irreale ad ogni scena abituano in modo ipnoide lo spettatore all’idea che si sta per assistere ad una storia piatta su un quadretto familiare assai banale. L’unico elemento difforme è una musica cruenta che irrompe come una cascata improvvisa, di tanto in tanto nelle scene, senza alcuna apparente ragione e che fa sobbalzare dalla sedia, ridestandoci da quello che sembra essere un ineluttabile viaggio verso il torpore.

Inizia così “Forza Maggiore”, film del 2014 del regista svedese Ruben Ostlund, che vede protagonisti Tomas, Ebba e i loro piccoli figli Vera ed Harry alle prese con una tranquilla vacanza in montagna. La calma e la compostezza degli scambi tra i protagonisti, il clima sempre forzatamente sereno, privo di attriti, tuttavia, trasmettono fin da subito un estraniante appiattimento dei nostri sensi, avvolgendoci nella medesima atmosfera fredda e rarefatta del film. Nulla lascia prevedere ciò che avverrà di lì a poco.

SPOILER ALERT

Freud, in un suo celebre saggio “Il Perturbante” (1919), afferma che una situazione o un evento assumono carattere di profonda e inaspettata angoscia quando in modo del tutto spiazzante qualcosa di apparentemente familiare e innocuo assume di colpo un aspetto o una connotazione terrifica. E’ l’esperienza che ognuno di noi ha fatto almeno una volta nella vita quando per esempio ciò che ad un primo sguardo scambiamo per un oggetto inanimato, avvicinandoci poi ci rendiamo conto, impallidendo, che si tratta di tutt’altro e che questo qualcos’altro è estraneo alla nostra abituale esperienza e può potenzialmente nuocerci.
E’ una sensazione simile allo scoprire, per esempio, che quello che ci sembrava un innocuo ramoscello, visto da vicino si rivela una biscia o che quello che sembrava un tronco che galleggia su un fiume in realtà è un coccodrillo.

Ritornando al film, una scena assume sinistramente la stessa connotazione perturbante quando ritroviamo i componenti della famiglia descritta in precedenza seduti al tavolo sul terrazzo del ristorante ad ora di pranzo in un’ideale giornata di sole e all’improvviso quella che sembra una piccola e innocua valanga che cade in modo controllato in lontananza, nel giro di trenta secondi si avvicina e si ingrossa sempre di più, diventando una concreta minaccia e che solo per un soffio non travolge gli avventori del ristorante.

Ciò che tuttavia rappresenta l’aspetto più interessante e che poi imprimerà una svolta determinante allo sviluppo della trama è la reazione dei membri della famiglia: Ebba afferra di scatto i figli e si rannicchia sotto al tavolo, avallando nei fatti le argomentazioni di coloro che sostengono la tesi sull’effettiva esistenza di un istinto materno; Tomas che fino ad un attimo prima aveva mostrato una calma fin troppo salda, continuando a filmare l’evento con la propria videocamera, resosi conto del pericolo scappa in preda al panico, abbandonando di fatto la propria famiglia ad un infausto destino. Per fortuna la valanga non li travolge ma a questo punto gli sviluppi diventano interessanti.

Il rapporto tra trauma e dissociazione

 L’evento costringe i protagonisti a gettare la maschera quel tanto che basta per volgere lo sguardo su una realtà inaccettabile, che non può essere ammessa o raccontata senza che i legami affettivi della famiglia, il loro collante, si trovi messo a dura prova. Ciò che non può essere detto è ciò che non può essere ammesso nell’orizzonte della coscienza. Qui il film spinge lo spettatore a ragionare su dei concetti che implicitamente riguardano il rapporto tra trauma e dissociazione.

Di fronte ad un evento traumatico – un evento cioè che minaccia la nostra sopravvivenza fisica e/o psicologica – la nostra mente non è in grado di fare i conti con una realtà troppo dura da reggere, carica di emozioni e reazioni fisiologiche travolgenti; e allora una parte di essa viene disconosciuta, diventa un elemento, cioè, che viene escluso dalla consapevolezza di come sono andate realmente le cose.

Che cos’è la dissociazione

Il Trauma rende impossibile la conservazione di una memoria organizzata, coerente e rievocabile a parole. Ciò è reso possibile appunto dalla dissociazione, una modalità di funzionamento della nostra mente che opera quotidianamente più spesso di quanto immaginiamo ma che rivela la sua reale funzione adattiva quando in risposta al trauma si adopera per difendere la nostra salute psichica da un elemento che minaccia di mandarla in frantumi. La questione è che di fronte ad un evento minaccioso il nostro cervello funziona ad un livello istintuale: c’è una minaccia per la propria sopravvivenza che attiva la sua parte più antica da un punto di vista evolutivo, composta sostanzialmente dal tronco encefalico. Quest’ultimo, a sua volta, attiva risposte istintuali di sopravvivenza come l’attacco, il congelamento e appunto la fuga.

Tomas scappa ma quando torna, cessata l’emergenza, ciò che è accaduto non può essere riconosciuto. Non si tratta di mentire agli altri, la dissociazione è mentire a se stessi essenzialmente per proteggersi da una realtà troppo destabilizzante: l’immagine del padre amorevole non può convivere con quella “mostruosa” che abbandona la famiglia proprio nel momento di maggior bisogno. Il trauma spesso consiste proprio in questo ed è un fenomeno che molte volte, come sostenuto da Bromberg (2009), deve fare i conti più con la vergogna che con la paura. Il resto del film prosegue lungo una traiettoria “terapeutica” nella quale Tomas e Ebba affrontano un percorso di terapia di coppia, spinti dalla necessità vitale per loro e per l’intera famiglia di colmare il divario tra come è andata realmente e una narrazione dell’evento condivisa e che soprattutto preservi i loro legami familiari. Ci riusciranno?

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bromberg P. (2009), “Destare il sognatore. Percorsi clinici”. Raffaello Cortina Editore

Freud S. (1919), “Il Perturbante”. Libreriauniversitaria.it

Dr. Nicola Vangone
Dr. Nicola Vangone